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Segnalazioni 2013 01

Eliminare la povertà estrema eliminando la estrema ricchezza

pubblicato 29 gen 2013, 14:39 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 30 gen 2013, 11:53 ]


Post del 27 gennaio 2013 di Sam Pizzigati su Inequality.org
 
Il mondo ricco si è riunito ancora una volta settimana scorsa sulle Alpi Svizzere per discutere come "risolvere" i più gravi problemi del mondo. Il problema più grave del mondo  secondo una maggiore organizzazione globale contro la povertà, potrebbe essere proprio nelle loro fortune. Gli amanti della disuguaglianza hanno una risposta pronta per chiunque chieda una distribuzione più equa dei tesori del mondo. Questa risposta sostiene: Se uno prendesse tutta la ricchezza dei ricchi e la suddividesse in parti uguali tra tutti i poveri, nessuno guadagnerebbe abbastanza per riuscire a realizzare qualcosa.

Oxfam International, una delle principali organizzazioni filantropiche nella lotta contro la povertà, sostiene il contrario.  Un nuovo rapporto dell'OXFAM dice che i 100 miliardari più ricchi del mondo possiedono oggi così tanta ricchezza che la sola porzione di crescita dei loro patrimoni durante lo scorso anno sarebbe "abbastanza per relegare alla storia [eliminare per sempre] la povertà estrema per 4 volte."
"La missione di OXFAM è di collaborare con altri per eliminare la povertà",  ha dichiarato l'analista Oxfam Emma Seery, "ma in un mondo con risorse limitate, questo non è più possibile senza la fine della estrema ricchezza"

Oxfam ha programmato la pubblicazione della sua nuova analisi "Il costo della disguaglianza: come gli eccessi di ricchezza e di reddito fanno male a tutti", in modo che avvenisse alla vigilia dell'incontro del Forum Mondiale dell'Economia a Davos in Svizzera. Questo evento annuale mette assieme una scintillante schiera di capi politici e del mondo degli affari.

Il mondo delle grandi imprese e le élite  finanziarie iniziarono questo percorso sulle Alpi nel 1970. Ma le riunioni di Davos non hanno avuto riscontro nell'attenzione mediatica fino agli iperattivi anni '90.

"Durante tutti gli anni del boom",  riferisce un articolo del Gardian di settimana scorsa, "i capi delle grandi aziende si riunivano ogni inverno su nelle Alpi Svizzere a discutere in modo signorile dell'economia del mondo e di come poteva essere modificata per meglio corrispondere ai loro obiettivi e alla loro visione."  Ma in questi giorni di profonda incertezza economica, i leader in doppio petto che frequentano Davos hanno perso il loro - ed avvertono l'urgenza di affrontare la disuguaglianza economica che finora avevano nascosto sotto il tappeto. 

La pressione è arrivata settimana scorsa da personaggi come Christine Lagarde, ex ministro della finanza francese che ora dirige il Fondo Monetario Internazionale. Lagarde ha attaccato gli eccessi nelle remunerazioni dei finanzieri, l'attività lobbistica dei banchieri contro nuove regolamentazioni ed ha invocato "reti di sicurezza sociali più solide ed efficaci".

Oxfam, da parte sua, sta chiedendo dei passi molto più coraggiosi per restringere l'impressionante divario tra i super ricchi globali e tutto il resto del mondo. L'organizzazione sta invitando i capi del mondo ad "impegnarsi per ridurre la disuguaglianza almeno fino ai livelli del 1990."

Raggiungere questo obiettivo, secondo il nuovo rapporto dell'Oxfam, richiederebbe un ampia gamma di misure, dal rendere molto più ripida e progressiva la scala delle aliquote fiscali sui redditi , fino ad imporre un limite alle remunerazioni per i manager aziendali come multiplo massimo dello stipendio più basso pagato ai lavoratori delle aziende che governano.  Oxfam sottolinea anche l'importanza di combattere i paradisi fiscali. Almeno un  quarto della ricchezza globale è ora nascosta all'estero.

Eppure non possiamo aspettarci che la gente di Davos aderisca a questa coraggiosa agenda. Neppure le moderate riforme proposte dal capo del FMI Lagarde settimana scorsa hanno trovato largo sostegno tra i leader delle grandi aziende e delle banche riuniti sulle Alpi per la riunione di Davos di quest'anno. 

Un americano intervenuto all'evento di Davos 2013, il capo di JPMorgan Chase Jamie Dimon, non ha cercato di dissimulare il suo disgusto verso i riformatori. I regolatori delle banche, ha accusato, stanno "cercando di fare troppo e troppo in fretta" - e diffondendo "grande disinformazione" sul nobile lavoro intrapreso in banche come la sua. "noi stiamo facendo la cosa giusta" ha assicurato Dimon ai suoi eminenti compari di Davos.

