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Segnalazioni 2013 03

Il pianeta delle disuguaglianze

pubblicato 05 apr 2013, 09:47 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 07 apr 2013, 13:28 ]



E’ l’ingiustizia che uccide la democrazia  • di Zygmunt Bauman • La Repubblica 25/02/2013

Nel suo nuovo libro Bauman tratta il tema della ricchezza che non dà benessere “La corsa al profitto individuale non è un vantaggio per tutti: le disparità crescono”.
Uno studio recente dell’Istituto mondiale per la ricerca sull’economia dello sviluppo (World Institute for Development Economics Research) dell’Università delle Nazioni Unite riferisce che nel 2000 l’1 per cento delle persone adulte più ricche possedeva da solo il 40 per cento delle risorse globali, e che il 10 per cento più ricco deteneva l’85 per cento della ricchezza mondiale totale. La metà inferiore della popolazione adulta del mondo possedeva l’1 per cento della ricchezza globale. Ma questa è solo l’istantanea di un processo in corso… Notizie sempre più negative e sempre peggiori per l’uguaglianza degli esseri umani, e quindi anche per la qualità della vita di tutti noi, si susseguono di giorno in giorno.

«Le disuguaglianze planetarie attuali avrebbero fatto arrossire di vergogna gli inventori del progetto moderno, Bacone, Descartes o Hegel»: è la considerazione con cui Michel Rocard, Dominique Bourg e Floran Augagner concludono l’articolo “Le genre humain menacé” pubblicato a firma di tutti e tre in Le Monde del 2 aprile 2011. Nell’epoca dei Lumi in nessun luogo della terra il livello di vita era di più di due volte superiore a quello della regione più povera. Oggi, il paese più ricco, il Qatar, vanta un reddito pro capite di ben 428 volte più alto del paese più povero, lo Zimbabwe. E questi, non dimentichiamolo, sono confronti fra medie, che ricadono quindi nella storiella del pollo di Trilussa…
L’ostinata persistenza della povertà su un pianeta alle prese col fondamentalismo della crescita economica è già abbastanza per indurre le persone pensanti a fermarsi un momento e a riflettere sulle vittime dirette e indirette di una così ineguale distribuzione della ricchezza. L’abisso sempre più profondo che separa i poveri e privi di prospettiva dai benestanti ottimistici, fiduciosi e chiassosi — un abisso di profondità tale che già è al di sopra delle capacità di scalata di chiunque salvo gli arrampicatori più muscolosi e meno scrupolosi — è una ragione evidente per essere gravemente preoccupati. Come gli autori dell’articolo appena citato ammoniscono, la principale vittima della disuguaglianza che si approfondisce sarà la democrazia, in quanto i mezzi di sopravvivenza e di vita dignitosa, sempre più scarsi, ricercati e inaccessibili, diventano oggetto di una rivalità brutale e forse di guerra fra i privilegiati e i bisognosi lasciati senza aiuto. Una delle fondamentali giustificazioni morali addotte a favore dell’economia di libero mercato, e cioè che il perseguimento del profitto individuale fornisce anche il meccanismo migliore per il perseguimento del bene comune, risulta indebolita. Nei due decenni che hanno preceduto l’accendersi dell’ultima crisi finanziaria, nella grande maggioranza dei paesi dell’OCSE il reddito interno reale per il 10 per cento delle persone al vertice della piramide sociale è aumentato con una velocità del 10 per cento superiore rispetto a quello dei più poveri. In alcuni paesi, il reddito reale della fascia al fondo della piramide è in realtà diminuito.
Le disparità di reddito si sono quindi notevolmente ampliate. «Negli Stati Uniti, il reddito medio del 10 per cento al vertice è attualmente 14 volte quello del 10 percento al fondo», si vede costretto ad ammettere Jeremy Warner, caporedattore di The Daily Telegraph, uno dei quotidiani più entusiasti nell’esaltare la «mano invisibile» dei mercati che sarebbe capace, agli occhi tanto dei redattori quanto dei lettori, di risolvere tutti i problemi da essi creati (e magari qualcuno in più). Warner aggiunge: «La crescente disuguaglianza del reddito, benché ovviamente indesiderabile dal punto di vista sociale, non ha necessariamente grande rilevanza se tutti diventano contemporaneamente più ricchi. Ma se la maggior parte dei vantaggi del progresso economico vanno a un numero relativamente ristretto di persone che guadagnano già un reddito elevato — che è quanto sta accadendo nella realtà di oggi — si avvia evidentemente a diventare un problema».
L’ammissione, cauta e tiepida nel suo tenore ma piena di comprensione anche se solo semivera nel suo contenuto, arriva al culmine di una marea montante di scoperte dei ricercatori e di statistiche ufficiali che documentano la distanza rapidamente crescente fra quelli che sono in cima e quelli che sono in fondo alla scala sociale. In stridente contraddizione con le dichiarazioni dei politici, che pretendono di essere riciclate come credenza popolare non più soggetta a riflessione né controllata né messa in discussione, la ricchezza accumulata al vertice della società ha mancato clamorosamente di «filtrare verso il basso» così da rendere un po’ più ricchi tutti quanti noi o farci sentire più sicuri, più ottimisti circa il futuro nostro e dei nostri figli, o più felici…
Nella storia umana la disuguaglianza, con tutta la sua fin troppo evidente tendenza ad autoriprodursi in maniera sempre più estesa e accelerata, non è certo una notizia. E tuttavia a riportare di recente l’eterna questione della disuguaglianza, delle sue cause e delle sue conseguenze, al centro dell’attenzione pubblica, rendendola argomento di accesi dibattiti, sono stati fenomeni del tutto nuovi, spettacolari, sconvolgenti e illuminanti.



