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Perché la disuguaglianza dei redditi è destinata a rimanere

pubblicato 04 gen 2013, 07:19 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 05 gen 2013, 03:17 ]

Branko Milanovicpubblicato su Harvard business review il 3 gennaio 2013 con il titolo originale "Why Income Inequality Is Here to Stay" di  Branko Milanovic   [economista alla Banca Mondiale, è uno dei massimi esperti di disuguaglianza globale. Insegna nell’Università del Maryland. Fra i suoi libri pubblicati in Italia: «Mondi divisi» (Bruno Mondadori, 2007) ed il più recente «Chi ha e chi non Ha» (Il Mulino, 2012)


Prima della globale crisi finanziaria, la materia della disuguaglianza tra redditi era relegata al mondo sommerso dell'economia. Le motivazioni di coloro che studiavano l'argomento erano criticate. Secondo Martin Feldstein, capo dei consiglieri economici di Reagan, questi individui dovevano essere spinti dall'invidia. Robert Lucas, premio Nobel, pensava che "niente [è] tanto velenoso" per lo studio dell'economia quanto "concentrarsi  su questioni di distribuzione."

Ma nel mezzo di bailout [paracadute contro bancarotta], disoccupazione e sempre nuovi scandali finanziari dell'1% lo studio della disuguaglianza di redditi sta infiltrandosi  nella corrente principale dello studio dell'economia e legittimandosi come  soggetto di ricerca. Eppure la maggior parte della nuova ricerca si limita a studiare il problema; sembrano esserci straordinariamente poche idee su come contenere la crescente disuguaglianza tra redditi negli Stati Uniti ed altrove. Un osservatore potrebbe ricavarne l'impressione che lo studio della disuguaglianza sia stato così a lungo trascurato per mancanza di idee su come la politica economica dovrebbe affrontare la questione.  

Non è vero. Nonostante l'impressione che niente di sostanzioso potesse essere detto sull'argomento, economisti e filosofi politici hanno delineato, all'interno di modelli piuttosto consistenti, idee precise  su come dovrebbe essere l'ottimale, o [almeno] una migliore, distribuzione dei redditi. Mi concentro qui su due approcci, forse i più influenti, rispettivamente quelli del filosofo politico  John Rawls e dell' economista  John Roemer. Cominciamo da Rawls. Nel suo  "Una teoria della giustizia" (pubblicato nel 1971), Rawls respinge la cosiddetta"meritocrazia" come totalmente inadeguata. In tale società [meritocratica], i poveri non sono formalmente esclusi da nessuna professione, tuttavia la società non fa quasi nulla per correggere la disparità delle posizioni di partenza. Nella visione di Rawls sarebbe necessaria almeno una "uguaglianza liberale" nella quale  sia limitata l'ereditarietà delle ricchezze e sia effettivamente garantito per tutti uguale accesso  all'istruzione.  Questo perché né una ricchezza ereditata né una istruzione privilegiata ci provengono dall'impegno personale, ma piuttosto dalle circostanze della nostra nascita. E come tali non dovrebbero influenzare il reddito personale.

Rawls si spinge anche oltre  propugnando il pareggiamento di altre caratteristiche "non meritate", come il talento, anche questo ereditato senza apporto da parte dell'individuo. In questa opinione concorda con l'economista olandese Jan Tinbergen, vincitore del premio Nobel per l'economia circa 40 anni fa, che pensava che pagare qualcuno per il suo talento era come corrispondergli una rendita: un reddito non strettamente necessario alla produzione.

Una distribuzione che corregga per tutte queste "immeritate" circostanze (la famiglia ed il patrimonio di nascita ed i talenti ereditati) dovrebbe, o così parrebbe, essere molto egalitaria. Non necessariamente. Rawls permette  una crescita nelle disparità tra i redditi  purché  si accompagni alla crescita dei redditi assoluti per i poveri;  e così.  in una  bizzarra versione dell'economia del trickle-down [ricaduta dei vantaggi], lascia aperta  la porta per disuguaglianze potenzialmente elevate. I redditi possono essere diversi per corrispondenti diversi livelli di impegno , purché:  primo, siano "ripuliti" da tutti i vantaggi e gli svantaggi di partenza; e secondo, la differenza comporti un vantaggio per i poveri. Questi sono entrambe prerequisiti molto tassativi, è vero, eppure, dopo avere corretto scrupolosamente per tutti gli immeritati vantaggi di partenza, Rawls considera accettabile una considerevole disuguaglianza tra i redditi.