Altri eminenti personaggi delle multinazionali  a Davos cantavano un ritornello simile, Azim Premji, capo del gigante indiano delle alte tecnologie Wipro di Bangalore, ha ammesso di essere "rattristato" dai nuovi dati di Oxfam - su come i 100 più ricchi del mondo guadagnino molto di più di quello che basterebbe a eliminare la peggiore miseria. 

Ma Premji, in una intervista, si è rifiutato di definire "non etica" la incredibile concentrazione della ricchezza del mondo. Dobbiamo invece aiutare i ricchi ad assumere  il loro obbligo morale, la responsabilità loro affidata di utilizzare la propria ricchezza per fare del bene.  

In altre parole, fidiamoci dei ricchi che risolveranno i nostri problemi.

Neanche per sogno, dice Oxfam.

"in un mondo in cui le risorse essenziali come la terra e l'acqua sono sempre più scarse," riassume per Oxfam Jeremy Hobbs, "non possiamo permetterci di concentrarle nelle mani di pochi e di lasciare i molti a contendersi il poco rimasto."

Il capo del FMI Christine Lagarde settimana scorsa a Davos ha detto alle  élite  mondiali del business che  “gli economisti ed i professionisti delle politiche per la comunità hanno minimizzato la disuguaglianza   troppo a lungo" 










I gruppi di potere che frequentano Davos sentono finalmente l'urgenza di affrontare la disuguaglianza economica globale che finora avevano nascosto sotto al tappeto.

Oxfam invita i leader del mondo ad  "impegnarsi a ridurre la disuguaglianza almeno fino ai livelli che aveva nel 1990."

Mentre l'uomo di Davos prospera, il resto della gente paga per i suoi eccessi

pubblicato 25 gen 2013, 12:20 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 27 gen 2013, 06:13 ]

apparso con il titolo originale di "Davos man thrives while the rest of us pay for his excesses" di  Will Hutton sul The Observer, di domenica 20 gennaio 2013
Il villaggio di Davos, luogo di incontro del World Economic Forum. 
Fotografia di Fabrice Coffrini/AFP/Getty Images
"Dinamismo", la parola magica del World Economic Forum per trovare la via d'uscita dalla crisi, è totalmente priva di significato.

Più di 2500 uomini e donne alfa provenienti da più di 100 paesi arriveranno a Davos questa settimana per passare quattro giorni a discutere dell'urgente bisogno del mondo di adottare un "dinamismo resiliente". Questa è la parola d'ordine quest'anno alla riunione annuale dei pezzi grossi del WEF  dove si sostiene  sia la via per uscire dalla crisi. Ma è priva di significato.

Chi oserebbe per esempio proporre una "stagnazione non resiliente"? Il capitalismo occidentale e, si potrebbe sostenere, il capitalismo globale sono arrivati ad un apparente punto morto. Sono in seri guai. Ma se la migliore risposta all'austerità  ed al malessere economico è il dinamismo resiliente, i delegati farebbero meglio a restarsene a casa propria. Come invocazione all'azione si potrebbe chiedere a tutti di essere veri uomini, vere donne e decisi. Tutti stati mentali pieni di virtù  ma poco efficaci come piani di battaglia politica.

Comunque, per la maggioranza dei leader del mondo del business che interverranno a Davos, il malessere economico è solo una astrazione.  La quota di PIL per i profitti ha raggiunto  livelli record in quasi tutti i paesi occidentali , assieme agli stipendi dei grandi dirigenti.  Nel frattempo i salari reali della maggioranza stanno stagnando se non addirittura calando e, secondo la giustificazione dei nostri leader dell'economia a Davos, questa non è che l'appropriata, se pur triste, conseguenza di "aggiustamenti strutturali".  Goldman Sachs, per esempio, mentre  ha vergognosamente rimandato il pagamento dei bonus al prossimo anno fiscale per favorire i dirigenti con aliquote fiscali più basse, ha appena terminato un anno di grande  crescita. Gli uomini e le donne di Davos  stanno prosperando. Nessun "aggiustamento strutturale" per loro. 

Ci saranno senza dubbio i soliti appelli per più libero mercato, più ricerca scientifica e più investimenti in talenti, mentre i manager costosamente vestiti si muoveranno tra i seminari e i discorsi risonanti e la reception per tornare a cena. Ma quello che non si vedrà a Davos sarà la volontà  di modificare il modo con cui il capitalismo si organizza.  Che può fare quello che vuole e cioè  continuerà a prodigare fortune ai ricchi, senza grandi rischi, mentre riserverà la sofferenza per gli altri. 

Paradossalmente  il capitalismo è in crisi soprattutto  perché eliminando la competizione ha scardinato il  proprio dinamismo e la propria capacità di innovazione.  Invece offre solamente enorme ed ingiustificato ulteriore arricchimento per coloro che sono già ricchi. 