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Sulla scena di Cipro rilevate le impronte digitali dell'élite finanziaria globale

pubblicato 28 mar 2013, 03:35 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 07 apr 2013, 13:29 ]



Post di Richard Eskow - mercoledì 27 marzo 2013 sul blog: Campaign for America's Future [Campagna per il futuro dell'America]

La batosta di Cipro non è ancora completa, ma ci ha già dato lezioni molto importanti. Abbiamo visto, per esempio, come i leader mondiali della finanza si aggrappano con insistenza ai principi della economia dell'austerità persino dopo i suoi ripetuti fallimenti. Non paiono molto interessati a fare tesoro dell'esperienza.

(Photo: Yiannis Kourtoglov/ Getty)

Tanto-meno sembrano interessati al principio di sovranità nazionale.

L'economia del mondo non è governata da alcuna organizzazione segreta - a meno che non sia davvero molto segreta - ma la élite dei leader della finanza forma per davvero una affiliazione non strutturata di banchieri, esperti e potenti operatori finanziari.

Le loro impronte digitali sono rivelabili sulla confusa scena [del crimine] di Cipro.

Corso d'aggiornamento su Cipro

Prima di tutto ecco un breve riassunto per chi non è aggiornato sulla situazione di Cipro (chi lo è può saltare questa parte): La piccola isola-nazione è stata un paradiso fiscale e bancario per un sacco di gente, compresi i miliardari oligarchi russi che avevano parcheggiato i loro soldi nei conti bancari dell'isola che producevano altri interessi. Le banche cipriote si sono trovate in OVER-LEVERAGE [a dovere pagare interessi troppo alti]. Le banche hanno comunque giocato d'azzardo - per lo più sulla Grecia - perdendo.
Tutto questo avveniva, tra parentesi, con l'approvazione e la supervisione delle autorità della banca europea che oggi sgridano Cipro. 
Quando le banche collassarono, furono salvate. (Non ci stupiamo di questo.) Ma Cipro non era in grado di sostenere il peso di questi salvataggi, allora la troika (l'Unione Europea, la Banca Centrale Europea ed il Fondo Monetario Internazionale) hanno imposto rigide misure di austerità sui suoi cittadini in cambio dell'aiuto prestato. Infine hanno deciso di prelevare per "tassa" una porzione di ogni conto di risparmio nelle banche cipriote.
Questo ha provocato una enorme (e giustificata) reazione. Adesso progettano di tassare i conti più grossi del 40%. Cosa che colpirebbe alcuni oligarchi russi - assieme a molta altra gente, tipo i cittadini ciprioti che avevano risparmiato per l'età della pensione. O anche le aziende locali che comprano materia prima, assumono persone e fanno muovere l'attività economica a Cipro.
Cosa ci dice tutto questo dei poteri finanziari, delle élite, di chi prende le decisioni? 
La loro massima fondamentale per operare è:- Banchieri, Banchieri über alles …”

Ancora una volta i nostri leader della finanza, devoti alla austerità, hanno posto l'interesse del settore bancario sopra quello della popolazione. La direzione delle banche di Cipro ha giocato d'azzardo. Tuttavia, sebbene una banca venga ristrutturata in "titoli tossici", i potenti che comandano hanno deciso di concentrarsi sui clienti delle banche - e sul popolo di Cipro - piuttosto che sui banchieri colpevoli [del disastro].
Ma la responsabilità non viene mai data ai banchieri ne' in USA, ne' in Europa Occidentale e nemmeno a Cipro. Là, come in USA, il motto sembra essere "Salvali e poi fai finta che non esistano". 
Fanno legge a se [non si adeguano alle regole e leggi degli altri, ma fanno tutto quello che vogliono]

I conti delle banche cipriote sotto i centomila euro - quelli che hanno cercato di saccheggiare prima che si scatenasse la rivolta - erano garantiti. In effetti, tutti i conti bancari europei sono garantiti fino all'importo di centomila euro secondo la legge europea. Ma gli architetti dell'austerità erano ugualmente pronti a prelevare quasi il 7% anche da questi.
E' vero che la garanzia di deposito può dare alle banche un incentivo perverso a rischiare il denaro degli investitori, come ha fatto notare un economista del FMI (e come abbiamo imparato negli USA). Tuttavia i potenti della finanza che prendono le decisioni erano pronti a punire i comuni risparmiatori ciprioti - le vittime del gioco d'azzardo dei banchieri - per le malefatte delle loro banche.
Ma nessuno, in nessun punto del processo, dalla Banca Centrale Europea o dall'amministrazione UE ha detto: "Aspetta un momento. Non possiamo farlo. Quei depositi sono garantiti". Sembra che non gli sia neppure venuto in mente.
Questo è spaventoso. Sembrerebbe che la Germania e il FMI abbiano il potere di decidere contrariamente al parlamento europeo, che aveva votato per la legge di garanzia dei centomila euro. Ed a proposito di questo:

“It’s springtime for Merkel and Germany …” [è Primavera per la Merkel e la Germania...”] 

