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Mentre l'uomo di Davos prospera, il resto della gente paga per i suoi eccessi

pubblicato 25 gen 2013, 12:20 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 27 gen 2013, 06:13 ]
apparso con il titolo originale di "Davos man thrives while the rest of us pay for his excesses" di  Will Hutton sul The Observer, di domenica 20 gennaio 2013
Il villaggio di Davos, luogo di incontro del World Economic Forum. 
Fotografia di Fabrice Coffrini/AFP/Getty Images
"Dinamismo", la parola magica del World Economic Forum per trovare la via d'uscita dalla crisi, è totalmente priva di significato.

Più di 2500 uomini e donne alfa provenienti da più di 100 paesi arriveranno a Davos questa settimana per passare quattro giorni a discutere dell'urgente bisogno del mondo di adottare un "dinamismo resiliente". Questa è la parola d'ordine quest'anno alla riunione annuale dei pezzi grossi del WEF  dove si sostiene  sia la via per uscire dalla crisi. Ma è priva di significato.

Chi oserebbe per esempio proporre una "stagnazione non resiliente"? Il capitalismo occidentale e, si potrebbe sostenere, il capitalismo globale sono arrivati ad un apparente punto morto. Sono in seri guai. Ma se la migliore risposta all'austerità  ed al malessere economico è il dinamismo resiliente, i delegati farebbero meglio a restarsene a casa propria. Come invocazione all'azione si potrebbe chiedere a tutti di essere veri uomini, vere donne e decisi. Tutti stati mentali pieni di virtù  ma poco efficaci come piani di battaglia politica.

Comunque, per la maggioranza dei leader del mondo del business che interverranno a Davos, il malessere economico è solo una astrazione.  La quota di PIL per i profitti ha raggiunto  livelli record in quasi tutti i paesi occidentali , assieme agli stipendi dei grandi dirigenti.  Nel frattempo i salari reali della maggioranza stanno stagnando se non addirittura calando e, secondo la giustificazione dei nostri leader dell'economia a Davos, questa non è che l'appropriata, se pur triste, conseguenza di "aggiustamenti strutturali".  Goldman Sachs, per esempio, mentre  ha vergognosamente rimandato il pagamento dei bonus al prossimo anno fiscale per favorire i dirigenti con aliquote fiscali più basse, ha appena terminato un anno di grande  crescita. Gli uomini e le donne di Davos  stanno prosperando. Nessun "aggiustamento strutturale" per loro. 

Ci saranno senza dubbio i soliti appelli per più libero mercato, più ricerca scientifica e più investimenti in talenti, mentre i manager costosamente vestiti si muoveranno tra i seminari e i discorsi risonanti e la reception per tornare a cena. Ma quello che non si vedrà a Davos sarà la volontà  di modificare il modo con cui il capitalismo si organizza.  Che può fare quello che vuole e cioè  continuerà a prodigare fortune ai ricchi, senza grandi rischi, mentre riserverà la sofferenza per gli altri. 

Paradossalmente  il capitalismo è in crisi soprattutto  perché eliminando la competizione ha scardinato il  proprio dinamismo e la propria capacità di innovazione.  Invece offre solamente enorme ed ingiustificato ulteriore arricchimento per coloro che sono già ricchi. 

E  gli effetti malefici della disuguaglianza non si fermano qui.  Sono rimasto inebetito quando ho letto in un recente documento di lavoro del Fondo Monetario Internazionale , dal titolo poco accattivante di "Income Inequality and Current Account Imbalances" [Disuguaglianza tra i Redditi e Squilibri di Conto Corrente], che l'intero - sì, l'intero - peggioramento del deficit di bilancio britannico tra il 1970 ed il 2007 potrebbe essere spiegato dalla crescita della disuguaglianza in Gran Bretagna. Una storia simile, se non così acuta, si è riproposta in tutto il resto del mondo industrializzato, o piuttosto in via di de-industrializzazione, d'occidente.

Quello che questo studio del FMI dimostra è che quando la porzione del reddito nazionale dedicata ai profitti ed ai salari più alti cresce ai livelli del presente, si crea una perversa dinamica economica. Per definizione, rimane una porzione di torta più piccola per la massa dei lavoratori per i quali i salari reali vengono compressi. Per mantenere gli standard di vita prendono ad indebitarsi, cosa più facile che mai negli ultimi 40 anni perché le banche sfruttavano i vantaggi della de-regolamentazione finanziaria. In questo modo la domanda continua ad aumentare, ma al costo di crescenti importazioni e sempre più alti debiti personali per i salariati normali.