E  gli effetti malefici della disuguaglianza non si fermano qui.  Sono rimasto inebetito quando ho letto in un recente documento di lavoro del Fondo Monetario Internazionale , dal titolo poco accattivante di "Income Inequality and Current Account Imbalances" [Disuguaglianza tra i Redditi e Squilibri di Conto Corrente], che l'intero - sì, l'intero - peggioramento del deficit di bilancio britannico tra il 1970 ed il 2007 potrebbe essere spiegato dalla crescita della disuguaglianza in Gran Bretagna. Una storia simile, se non così acuta, si è riproposta in tutto il resto del mondo industrializzato, o piuttosto in via di de-industrializzazione, d'occidente.

Quello che questo studio del FMI dimostra è che quando la porzione del reddito nazionale dedicata ai profitti ed ai salari più alti cresce ai livelli del presente, si crea una perversa dinamica economica. Per definizione, rimane una porzione di torta più piccola per la massa dei lavoratori per i quali i salari reali vengono compressi. Per mantenere gli standard di vita prendono ad indebitarsi, cosa più facile che mai negli ultimi 40 anni perché le banche sfruttavano i vantaggi della de-regolamentazione finanziaria. In questo modo la domanda continua ad aumentare, ma al costo di crescenti importazioni e sempre più alti debiti personali per i salariati normali.

Alla fine, la musica finisce, come è successo ora, quando i debiti ed i livelli di importazione diventano insostenibili. La situazione attuale in Gran Bretagna - i livelli folli di indebitamento del settore privato e un deficit commerciale record - può quindi essere spiegato con l'aumento della disuguaglianza. E secondo il FMI, una delle cause principali di quest'ultima è il calo del potere di contrattazione sindacale!

Finally, the music stops, as it has now, as both debt and import levels become unsustainable. The state of play in Britain – crazy levels of private sector debt and a record trade deficit – can thus be explained by the rise of inequality. And one of the chief causes of that, the IMF believes, is the decline in trade union bargaining power!

Io sostengo che c'è una svolta ulteriore alla storia. La disuguaglianza dovuta all'indebolimento dei sindacati e alla deregolamentazione del mercato del lavoro colpisce anche investimenti e innovazione. I gruppi dirigenti non hanno bisogno di investire ed innovare in modo dinamico per guadagnare ricchi premi personali. Hanno solo bisogno di restare sul pezzo comprimendo i salari reali della forza lavoro per alzare i profitti, questo è ora il metodo veloce e facile per apparenti migliori prestazioni e, quindi,  per aumentare la propria remunerazione. E anche quando investono e innovano, la capacità di aumentare  in fretta la scala della produzione è limitata  perché ci sono sempre meno consumatori con salari reali cresciuti abbastanza da potere acquistare i nuovi prodotti. La disuguaglianza è una ricetta per la stagnazione. Se Davos vuole "dinamismo resiliente", i delegati dovrebbero discutere su come riportare a livelli più normali la percentuale del PIL accaparrata dai profitti, ed al tempo stesso migliorare i redditi reali della massa della loro forza lavoro.  Cose che di certo non saranno all'ordine del giorno. Per ciò che implicano - migliore contrattazione salariale, nuovi accordi per condividere i profitti tra l'intera forza lavoro, regolamentazione più intelligente del mercato del lavoro e remunerazioni per i dirigenti che corrispondano all'innovazione a lungo termine piuttosto che alla crescita annua dei profitti - sono l'antitesi di tutto ciò  in cui Davos e il consenso internazionale credono.

Eppure la realtà verrà fuori. Tutti sanno ormai, anche a Davos, che non ci può essere ritorno al mondo prima del 2008, in cui si poteva contare su abbondante credito a basso costo. Allo stesso modo, abbiamo bisogno uscire dalla recessione, cosa per la quale serve di più  della continua spesa in deficit e degli interessi bassi  oppure dell'alternativa di austerità senza fine. La risposta è l'emancipazione economica degli uomini e delle donne normali.

Si tratta di una splendida opportunità per i sindacati di re-immaginare il loro ruolo nelle società occidentali. Uno dei motivi per cui è stato così facile ridurre il loro potere nel mondo anglosassone è che sono stati così sgradevoli, privi di fantasia e sulle difensive - difensori automatici degli indifendibili  privilegi  acquisiti e dello status quo. Chi ha buona memoria ricorderà  nel 1970 l'opposizione militante del movimento sindacale britannico contro la co-determinazione - che sarebbe l'inserimento di lavoratori nei consigli d'amministrazione. Che stupidità.