“... le esportazioni sono di nuovo in crescita... ”
Scusate la citazione del musical di Mel Brooks The producers [in italiano "Per favore, non toccate le vecchiette], ma non c'è dubbio: la Germania è al comando. Il cancelliere Angela Merkel ed i suoi colleghi pro-austerità continuano a dominare la scena della finanzia mondiale, nonostante i ripetuti e provati fallimenti di questo approccio in tutta europa.
L'accordo di Cipro non poteva essere concluso senza l'approvazione sia dell'UE che della Bundestag tedesca. Adesso la Germania ha potere di veto sugli accordi dell'UE con altri stati sovrani. Questo rende gli stati alquanto ... meno che sovrani.
L'UE è stata una gran cosa per la Germania, fornendole (tra l'altro) un mercato per i suoi prodotti industriali. Le esportazioni tedesche sono state colpite dalla crisi dell'economia europea - risultato diretto della ossessione per l'austerità del cancelliere Merkel - ma secondo l'ultimo rapporto stanno tornando a crescere.
Torneranno probabilmente a scendere, in risposta al martellamento della austerità sulla zona, ma i fortunati tedeschi sono ancora tamponati e protetti dal subire appieno il colpo delle disastrose politiche.
L'austerità continua ad infierire dopo tutti questi anni 
Il piano iniziale dei potenti della finanza di coprire il salvataggio delle banche usando i depositi di risparmio dei comuni cittadini ciprioti già distrutti dall'austerità, era destinato a generare panico tra la gente e a ridurre la liquidità disponibile per merci e servizi tra la gente normale.
Se ne può dedurre che ancora una volta le élite erano pronte a peggiorare di molto la crisi economica facendo finta di risolverla. Questa è una classica regola di condotta della linea di austerità: Se non vedi alcun successo all'inizio - se, in effetti, provochi invece una devastazione - non cambiare nulla. Inoltre questo rende evidente che... 
Il mondo non è una meritocrazia
Finalmente s'è capito: Chi ci comanda, lo fa senza capirci nulla.
La prova più recente sta nell'enorme confusione suscitata del ministro della finanza olandese Jeroen Dijsselbloem quando ha gettato nel panico i mercati europei dichiarando che la rapina dai conti bancari ciprioti dovrebbe diventare un modello per futuri salvataggi.
Ssshh, zitto, Jeroen! Non devi dirlo forte. Così spaventi la gente con ... beh, forse con una sbirciatina alla realtà. La verità è che, Dijsselbloem ha forse solo parlato a sproposito. In tutta probabilità, nessuno capisce se Cipro deve fare da modello o no - perché non sono abbastanza organizzati da avere capito se persino serve un modello.
Eppure qualcuno sta considerando ripetere l'operazione in paesi come la spagna o l'italia - e questo fa paura.
Ecco la realtà: i leader mondiali della finanza hanno le priorità sottosopra, sono senza scrupoli e non democratici sulle materie finanziarie - e spesso improvvisano per strada.
Non hanno davvero a cuore “chi crea i posti di lavoro”.
Se li avessero per davvero, perché rapinare i conti in banca delle aziende cipriote che li creano?
Soltanto i banchieri meritano rendimenti decenti.
La vecchia definizione di un “puritano”  era “una persona che ha paura che qualcuno, da qualche parte stia divertendosi”. Un “membro dell'élite finanziaria globale” è uno che odia l'idea che qualcun altro senza essere un banchiere, ottenga un rendimento adeguato per il proprio denaro - anche se, a differenza di banchieri, che ha fatto niente di male per ottenerlo.
Gli stranieri che hanno depositato i loro soldi in conti di banca a Cipro non hanno commesso nulla di illegale. Vero che hanno ottenuto tassi di interesse molto migliori di quelli che avrebbero avuto nella maggioranza degli altri posti. Ma non si è trattato di "azzardo morale", secondo la terminologia economica.  Era solo un buon affare.
Quelli dell'élite mondiale della finanza sembrano pensare che se tu ti trovi un buon tasso di rendimento, senza fare parte del loro club, loro avranno poi motivo sufficiente per estorcerti un poco dei tuoi soldi. E ricordati, questa non è una tassa nel senso comune del termine. Non stanno prelevando il 40% del reddito dei depositi. Stanno prendendo il 40% dei loro risparmi. 
Si tratta di una confisca, non di una tassa - ed il loro ragionamento sembra dire che questi depositi hanno effettivamente percepito dei tassi di interesse davvero davvero buoni. 
Oltre al fatto che non erano denari dei banchieri.
Farebbero 100 vittime innocenti pur di colpire una sola persona che non gli piace.
Certo, alcuni correntisti ciprioti sono oligarchi russi. Ma questa tassa si applica a tutti quanti. Quante persone innocenti vale la pena di sacrificare per arrivare ad un personaggio losco - 10? 100? 1000?
Non ce lo dicono. Ma pare che siano tante.
Il capo Nuvola Rossa aveva ragione.
C'è una tribù di nativi americani chiamato Oglagla Lakota . Come tutte le tribù di nativi americani, hanno fatto numerosi trattati con il governo degli Stati Uniti, la maggior parte dei quali furono presto rotti dal governo degli Stati Uniti.
Uno dei capi della tribù si chiamava Makhpia-sha - in italiano "Nuvola Rossa". La Coalizione per la difesa dei diritti umani della Nazione Dakota-Lakota-Nakota  ci ricorda una famosa frase attribuita a Nuvola Rossa:
Ci hanno fatto tante promesse, più di quante io possa ricordare. 
Ma ne hanno mantenuta solamente una: Hanno promesso di prendere la nostra terra... e l'hanno presa.
Un conto bancario garantito dall'UE, al pari della controparte americana, è una promessa.  L'idea di sovranità tra le nazioni è una promessa. L'autodeterminazione economica una promessa. Un sistema bancario ben regolato che protegge i tuoi mezzi di sussistenza è una promessa. Ma la promessa implicita del settore finanziario globale, quella resa esplicita dagli eventi a Cipro, è questa: Ogni volta che avranno bisogno o vorranno i tuoi soldi, si riterranno in diritto di prenderseli come se fossero i loro - e la sovranità vada al diavolo.

Il popolo di Cipro sta imparando alcune delle stesse lezioni che abbiamo appreso negli Stati Uniti - a proposito di come venga ridistribuita la ricchezza verso l'1 per cento, salvataggi immeritati ed applicazioni ingiuste della legge. L'élite finanziaria globale ha fatto molte promesse, normative ed economiche, ma solo uno è sempre stata mantenuta.

Hanno promesso di prendersi i nostri soldi - e li hanno presi .
© 2013 Campaign for America's Future [traduzione a cura di Italy Equality Group]
Richard Eskow

Richard (RJ) Eskow è un noto blogger e scrittore, un tempo dirigente a Wall Street, consulente esperto ed ex-musicista. Ha esperienza nel campo delle assicurazioni sanitarie e in economia, in salute sul lavoro, benefit, gestione del rischio, finanza e tecnologia informatica. Ha esperienza come consulente sia negli stati Uniti che in più di 20 altri paesi. 