Nel suo libro del 1998  Equality of Opportunity [Uguaglianza di opportunità]  ed in pubblicazioni più recenti, John Roemer prova a elaborare ulteriormente sull'idea che i redditi debbano essere proporzionati all'impegno personale ed indipendenti da tutte le circostanze che favoriscono o svantaggiano un individuo. Così se ci sono due classi di persone che, per diversa estrazione hanno diversi livelli di produttività (diciamo gli A produttivi ed i B meno produttivi) i redditi non devono essere stabiliti in base a questa differente produttività. Piuttosto deve essere premiato l'impegno. Supponi di appartenere alla classe B degli svantaggiati, ma che il tuo impegno ti faccia raggiungere l'ottantesimo percentile nella distribuzione degli impegni di tutti i B. Allora devi essere retribuito tanto quanto un individuo di tipo A dello stesso percentile (80o)  per impegno nella distribuzione di tutti  gli A - anche se costui o costei, grazie ai vantaggi che ha ereditato, produce più di te.

La ricetta di Roemer permetterebbe disuguaglianze di retribuzione abbastanza ampie all'interno delle varie classi di individui (dato che possiamo supporre che  anche i livelli di impegno siano distribuiti con ampie variazioni), ma la disuguaglianza inter-classe sarebbe nulla. Come nella teoria di Rawls, i redditi dipenderebbero dagli sforzi individuali "ripuliti"  dalle circostanze, ma la distribuzione dei redditi complessiva  di Roemer potrebbe essere più ristretta perché non è esplicitamente previsto che la disuguaglianza possa crescere  purché crescano i redditi assoluti della povera gente.

Di conseguenza, quando ci chiediamo come contenere l'aumento della disuguaglianza, troviamo alcune risposte dai filosofi politici e dagli economisti che, tradotte in termini politici, comporterebbero riforme che spaziano dal relativamente moderato al fortemente radicale. Scegliere l'"Uguaglianza Liberale" di Rawls implicherebbe un sostanziale aumento delle aliquote fiscali  per i ricchi, imposte di successione più elevate ed un livellamento delle possibilità effettive di accedere alla migliore istruzione. L'approccio di Roemer parificherebbe ulteriormente  le retribuzioni tra i vari gruppi (definiti  secondo l'educazione dei genitori, il reddito, la razza ed il genere) mentre permette una variabilità di redditi all'interno dei gruppi. Infine, se  volessimo spingerci oltre e correggere per la "rendita" percepita grazie al talento, come richiesto da Rawls in "democratic equality"[uguaglianza democratica] ,  allora otterremmo un livellamento ancora più radicale. Si dovrebbero forse imporre limiti ai salari più elevati, oppure aliquote marginali delle imposte sui redditi molto alte (75%-90%) così come  dare molto più slancio alla pubblica istruzione (forse, per esempio, nazionalizzando parte delle strutture ora detenute da istituzioni private tipo Harvard e Yale ed usandole per elevare la qualità dell'istruzione pubblica).

Quindi, esistono idee su come combattere le forze che paiono spingere i paesi verso una sempre crescente disuguaglianza. Ma persino questo breve schizzo basta ad evidenziare quanto queste idee siano lontane dai desideri politici della maggioranza dell'elettorato USA. Nessuna di queste proposte, ad eccezione forse delle più moderate, trova alcun supporto popolare.  

I cittadini sembrano desiderare cose che sono mutualmente incompatibili: da un lato minore disuguaglianza e più pari opportunità (così che i vantaggi ereditati abbiano meno rilevanza), e dall'altro perseverare con le attuali politiche di bassa tassazione. E' difficile vedere come queste politiche, specialmente in un epoca di rivoluzioni tecnologiche  quando grandi fortune si accumulano velocemente, possano portare a risultati molto diversi da quelli riscontrati nelle ultimo trentennio.  Si direbbe quindi che non siano le idee a mancare,  bensì la volontà di  metterle in atto.
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