Eppure la Gran Bretagna, così come tutto l'Occidente, ha bisogno di un modo per rendere più forti i lavoratori nelle relazioni con il capitale. Sembra chiedere l' impossibile. Abbiamo bisogno di negoziatori salariali con maggiore peso, ma  che si comportino razionalmente - che spingano per ottenere di più quando ce n'è davvero, ma accettino tagli alle offerte e concedano terreno quando le imprese per cui lavorano sono con le spalle al muro. Un passo avanti sarebbe la co-determinazione, che mette i lavoratori nei consigli d'amministrazione. Un altro sarebbe quello di rivisitare le idee del premio Nobel professor James Meade e organizzare la compensazione in modo che i profitti di un'impresa siano equamente ripartiti tra i lavoratori, il management e gli azionisti. E c'è di più ...
 
Davos è intellettualmente in bancarotta. Ma l'ideologia che difende non cadrà da sola. Il vicolo cieco in cui si è cacciato il capitalismo richiede oppositori intellettuali, movimenti sociali e dirigenti sindacali pronti ad osare di re-immaginare il proprio ruolo. Abbiamo bisogno del fermento e della protesta della società civile. I partiti socialdemocratici si muoveranno, ma solo quando percepiranno un cambiamento nello stato d'animo popolare. Questo è un problema per tutti - e di tutti noi è la responsabilità di agire come possiamo

Rapporto sui Rischi Globali 2013 dal World Economic Forum

pubblicato 22 gen 2013, 12:13 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 22 gen 2013, 14:27 ]

Global Risks 2013 - Eighth Edition
Il Global Risks Report 2013 analizza 50 rischi globali in termini dell'impatto, la probabilità e le interconnessioni, basandosi su un sondaggio delle opinioni di più di 1000 esperti dall'industria, dalla politica e dall'accademia. 

I risultati di quest'anno mostrano che il mondo si trova sempre più a rischio via via che la fragilità della economia prosciuga la nostra capacità di affrontare le sfide ambientali.   I due più importanti e principali fattori di rischio globale evidenziati dal rapporto sono prima di tutto il divario di ricchezza (l'enorme disparità di reddito), seguito da debiti nazionali insostenibili (disavanzi fiscali cronici) . Dopo un anno di duri disastri meteorologici, dall'uragano Sandy agli allagamenti in Cina, gli esperti intervistati hanno individuato nell'aumento delle emissioni di gas serra il terzo tra tutti i probabili fattori di rischio globale.

I risultati del sondaggio sono stati utilizzati nell'analisi di tre maggiori casi di rischio: Test della Resilienza Economica ed Ambientale, Gli Incendi Digitali nel mondo iper-connesso ed i Pericoli dell'Arroganza sulla Salute Umana. In uno specifico rapporto sulla resilienza nazionale, vengono poste le fondamento per un sistema per il rating della resilienza dei paesi che dovrebbe permettere ai leader politici di misurare i propri risultati confrontandoli con un Benchmark. Il rapporto evidenzia anche i "Fattori - X" – alcune nuove preoccupazioni che richiederanno ulteriore studio, tra questi l'utilizzo canaglia della geo-ingegneria e delle tecnologie per la modifica del cervello.

OXFAM propone NEW DEAL globale per riportare la disuguaglianza ai livelli del 1990

pubblicato 21 gen 2013, 07:48 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 22 gen 2013, 07:46 ]


Global Week of Action on Education march, Liberia. Photo: Abraham Conneh/Oxfam
L'uguaglianza politica...[è] priva di significato  di fronte alla disuguaglianza economica.”
Il reddito annuale delle 100 persone più ricche del mondo basterebbe a fare scomparire la povertà dal pianeta.




pubblicato il  19 gennaio 2013   col titolo originale  Annual income of richest 100 people enough to end global poverty four times over



I leader del mondo devono mirare a ridurre la disuguaglianza globale almeno fino ai livelli del 1990.

La crescita esplosiva delle ricchezze più estreme sta esasperando la disuguaglianza e ostacolando la capacità del mondo di contrastare la povertà.  Questo è l'avvertimento di Oxfam in un comunicato pubblicato oggi prima del Forum Mondiale per l'Economia che si svolgerà a Davos la settimana prossima. 

I 240 miliardi di dollari guadagnati nel 2012 dai 100 miliardari più ricchi del mondo sarebbero sufficienti a eliminare la povertà dalla terra per quattro volte, secondo il rapporto dell'Oxfam dal titolo "il costo della disuguaglianza: come gli eccessi di ricchezza e di reddito  fanno male a tutti quanti."  Invita i leader del mondo a mettere un tetto agli eccessivi redditi ed a impegnarsi a ridurre la disuguaglianza fino ad almeno i livelli del 1990.

L'1% più ricco ha avuto un aumento di redditi pari al 60% negli ultimi  20 anni e la crisi finanziaria ha addirittura accelerato il processo invece di rallentarlo. 

Oxfam avverte che gli eccessi nelle ricchezze e nei redditi non sono solo immorali ma anche inefficienti per l'economia, pericolosi per la democrazia, disgreganti per la società e distruttivi per l'ambiente. 