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L’Italia disuguale, invisibile alla politica

pubblicato 21 mar 2013, 10:39 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 07 apr 2013, 13:31 ]


L’Italia disuguale, invisibile alla politica
Post di Mario Pianta del 19/03/2013 su www.sbilanciamoci.info 

L’Italia è uno dei paesi più disuguali d’Europa. La politica ha aggravato le disparità prodotte dal mercato e tutto questo è rimasto invisibile nella campagna elettorale. Fino al brusco risveglio del dopo-voto

Giovedì 21 marzo è in edicola MicroMega con un almanacco sul “Ritorno dell'eguaglianza”, “stella polare” della sinistra. Curato da Emilio Carnevali e Roberto Petrini, il volume ospita un saggio di Joseph Stiglitz, scritto in collaborazione con Mauro Gallegati, “Se l'1% detta legge”. Mario Pianta, Francesco Bogliacino e Michele Raitano spiegano perché la disuguaglianza dei redditi è cresciuta in Italia e nel mondo. Altre dimensioni del problema sono esaminate da Marcella Corsi e Federico Rampini, mentre le politiche sono esaminate nei saggi di Nicola Acocella, Paolo De Ioanna, Alessandro Guzzini, Vladimiro Giacché e Giovanni Perazzoli. Un confronto tra visioni diverse si trova nei dialoghi fra Pietro Reichlin e Sergio Cesaratto e fra Ugo Mattei e Massimo Pivetti. Infine, le riflessioni, tra economia e politica, di Maurizio Franzini, Alessandro Roncaglia, Pierfranco Pellizzetti e Raffaello Lupi. Anticipiamo qui una sintesi dell’articolo di Mario Pianta “L’Italia disuguale”.

Il prodotto dell’economia si distribuisce in tre parti: quella che va al lavoro come salari, quella che va alle imprese come profitti e quella che va alla finanza come interessi e rendite. Secondo Eurostat, nei 17 paesi dell’eurozona la quota dei profitti e delle rendite nel 2010 è del 40%, mentre ai salari va il 60% del reddito. In Italia la fetta dei profitti nel 2010 era del 45%, con la quota dei salari al 55%. I profitti sono cresciuti in Italia del 3% in media l’anno tra il 1993 e il 2000, e dello 0,6% tra il 2000 e il 2007. La “fetta” dei salari è cresciuta dello 0,8 negli anni novanta e dell’1,8% l’anno negli anni duemila. Ma se consideriamo i salari medi per lavoratore, troviamo che sono diminuiti di oltre lo 0,1% in media l’anno per due decenni.

Questa è la distribuzione tra le classi sociali. E quella tra gli individui? Due rapporti dell’Ocse hanno analizzato i redditi degli individui, trovando un aumento generalizzato delle disuguaglianze in quasi tutti i paesi tra gli anni ottanta e oggi. Nel 2008 il reddito familiare disponibile medio degli italiani di età lavorativa era di 19.400 euro; per il 10% più ricco era di 49.300 euro, per il rimanente 90% era di 16.000 euro, per il 10% più povero di appena 4.900 euro.

Tra la metà degli anni ottanta e la fine degli anni duemila il reddito disponibile (in termini reali) per la popolazione in età di lavoro è aumentato di 126 miliardi di euro: è stato questo l’aumento della “torta” delle possibilità di spesa. Il 10% dei più ricchi se ne è preso un terzo, 42 miliardi, pari a 11 mila euro in più per individuo. Al 10% dei più poveri sono andate solo le briciole, 8 miliardi, pari a 200 euro di aumento pro capite. Il risultato è che oggi, secondo l’Ocse, la disuguaglianza nei redditi di mercato in Italia – sulla base di diverse misure - è superiore alla media dell’Europa, ed è superata solo da Portogallo e Gran Bretagna.

Guardiamo più da vicino il vertice della piramide. L’1% più ricco degli italiani – 380 mila persone in età di lavoro - ha una fetta del reddito totale di quasi il 10% nel 2008, contro il 7% degli anni ottanta. Ancora più in alto, i 38 mila che sono lo 0,1% più ricco degli italiani hanno una quota di reddito passata dall’1,8 al 2,6% del totale del paese: 19 miliardi, oltre 500 mila euro l’anno per ciascuno. Lo stesso ammontare se lo deve dividere oggi in Italia il 10% più povero della popolazione in età di lavoro: 38 mila persone possono spendere come 3 milioni e 800 mila, ogni ricco ha il reddito di cento poveri.

Poi c’è lo stock di ricchezza da considerare. Nel 2010 la ricchezza netta totale degli italiani era stimata in 9.500 miliardi di euro, ed è cresciuta moltissimo: oggi (a prezzi costanti) è sette volte e mezza in più del 1965; il tasso di crescita è stato del 4,7% l’anno, un record a confronto con il ristagno del reddito complessivo. Il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% della ricchezza totale, mentre riceve il 27% del reddito. Il 50% delle famiglie più povere dispone di appena il 10% della ricchezza totale. All’estremo vertice della piramide, ciascuno dei dieci individui più ricchi d’Italia ha una ricchezza pari a quella di trecentomilaitaliani poveri. Un dato da paese feudale.

È possibile che questa realtà sia stata completamente invisibile nelle elezioni dello scorso febbraio? Il peso del debito pubblico, l’obbligo dell’austerità, i “vincoli posti dall’Europa”, la riduzione delle tasse sono i temi che hanno occupato lo spazio della politica e dato forma ai programmi elettorali. Il centro sinistra si è presentato all’insegna dell’”Italia bene comune” e dell’”Italia giusta”: riferimenti opportuni, ma rimasti privi di contenuti quando si passava alle proposte politiche. Di quali fossero le ingiustizie dell’Italia non si è parlato in campagna elettorale. Meno ancora di come porvi rimedio.