Alla fine, la musica finisce, come è successo ora, quando i debiti ed i livelli di importazione diventano insostenibili. La situazione attuale in Gran Bretagna - i livelli folli di indebitamento del settore privato e un deficit commerciale record - può quindi essere spiegato con l'aumento della disuguaglianza. E secondo il FMI, una delle cause principali di quest'ultima è il calo del potere di contrattazione sindacale!

Finally, the music stops, as it has now, as both debt and import levels become unsustainable. The state of play in Britain – crazy levels of private sector debt and a record trade deficit – can thus be explained by the rise of inequality. And one of the chief causes of that, the IMF believes, is the decline in trade union bargaining power!

Io sostengo che c'è una svolta ulteriore alla storia. La disuguaglianza dovuta all'indebolimento dei sindacati e alla deregolamentazione del mercato del lavoro colpisce anche investimenti e innovazione. I gruppi dirigenti non hanno bisogno di investire ed innovare in modo dinamico per guadagnare ricchi premi personali. Hanno solo bisogno di restare sul pezzo comprimendo i salari reali della forza lavoro per alzare i profitti, questo è ora il metodo veloce e facile per apparenti migliori prestazioni e, quindi,  per aumentare la propria remunerazione. E anche quando investono e innovano, la capacità di aumentare  in fretta la scala della produzione è limitata  perché ci sono sempre meno consumatori con salari reali cresciuti abbastanza da potere acquistare i nuovi prodotti. La disuguaglianza è una ricetta per la stagnazione. Se Davos vuole "dinamismo resiliente", i delegati dovrebbero discutere su come riportare a livelli più normali la percentuale del PIL accaparrata dai profitti, ed al tempo stesso migliorare i redditi reali della massa della loro forza lavoro.  Cose che di certo non saranno all'ordine del giorno. Per ciò che implicano - migliore contrattazione salariale, nuovi accordi per condividere i profitti tra l'intera forza lavoro, regolamentazione più intelligente del mercato del lavoro e remunerazioni per i dirigenti che corrispondano all'innovazione a lungo termine piuttosto che alla crescita annua dei profitti - sono l'antitesi di tutto ciò  in cui Davos e il consenso internazionale credono.

Eppure la realtà verrà fuori. Tutti sanno ormai, anche a Davos, che non ci può essere ritorno al mondo prima del 2008, in cui si poteva contare su abbondante credito a basso costo. Allo stesso modo, abbiamo bisogno uscire dalla recessione, cosa per la quale serve di più  della continua spesa in deficit e degli interessi bassi  oppure dell'alternativa di austerità senza fine. La risposta è l'emancipazione economica degli uomini e delle donne normali.

Si tratta di una splendida opportunità per i sindacati di re-immaginare il loro ruolo nelle società occidentali. Uno dei motivi per cui è stato così facile ridurre il loro potere nel mondo anglosassone è che sono stati così sgradevoli, privi di fantasia e sulle difensive - difensori automatici degli indifendibili  privilegi  acquisiti e dello status quo. Chi ha buona memoria ricorderà  nel 1970 l'opposizione militante del movimento sindacale britannico contro la co-determinazione - che sarebbe l'inserimento di lavoratori nei consigli d'amministrazione. Che stupidità.

Eppure la Gran Bretagna, così come tutto l'Occidente, ha bisogno di un modo per rendere più forti i lavoratori nelle relazioni con il capitale. Sembra chiedere l' impossibile. Abbiamo bisogno di negoziatori salariali con maggiore peso, ma  che si comportino razionalmente - che spingano per ottenere di più quando ce n'è davvero, ma accettino tagli alle offerte e concedano terreno quando le imprese per cui lavorano sono con le spalle al muro. Un passo avanti sarebbe la co-determinazione, che mette i lavoratori nei consigli d'amministrazione. Un altro sarebbe quello di rivisitare le idee del premio Nobel professor James Meade e organizzare la compensazione in modo che i profitti di un'impresa siano equamente ripartiti tra i lavoratori, il management e gli azionisti. E c'è di più ...
 
Davos è intellettualmente in bancarotta. Ma l'ideologia che difende non cadrà da sola. Il vicolo cieco in cui si è cacciato il capitalismo richiede oppositori intellettuali, movimenti sociali e dirigenti sindacali pronti ad osare di re-immaginare il proprio ruolo. Abbiamo bisogno del fermento e della protesta della società civile. I partiti socialdemocratici si muoveranno, ma solo quando percepiranno un cambiamento nello stato d'animo popolare. Questo è un problema per tutti - e di tutti noi è la responsabilità di agire come possiamo