Jeremy Hobbs, Direttore generale di Oxfam International, afferma: “Non possiamo più fare finta che la ricchezza di pochi generi per forza un vantaggio per tutti: troppo spesso è vero l'opposto."

“La concentrazione di risorse nelle mani dell'1% più ricco deprime l'attività economica e rende la vita più dura per tutti gli altri - in modo particolare per quelli sul gradino più basso della scala economica."

“In un mondo in cui le risorse essenziali come l'acqua e la terra sono sempre più scarse, non possiamo più permetterci di concentrare risorse nelle mani di pochi e lasciare che i molti si contendano il poco rimasto."

Il consumo di derivati del carbonio fatto da quelli dell'1% più ricco  è stimato fino a 10 mila volte superiore a quello del cittadino medio USA. 

Oxfam dice che i leader di tutto il mondo dovrebbero imparare dai successi  conseguiti oggigiorno in paesi come il Brasile - che ha sostenuto una rapida crescita mentre riduceva la disuguaglianza - così come dai successi conseguiti nella storia come negli Stati Uniti degli anni '30 quando il New Deal del presidente Roosevelt contribuì a ridurre la disuguaglianza ed a contrastare interessi costituiti. Roosevelt  aveva notoriamente avvertito che "l'uguaglianza politica conquistata era priva di significato in presenza di disuguaglianza economica."

Serve un nuovo accordo globale 

Hobbs sostiene: “Ci serve un New Deal globale per invertire la tendenza di crescita di disuguaglianza degli ultimi decenni. Come primo passo  i leader del mondo dovrebbero impegnarsi formalmente a ridurre la disuguaglianza ai livelli del 1990.  

“Dai paradisi fiscali alle deboli legge per l'occupazione, i ricchi si avvantaggiano di un sistema economico globale che li favorisce. è ora che i leader riformino il sistema in modo da farlo funzionare nell'interesse dell'umanità intera  piuttosto che della élite del mondo. ”

Dalla chiusura dei paradisi fiscali - dove sono nascosti circa  $32 migliaia di miliardi di dollari pari ad un terzo di tutta la ricchezza del mondo - potrebbero essere ricavati fino a 189 miliardi  di addizionali tasse.  Oltre alla lotta contro i paradisi fiscali, il nuovo accordo globale dovrebbe includere i seguenti elementi: 

  • invertire la  tendenza verso forme di tassazione regressiva; 
  • un minimo globale per l'aliquota fiscale sui redditi di impresa; 
  • misure che aumentino i salari rispetto ai profitti del capitale; 
  • maggiori fondi per i servizi pubblici gratuiti e per le reti di supporto.

cost-of-inequality-oxfam-mb180113.pdf Download

  ORIGINALE:
The cost of inequality: how wealth and income extremes hurt us all

TRADUZIONE:  

Il costo della disuguaglianza: Come gli eccessi di ricchezza e di reddito fanno male a tutti quanti

“Non possiamo più fare finta che la ricchezza di pochi porti inevitabilmente un vantaggio per tutti - troppo spesso si verifica l'opposto."
Jeremy Hobbs
Direttore Generale, Oxfam International

La crisi del dopo crisi -Il premio Nobel Stiglitz indica: curiamo il riscaldamento globale e le disuguaglianze

pubblicato 10 gen 2013, 04:53 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 10 gen 2013, 05:03 ]


in un articolo pubblicato da Project Syndicate il 7 gennaio 2013 e tradotto in italiano da Marzia Pecorari
Il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz invita a rispondere alla crisi senza trascurare il problema del riscaldamento globale. 
Il rallentamento dell'economia durante la crisi ha anche rallentato le emissioni di carbonio ma in modo insufficiente da toglierci dalla zona critica.  E mentre limitiamo il problema emissioni , l'economia verde  aiuterebbe a dare vitalità all'economia intera.

Stiglitz dice :" Proprio come la Grande Depressione è dipesa in parte dalle difficoltà legate al passaggio da un’economia rurale e agricola ad un’economia urbana e manifatturiera, anche oggi i problemi principali sono legati in parte alla necessità di uno spostamento dall'industria manifatturiera ai servizi. E’ necessario creare nuove aziende, ma i mercati finanziari moderni sono più capaci di speculare e sfruttare piuttosto che finanziare nuove imprese, soprattutto le piccole e medie imprese." 

"Inoltre, questa transizione richiede una serie di investimenti nel capitale umano che gli individui spesso non si possono permettere. Tra i servizi che le persone richiedono ci sono la sanità e l’istruzione, due settori in cui il governo svolge un ruolo importante (a causa delle imperfezioni insite nel mercato in questi settori e delle preoccupazioni rispetto al capitale)."