Oggi l’ingiustizia più grande del paese non sono le tasse, non è la precarietà, non è la disoccupazione provocata dalla crisi, non è nemmeno la “casta” dei politici: è ladisuguaglianza. È questa l’ingiustizia in cui confluiscono tutte le precedenti, il fenomeno che indebolisce l’economia, frammenta la società, snatura la politica. È il risultato del cambiamento, a partire dagli anni ottanta, nei rapporti di forza tra capitale e lavoro, degli effetti di globalizzazione, nuove tecnologie e strategie d’impresa che hanno distrutto posti di lavoro, delle conseguenze di politiche che hanno ridotto tutele e diritti, fermato la redistribuzione, protetto i privilegi e lasciato crescere la povertà. Da qui viene l’impoverimento di nove italiani su dieci e la concentrazione di reddito e ricchezza nelle mani del 10% di privilegiati: una realtà rimasta fuori dai riflettori della campagna elettorale e difficile da comprendere anche per molti cittadini.

Alcuni hanno percepito come ingiustizia l’imposizione dell’Imu e il carico fiscale – e questo ha portato all’impropria convergenza nelle urne tra l’élite dei veri privilegiati e classi medie impoverite aggrappate alle loro proprietà, alle opportunità di condoni ed evasione fiscale. Si è consolidato in questo modo quel 29% di elettorato restato fedele a Berlusconi e alla Lega. Altri hanno percepito come ingiustizia la perdita di lavoro, reddito e diritti provocata dalla crisi e dalle politiche di austerità. L’assenza di una prospettiva politica capace di intervenire su questi fattori di disagio sociale ha alimentato il consenso elettorale del Movimento Cinque Stelle, sottraendo voti a un centro sinistra che in questi decenni non ha visto il problema delle disuguaglianze e non è intervenuto per limitarle.

Se la politica tradizionale è sorda e impotente di fronte al peggioramento delle condizioni di vita di nove italiani su dieci, allora il consenso va a chi offre un rifiuto radicale di quellapolitica. Oppure si estende l’astensione dal voto. In entrambi i casi, il comportamento elettorale diventa l’espressione diretta di una particolare condizione individuale. E questo orizzonte esclusivamente individuale è esso stesso alla base della diffusa accettazione, negli ultimi decenni, di disuguaglianze crescenti. È cresciuta la “tolleranza” sociale per i superstipendi di manager e calciatori, come per il crescente numero dei senza casa; è mancata la protesta contro l’aumento delle disparità; l’uguaglianza è stata ridotta alle pari opportunità.

Di fronte alla profondità della crisi economica e sociale, e alla gravità dello sconvolgimento politico avvenuto col voto di febbraio, è essenziale mettere al centro la questione della disuguaglianza: capire come si può cambiare una distribuzione del reddito così ingiusta, come si può ricomporre la frammentazione sociale, come si possono dare risposte alla frustrazione politica.


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Il ritorno dell’eguaglianza

pubblicato 21 mar 2013, 08:25 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 21 mar 2013, 08:36 ]

MicroMega 3/2013 - Almanacco di Economia: “Il ritorno dell’eguaglianza” - Ecco il sommario del nuovo numero in edicola da giovedì 21 marzo

Nel mezzo della più grande crisi dal dopoguerra MicroMega sceglie di dedicare uno dei suoi almanacchi monografici all'economia (in edicola da giovedì 21 marzo). Più precisamente, il tema è quello del Ritorno dell'eguaglianza. Se è vero, infatti, che la questione sociale è tornata prepotentemente di attualità anche nel “ricco” Occidente, oggi più che mai vale la lezione di Norberto Bobbio, per il quale senza la “stella polare” dell'eguaglianza viene meno la stessa ragion d'essere della sinistra e di qualsiasi riformismo. 

Il volume, che si apre con i contributi dei due curatori,Emilio Carnevali e Roberto Petrini, ospita innanzitutto un lungo saggio del Premio Nobel dell'Economia Joseph Stiglitz, scritto in collaborazione con Mauro Gallegati e intitolato “Se l'1% detta legge”: la crisi economica scoppiata nel 2008 – spiegano i due economisti – non ha fatto altro che aggravare tendenze già in atto e frutto di scelte politiche precise, in base alle quali i ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. 

A seguire, Mario Pianta, Francesco Bogliacino e Michele Raitano spiegano come e perché la disuguaglianza dei redditi è cresciuta in Italia e nel mondo negli ultimi trent'anni, mentre Marcella Corsi affronta il tema di una disuguaglianza ancora molto sottovalutata nell'ambito delle scienze economiche: quella fra uomini e donne, fra lavoratori e lavoratrici. Federico Rampini ricostruisce il processo di sviluppo in atto in paesi emergenti come Brasile, Cina e India, dove l'accesso a diritti non monetizzabili come salute, longevità e istruzione si è enormemente incrementato rispetto al passato recente grazie ad un ruolo attivo esercitato dalle istituzioni pubbliche nel governo dell'economia. 

Una cospicua parte del volume è inoltre dedicata alle politiche economiche, ovvero alle ricette possibili per una più equa distribuzione della ricchezza, e alle strategie per una declinazione pratica e concreta del principio di eguaglianza. Si collocano in questa sezione i saggi di Nicola Acocella, Paolo De Ioanna,Alessandro Guzzini, Vladimiro Giacché e Giovanni Perazzoli. 

Non mancano le controversie fra punti di vista diversi, all'interno della sinistra, sul modo di concepire l'uguaglianza e i “beni comuni” (come mostrano i due dialoghi fra Pietro Reichlin e Sergio Cesaratto e fra Ugo Mattei e Massimo Pivetti). Sempre al tema del rapporto fra eguaglianza, libertà, pari opportunità, lavoro e crescita sono dedicati infine gli interventi – a metà strada fra teoria economica, riflessione filosofico-morale e indagine sociologica – di Maurizio Franzini,Alessandro Roncaglia, Pierfranco Pellizzetti e Raffaello Lupi. 

Un numero ricchissimo e da non perdere. Una bussola fondamentale per capire la crisi e per provare ad uscirne... con una società più giusta. 

IL SOMMARIO

LA LINEA GENERALE
Emilio Carnevali - La stella polare dell'eguaglianza
Perché una rivista come MicroMega sceglie di dedicare un numero speciale – un ‘almanacco’ – all’economia? E, più precisamente, al tema dell’eguaglianza? Basterebbe a spiegarlo la drammatica realtà sociale di un paese – l’Italia – e di un continente – l’Europa – sconvolti dalla più grave crisi economica dal dopoguerra. Ma c’è di più: questa crisi non è solo economica. È una crisi civile, politica e morale che richiede un ripensamento profondo del nostro patto di convivenza.

IL SASSO NELLO STAGNO
Roberto Petrini - Le giraffe di Keynes

“La società non esiste”: così Margaret Thatcher salutava l’avvento di una nuova era. Un’era che vedeva al centro l’individuo considerato come un atomo, che celebrava il trionfo del liberismo sotto le mentite spoglie di una malintesa meritocrazia, che promuoveva la deregolamentazione come formula magica per l’arricchimento di tutti. Solo riappropriandosi del suo ‘dna egualitarista’ l’Occidente potrà ritrovare il sentiero interrotto del benessere collettivo e di uno sviluppo equilibrato.

SAGGIO 1
Joseph Stiglitz in collaborazione con Mauro Gallegati - Se l'1% detta legge
A partire dalla fine degli anni Ottanta la disuguaglianza _è andata aumentando considerevolmente negli Stati Uniti, e tale tendenza non ha fatto che aggravarsi in seguito _alla crisi finanziaria del 2007-8. I ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri e numerosi mentre la classe media sta scomparendo. Tutto ciò non è affatto inevitabile, ma il risultato di precise scelte politiche che, per dirla con il movimento di Occupy Wall Street, favoriscono l’1% contro il 99%.

ICEBERG 1 - perché diseguali?
Mario Pianta - L'Italia disuguale
Le ultime elezioni politiche ci parlano di un disagio sociale crescente, che le politiche di austerità implementate dal governo Monti non bastano a spiegare. Alla radice della rabbia e della frustrazione di una parte consistente dell’elettorato italiano c’è infatti la realtà di un paese in cui, da più di vent’anni, le disparità nella distribuzione del reddito e in quella della ricchezza sono andate aumentando costantemente, fino a configurare una situazione da paese feudale.

Francesco Bogliacino - Un mondo sempre più disuguale
Nell’autunno del 2008 il movimento di Occupy Wall Street attirava su di sé l’attenzione del mondo sfilando a New York al grido di “We are the 99%”. Si trattava, apparentemente, solo di un azzeccato slogan politico, di uno stratagemma di comunicazione tanto efficace quanto generico. In realtà la concentrazione crescente di reddito nelle mani dell’uno o del dieci percento più ricco della popolazione è ormai un fatto assodato negli studi sulla disuguaglianza. Ed è una tendenza in atto anche fuori dall’Occidente.

Michele Raitano - Di padre in figlio: l'Italia feudale
L’Italia è, insieme a Stati Uniti, Regno Unito e Svizzera, in cima alla graduatoria dei paesi Ocse per trasmissione intergenerazionale delle diseguaglianze dei redditi. Se nasci figlio di un ricco, hai buone probabilità di diventare ricco a tua volta. Se invece vieni da una famiglia povera, sarà molto difficile che l’ascensore sociale ti porti a superare la tua condizione di origine. Quali sono i meccanismi che presiedono a tale trasmissione? E che legame c’è fra dispersione nei salari e mobilità sociale?

Marcella Corsi - La signora Cipputi sta ancora peggio
In Italia il rendimento scolastico delle donne è significativamente migliore di quello degli uomini. Eppure guadagnano meno dei colleghi maschi, sono impiegate prevalentemente in attività a basso valore aggiunto e non sono presenti nei vertici delle aziende. Quando sceglie di avere un figlio quasi la metà delle madri italiane è costretta ad uscire dal mercato del lavoro. Come invertire la rotta?

NOSTRA PATRIA È IL MONDO INTERO
Federico Rampini - Diseguaglianze e paesi emergenti

L’osservazione delle dinamiche economiche e sociali in atto in paesi come Brasile, Cina e India ha come effetto la rimessa in discussione del modo in cui siamo soliti misurare la diseguaglianza. Se è vero che le società dei paesi emergenti sono oggi decisamente diseguali, è anche vero che, al loro interno, molte più persone che in passato hanno accesso a diritti non monetizzabili come salute, longevità e istruzione. Un dato di fatto, quest’ultimo, strettamente collegato al ruolo ricoperto dallo Stato nella gestione dei processi economici.

DIALOGO 1
Pietro Reichlin / Sergio Cesaratto - Eguaglianza? Dipende

Senza un legame forte con i concetti di eguaglianza e giustizia sociale la sinistra non ha ragion d’essere. Ma a seconda dei contesti tali princìpi possono assumere significati molto diversi. In che senso si dovrebbe promuovere l’‘eguaglianza fra i cittadini’? In rapporto a quali aspetti della loro vita? E secondo quale criterio dal punto di vista economico? Assumendo l’obiettivo di una maggiore equità, come dovrebbe essere riformato il nostro welfare?
ICEBERG 2 - l'eguaglianza possibile
Nicola Acocella - Redistribuire la ricchezza

Tutte le misure di politica economica sono, in ultima analisi, ‘politiche redistributive’. È tuttavia la politica del bilancio pubblico lo strumento principale per il perseguimento di obiettivi di equità. Ecco quali sono i dispositivi attraverso i quali opera. Quali sono le critiche alle quali è stata recentemente sottoposta. E perché il welfare è ancora il fondamento imprescindibile del nostro patto di cittadinanza.