Ed aggiunge: " ci troviamo di fronte ad una crisi della disuguaglianza a livello mondiale. Il problema non è solo dato dal fatto che i gruppi dei redditi più elevati si prendono un’ampia quota della torta economica, ma anche dal fatto che i redditi medi non prendono parte alla crescita economica, mentre in molti paesi la povertà aumenta."

"... questi trend erano in realtà già visibili molto tempo prima. Io stesso (come molti altri) ho sempre sostenuto che la crescente disuguaglianza fosse uno dei motivi del rallentamento economico e in parte anche una conseguenza dei profondi cambiamenti strutturali in corso dell’economia globale."

"Un sistema economico e politico che non è grado di sostenere gran parte dei suoi cittadini, non è sostenibile nel lungo termine. Nel tempo, la fiducia nella democrazia e nell'economia di mercato si esaurirà e la legittimità delle istituzioni e delle disposizioni vigenti verrà messa in dubbio."

"Il mercato non risolverà, da solo, nessuno di questi problemi. Il riscaldamento globale è la quintessenza del problema dei “beni pubblici”. Per portare avanti le transizioni strutturali di cui ha bisogno il mondo è quindi necessario che i governi abbiano un ruolo più attivo, in un contesto, tuttavia, in cui i tagli sono in aumento sia in Europa che negli Stati Uniti."

"Nel combattere le crisi di oggi, dobbiamo cercare di non peggiorare i nostri problemi di domani. Il percorso indicato dai falchi del debito e dell'austerità sembra portarci solo ad una economia debole con scarse prospettive future. L'ironia sta nel fatto che, mentre la domanda aggregata di oggi non basta neppure a fare ripartire l'economia,  una alternativa c'è: investire nel futuro, così rispondiamo contemporaneamente ai problemi del riscaldamento globale, delle disuguaglianze e della povertà nel mondo ed al bisogno di cambiamenti strutturali"

Le Tasse dei Ricchi: una favola animata

pubblicato 7 gen 2013, 07:10 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 7 gen 2013, 07:22 ]

Le Tasse dei Ricchi: una favola animata, nella versione originale è narrata da Ed Asner, li cartoni animati sono di Mike Konopacki. Scritta e diretta da Fred Glass per la California Federation of Teachers [associazione di insegnanti della California]. un video di 8 minuti video che descrive come siamo arrivati a questo periodo di servizi pubblici senza fondi e crescente disuguaglianza economica. Tutto va in malora in un paese una volta ricco e felice dopo che i ricchi decidono di smettere di pagare le tasse. Dicono a tutti che non c'è alternativa, ma non convincono. Questo paese assomiglia drammaticamente al nostro [USA]. Per maggiori informazioni www.cft.org. © 2012 California Federation of Teachers Traduzione in Italiano e sottotitoli di Elisabetta Rossi (Italy Equality Group)


Perché la disuguaglianza dei redditi è destinata a rimanere

pubblicato 4 gen 2013, 07:19 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 5 gen 2013, 03:17 ]


Branko Milanovicpubblicato su Harvard business review il 3 gennaio 2013 con il titolo originale "Why Income Inequality Is Here to Stay" di  Branko Milanovic   [economista alla Banca Mondiale, è uno dei massimi esperti di disuguaglianza globale. Insegna nell’Università del Maryland. Fra i suoi libri pubblicati in Italia: «Mondi divisi» (Bruno Mondadori, 2007) ed il più recente «Chi ha e chi non Ha» (Il Mulino, 2012)


Prima della globale crisi finanziaria, la materia della disuguaglianza tra redditi era relegata al mondo sommerso dell'economia. Le motivazioni di coloro che studiavano l'argomento erano criticate. Secondo Martin Feldstein, capo dei consiglieri economici di Reagan, questi individui dovevano essere spinti dall'invidia. Robert Lucas, premio Nobel, pensava che "niente [è] tanto velenoso" per lo studio dell'economia quanto "concentrarsi  su questioni di distribuzione."

Ma nel mezzo di bailout [paracadute contro bancarotta], disoccupazione e sempre nuovi scandali finanziari dell'1% lo studio della disuguaglianza di redditi sta infiltrandosi  nella corrente principale dello studio dell'economia e legittimandosi come  soggetto di ricerca. Eppure la maggior parte della nuova ricerca si limita a studiare il problema; sembrano esserci straordinariamente poche idee su come contenere la crescente disuguaglianza tra redditi negli Stati Uniti ed altrove. Un osservatore potrebbe ricavarne l'impressione che lo studio della disuguaglianza sia stato così a lungo trascurato per mancanza di idee su come la politica economica dovrebbe affrontare la questione.  