Paolo De Ioanna - È possibile una spending review di sinistra?
L’obiettivo di una vera spending review non è quello di tagliare purchessia, ma di innovare in profondità e razionalizzare le scelte di spesa per favorire sviluppo e produttività. In questo quadro, le soluzioni contabili e gestionali devono seguire ed essere strumentali agli obiettivi, capovolgendo la prassi seguita dal governo dei tecnici.

Alessandro Guzzini - La crisi nasce dalla disuguaglianza

La crisi economica viene spesso descritta dai grandi media come un fenomeno meteorologico, un evento catastrofico e imprevisto che scende dal cielo. Le sue cause, in realtà, si sono accumulate nel corso degli ultimi decenni: dalla crescente disuguaglianza che ha favorito l’esplosione del debito privato negli Usa all’assenza di meccanismi in grado di riequilibrare le differenze di competitività nell’Eurozona. Guardarsi indietro serve: solo da una corretta diagnosi può derivare una corretta cura.

Vladimiro Giacché - Apologia della banca pubblica

Con la grande crisi scoppiata nel 2007-8 l’intero sistema finanziario del mondo occidentale è giunto sull’orlo del collasso. È stato salvato dall’intervento dell’autorità pubblica, spesso attraverso l’ingresso dello Stato nel capitale delle banche in difficoltà. Solo in Italia questa opzione è stata sempre esclusa anche solo dal novero delle possibilità. Qui da noi è ancora ben radicato il dogmatismo ideologico che portò alla dissennata stagione delle privatizzazioni degli anni Novanta. È giunto il momento di cambiare rotta.

Giovanni Perazzoli - Reddito minimo garantito: ce lo chiede l’Europa!
L’austerità viene spesso evocata come uno spettro al cui cospetto l’idea di un reddito minimo garantito appartiene al mondo dei sogni. Ma la politica e l’opinione pubblica italiane sembrano ignorare del tutto le forme di welfare presenti in altri paesi europei. Un tour sulle misure di sostegno al reddito, alla casa e all'integrazione sociale adottate dagli Stati del Vecchio Continente.

SAGGIO 2
Raffaello Lupi - Parametri morali e parametri economici

Nelle società preindustriali si stava indubbiamente ‘peggio’: la vita era dura, esposta alla natura e alle malattie; ma il sistema era ‘comprensibile’. Nelle società moderne si sta meglio, ma è più difficile rendersi intuitivamente conto del contributo di ciascuno all’organizzazione sociale complessiva. Ecco perché il tema dell’uguaglianza contrapposta alla disuguaglianza, il dibattito intorno alle giustificazioni teoriche, etiche, economiche del nostro posizionamento reciproco, attinge al cuore profondo della condizione umana nella contemporaneità. 

ICEBERG 3 - commons
Alessandro Roncaglia - Sinistra e diseguaglianza

La globalizzazione e i cambiamenti politici in direzione ultraliberista degli ultimi decenni hanno aumentato le diseguaglianze all’interno della società. Ma una sinistra degna di questo nome deve capire che la distribuzione del reddito non è una questione strettamente economica, in quanto fa parte di un più vasto contesto sociale e politico. E i beni comuni possono rappresentare un modello di progresso socialmente sostenibile e, contemporaneamente, di equità non utopistica.

Pierfranco Pellizzetti - Il collettivo: spunti per l'Altrapolitica
Un’altra idea di società, oltre la crisi del modello neoliberista, non può costruirsi sulle macerie di schemi e soluzioni di un passato pronto a tornare nei ricorsi della storia, ma richiede l’adozione di un paradigma nuovo. Per questo occorre tornare a interrogarsi su una categoria come il ‘comune’, denunciando il mito di un’età dell’oro, contadina e medievale, che essa finisce per evocare. Al contrario, serve oggi una nuova idea del ‘fare società’ nella lotta per la conquista di nuovi diritti: quella del ‘collettivo’.

DIALOGO 2
Ugo Mattei / Massimo Pivetti - La rivolta dei beni comuni

Dalla vittoria referendaria sull'acqua l’espressione ‘bene comune’ è diventata inflazionata, tanto da dare il nome alla coalizione del centro-sinistra. Ma cosa sono realmente i commons? Un giurista, estensore del manifesto dei beni comuni, e un economista critico si confrontano sul loro significato: rappresentano davvero un’alternativa sia al privato che al pubblico o si tratta di mero folklore figlio di una cultura pre-industriale?

SAGGIO 3
Maurizio Franzini - La disuguaglianza? No problem!

Gli economisti ortodossi non sono soliti occuparsi – né, tanto meno, preoccuparsi – della disuguaglianza. Per quali ragioni? Essenzialmente perché sostengono tre tesi: ‘il problema è un altro’ (quello della povertà); ‘la disuguaglianza serve’ (fa funzionare meglio l’economia); ‘il mercato è giusto’. A un’analisi attenta ognuna di queste tesi si rivela facilmente controvertibile. Ma la logica del ragionamento ad esse sotteso si ritrova anche in molte argomentazioni ‘egualitariste’ care agli economisti eterodossi e di sinistra.

Cosa sta dicendo l'Italia?

pubblicato 09 mar 2013, 10:03 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 07 apr 2013, 13:35 ]


Con il titolo originale "What is Italy Saying?" scrive Stiglitz su Project Syndicate del 04 marzo 2013
"I risultati delle elezioni italiane dovrebbero essere un messaggio chiaro per i leader europei: le politiche di austerità che hanno perseguito vengono rifiutate dagli elettori. 
Il progetto Europa, per quanto idealistico, è sempre stato una iniziativa dall'alto verso il basso. Tuttavia, è questione ben diversa incoraggiare dei tecnocrati alla guida dei paesi, apparentemente aggirando i processi democratici ed imponendo politiche che conducono ad una diffusa miseria pubblica.  
Mentre i leader europei cercano di evitare la parola, la realtà è che buona parte dell'Unione Europea è un depressione. La perdita di prodotto avvenuta in Italia dall'inizio della crisi ha raggiunto i livelli degli anni '30. La disoccupazione giovanile in Grecia supera ora il 60% mentre in Spagna è sopra il 50%. Con la distruzione del capitale umano il tessuto sociale dell'Europa sta sfaldandosi mentre il suo futuro viene messo a repentaglio.
I dottori dell'economia dicono che il paziente deve sopportare la terapia. I leader politici che suggeriscono altre modalità vengono etichettati come populisti. La realtà però è che la cura non sta funzionando, e non c'è speranza che funzioni - o meglio, senza diventare peggio della malattia stessa. In verità, ci vorrà una decina di anni o più per recuperare le perdite accumulate nel processo di austerità.
In breve, non è stato ne il populismo ne la miopia a spingere i cittadini a rifiutare le politiche a loro imposte. Ma la consapevolezza che queste politiche sono profondamente sbagliate.
In Europa, i talenti e le risorse - il capitale fisico, umano e naturale - sono uguali oggi a quello che erano prima dell'inizio della crisi. Il problema è che le ricette impostestanno protando ad una massiccia sottoutilizzazione di queste risorse. Qualunque sia il problema dell'Europa, una risposta che implica uno spreco di tale entità non può essere una soluzione. 
La diagnosi semplicistica delle difficoltà dell'Europa - che i paesi  in crisi lo siano perché hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità - è chiaramente almeno in parte sbagliata. La Spagna e l'Irlanda avevano prima della crisi avanzi fiscali e bassi rapporti debito/PIL. Se la Grecia fosse stato l'unico problema, l'Europa avrebbe potuto affrontarlo facilmente. 
Una serie di ben-note politiche alternative potrebbero funzionare. L'Europa ha bisogno di maggiore federalismo fiscale, non solo della supervisione centralizzata dei budget nazionali. Per la verità, l'Europa potrebbe non avere bisogno del rapporto due a uno tra la spesa federale e quella degli stati che troviamo negli Stati Uniti; ma ha certamente bisogno di un livello di spesa Europea molto più elevato del minuscolo budget UE (da ridurre ulteriormente secondo i fautori dell'austerità).
Sarebbe anche necessaria una unione bancaria, Ma deve essere una unione reale, con comune deposito di garanzia e comuni procedure di risoluzione, così come comune supervisione. Ci dovranno inoltre essere degli Euro-bond  o uno strumento equivalente.
I leader Europei  riconoscono che, senza crescita, il peso del debito continuerà a crescere e che l'austerità da sola è una strategia anti-crescita. Eppure gli anni passano e non mettono sul tavolo alcuna strategia per la crescita, benché i componenti necessari siano ben conosciuti: politiche che affrontino i disequilibri interni all'Europa e l'enorme surplus esterno della Germania, che ha ora raggiunto i livelli della Cina (ed è più del doppio rispetto al PIL). In concreto questo significa l'aumento dei salari in Germania e politiche industriali che promuovano esportazione e produttività nelle economie periferiche dell'Europa.
Quello che non funzionerebbe, almeno per la maggioranza dei paesi della zona euro, è la svalutazione interna - ossia la riduzione forzata di salari e prezzi - perché questa aumenterebbe il peso del debito sulle famiglie, sulle aziende e sui governi (che detengono per lo più debito in valuta Euro). Inoltre, con aggiustamenti  che avvengono a velocità differenti in differenti settori, la deflazione porterebbe a massicce distorsioni nell'economia.
Se la svalutazione interna fosse una soluzione, allora lo standard dell'oro non sarebbe stato un problema durante la Grande depressione. La svalutazione interna, combinata con l'austerità e con il principio di mercato singolo (che facilita la fuga di capitali e l'emorragia dei sistemi bancari) risulta in una combinazione tossica.
Il progetto Europeo era ed è una grande idea politica. Ha il potenziale di promuovere sia prosperità che pace. Ma, invece di migliorare la solidarietà all'interno dell'Europa, sta seminando semi di discordia tra e dentro i paesi.
I leader dell'Europa ripetono la promessa di fare tutto il necessario per salvare l'euro.  La promessa del presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, di fare "tutto quello che serve" è servita a creare una calma provvisoria. Ma la Germania ha consistentemente rifiutato qualsiasi politica che porterebbe ad una soluzione di lungo termine. Sembra che i tedeschi vogliano fare tutto tranne quello che sarebbe davvero necessario.
Naturalmente, i tedeschi hanno accettato con riluttanza la necessità di una unione bancaria che comprende una comune garanzia di deposito. Tuttavia il ritmo con cui fanno concessioni alle riforme è fuori fase rispetto ai mercati. I sistemi bancari di diversi paesi sono già da terapia intensiva. Quanti altri dovranno finire in terapia intensiva prima che l'unione bancaria diventi una realtà?
Si, l'Europa necessita di riforme strutturali, come insistono i fautori dell'austerità. Ma è la riforma strutturale dei meccanismi istituzionali dell'euro-zona piuttosto che riforme all'interno dei singoli paesi, che avrebbe il maggiore impatto. Se l'Europa non sarà disposta a fare queste riforme, potrebbe dovere lasciare morire l'euro per salvare se stessa.
L'unione economica e monetaria dell'UE è sempre stato un mezzo per raggiungere un fine e non un fine a se stante. Gli elettori europei sembrano essersi resi conto che, con gli attuali meccanismi , l'euro sta minacciando le finalità stesse per le quali era stato creato.  Questa è la semplice verità che i leader politici europei non riescono a vedere.


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