Non è vero. Nonostante l'impressione che niente di sostanzioso potesse essere detto sull'argomento, economisti e filosofi politici hanno delineato, all'interno di modelli piuttosto consistenti, idee precise  su come dovrebbe essere l'ottimale, o [almeno] una migliore, distribuzione dei redditi. Mi concentro qui su due approcci, forse i più influenti, rispettivamente quelli del filosofo politico  John Rawls e dell' economista  John Roemer. Cominciamo da Rawls. Nel suo  "Una teoria della giustizia" (pubblicato nel 1971), Rawls respinge la cosiddetta"meritocrazia" come totalmente inadeguata. In tale società [meritocratica], i poveri non sono formalmente esclusi da nessuna professione, tuttavia la società non fa quasi nulla per correggere la disparità delle posizioni di partenza. Nella visione di Rawls sarebbe necessaria almeno una "uguaglianza liberale" nella quale  sia limitata l'ereditarietà delle ricchezze e sia effettivamente garantito per tutti uguale accesso  all'istruzione.  Questo perché né una ricchezza ereditata né una istruzione privilegiata ci provengono dall'impegno personale, ma piuttosto dalle circostanze della nostra nascita. E come tali non dovrebbero influenzare il reddito personale.

Rawls si spinge anche oltre  propugnando il pareggiamento di altre caratteristiche "non meritate", come il talento, anche questo ereditato senza apporto da parte dell'individuo. In questa opinione concorda con l'economista olandese Jan Tinbergen, vincitore del premio Nobel per l'economia circa 40 anni fa, che pensava che pagare qualcuno per il suo talento era come corrispondergli una rendita: un reddito non strettamente necessario alla produzione.

Una distribuzione che corregga per tutte queste "immeritate" circostanze (la famiglia ed il patrimonio di nascita ed i talenti ereditati) dovrebbe, o così parrebbe, essere molto egalitaria. Non necessariamente. Rawls permette  una crescita nelle disparità tra i redditi  purché  si accompagni alla crescita dei redditi assoluti per i poveri;  e così.  in una  bizzarra versione dell'economia del trickle-down [ricaduta dei vantaggi], lascia aperta  la porta per disuguaglianze potenzialmente elevate. I redditi possono essere diversi per corrispondenti diversi livelli di impegno , purché:  primo, siano "ripuliti" da tutti i vantaggi e gli svantaggi di partenza; e secondo, la differenza comporti un vantaggio per i poveri. Questi sono entrambe prerequisiti molto tassativi, è vero, eppure, dopo avere corretto scrupolosamente per tutti gli immeritati vantaggi di partenza, Rawls considera accettabile una considerevole disuguaglianza tra i redditi.

Nel suo libro del 1998  Equality of Opportunity [Uguaglianza di opportunità]  ed in pubblicazioni più recenti, John Roemer prova a elaborare ulteriormente sull'idea che i redditi debbano essere proporzionati all'impegno personale ed indipendenti da tutte le circostanze che favoriscono o svantaggiano un individuo. Così se ci sono due classi di persone che, per diversa estrazione hanno diversi livelli di produttività (diciamo gli A produttivi ed i B meno produttivi) i redditi non devono essere stabiliti in base a questa differente produttività. Piuttosto deve essere premiato l'impegno. Supponi di appartenere alla classe B degli svantaggiati, ma che il tuo impegno ti faccia raggiungere l'ottantesimo percentile nella distribuzione degli impegni di tutti i B. Allora devi essere retribuito tanto quanto un individuo di tipo A dello stesso percentile (80o)  per impegno nella distribuzione di tutti  gli A - anche se costui o costei, grazie ai vantaggi che ha ereditato, produce più di te.

La ricetta di Roemer permetterebbe disuguaglianze di retribuzione abbastanza ampie all'interno delle varie classi di individui (dato che possiamo supporre che  anche i livelli di impegno siano distribuiti con ampie variazioni), ma la disuguaglianza inter-classe sarebbe nulla. Come nella teoria di Rawls, i redditi dipenderebbero dagli sforzi individuali "ripuliti"  dalle circostanze, ma la distribuzione dei redditi complessiva  di Roemer potrebbe essere più ristretta perché non è esplicitamente previsto che la disuguaglianza possa crescere  purché crescano i redditi assoluti della povera gente.

Di conseguenza, quando ci chiediamo come contenere l'aumento della disuguaglianza, troviamo alcune risposte dai filosofi politici e dagli economisti che, tradotte in termini politici, comporterebbero riforme che spaziano dal relativamente moderato al fortemente radicale. Scegliere l'"Uguaglianza Liberale" di Rawls implicherebbe un sostanziale aumento delle aliquote fiscali  per i ricchi, imposte di successione più elevate ed un livellamento delle possibilità effettive di accedere alla migliore istruzione. L'approccio di Roemer parificherebbe ulteriormente  le retribuzioni tra i vari gruppi (definiti  secondo l'educazione dei genitori, il reddito, la razza ed il genere) mentre permette una variabilità di redditi all'interno dei gruppi. Infine, se  volessimo spingerci oltre e correggere per la "rendita" percepita grazie al talento, come richiesto da Rawls in "democratic equality"[uguaglianza democratica] ,  allora otterremmo un livellamento ancora più radicale. Si dovrebbero forse imporre limiti ai salari più elevati, oppure aliquote marginali delle imposte sui redditi molto alte (75%-90%) così come  dare molto più slancio alla pubblica istruzione (forse, per esempio, nazionalizzando parte delle strutture ora detenute da istituzioni private tipo Harvard e Yale ed usandole per elevare la qualità dell'istruzione pubblica).

Quindi, esistono idee su come combattere le forze che paiono spingere i paesi verso una sempre crescente disuguaglianza. Ma persino questo breve schizzo basta ad evidenziare quanto queste idee siano lontane dai desideri politici della maggioranza dell'elettorato USA. Nessuna di queste proposte, ad eccezione forse delle più moderate, trova alcun supporto popolare.  

I cittadini sembrano desiderare cose che sono mutualmente incompatibili: da un lato minore disuguaglianza e più pari opportunità (così che i vantaggi ereditati abbiano meno rilevanza), e dall'altro perseverare con le attuali politiche di bassa tassazione. E' difficile vedere come queste politiche, specialmente in un epoca di rivoluzioni tecnologiche  quando grandi fortune si accumulano velocemente, possano portare a risultati molto diversi da quelli riscontrati nelle ultimo trentennio.  Si direbbe quindi che non siano le idee a mancare,  bensì la volontà di  metterle in atto.

La Tassa sulle Transazioni Finanziarie all'italiana? È solo un punto di partenza

pubblicato 3 gen 2013, 01:08 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 3 gen 2013, 01:28 ]

da  ZeroZeroCinque.it un commento sulla Tobin Tax all'italiana:

La Campagna ZeroZeroCinque: per la prima volta in Italia viene introdotta una tassa sulle transazioni finanziarie ma questa norma non può bastare per contrastare efficacemente la speculazione finanziaria e la finanza casinò.

Roma 21.12.2012 - Con l’approvazione della legge di stabilità, arriva l’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie, ma con la nuova formulazione “minimalista” presentata dal Governo in corso di dibattito parlamentare, che ha chiaramente ceduto alle pressanti richieste delle lobby finanziarie, tese a ridurre l'efficacia di applicazione di questa tassa. Il tutto è avvenuto nel giro di poche ore, complice la frenetica accelerazione del dibattito parlamentare di fronte a un Governo dimissionario, che ha annullato di fatto quell'opportuno confronto parlamentare richiesto dalla Campagna ZeroZeroCinque, sostenuta da oltre 50 organizzazioni della società civile (sindacati, ong, associazioni di cittadini).

La TTF è stata presentata dal premier Monti come una tassa anti-speculazione, ma guardando nel dettaglio le norme adottate, si notano molti rilevanti limiti.

- La tassa - si legge - sarà applicata al “valore del saldo netto delle transazioni regolate giornalmente, relative al medesimo strumento finanziario e concluse nella stessa giornata operativa da un medesimo soggetto, ovvero il corrispettivo versato”. Questa norma non aiuta ad arginare il fenomeno dell’high frequency trading, ossia le operazioni più altamente speculative: la tassa deve applicarsi alla singola operazione e non al saldo netto di fine giornata come previsto nell’attuale normativa.

- Risulta inopportuna la prevista esenzione dei fondi pensione. Al contrario, l’applicazione della tassa a questi fondi ne avrebbe permesso una stabilizzazione nel lungo periodo tutelandoli da attività speculative a breve termine (1). I fondi pensione i gestori hanno un conflitto d’interesse che li porta a fare troppe transazioni e la stessa UE nelle sue simulazioni ritiene non valida l’idea di esentare i fondi pensione.

- La normativa attuale ha di fatto esonerato i derivati dall'applicazione della TTF, relegandola ai soli derivati su azioni che rappresentano in Italia solo il 2,7% di tutti i derivati OTC (dati Bankitalia – giugno 2012) (2). Questo implica che non si frenano alcuni degli strumenti più speculativi, e si riduce di fatto la base imponibile della TTF. Inoltre, prevedere un ammontare fisso della tassa per gli scaglioni più alti di certo avvantaggia i grandi operatori.

E il gettito di questa TTF? Andrea Baranes, portavoce della Campagna ZeroZeroCinque, spiega che “non è stata prevista alcuna destinazione specifica del gettito ad obiettivi di utilità pubblica, la TTF è stata chiaramente voluta come risorsa aggiuntiva a copertura di bilancio. Come Campagna chiediamo invece che il gettito sia vincolato alla promozione di politiche per il welfare, per la cooperazione internazionale e per la lotta ai cambiamenti climatici. Tanto deve essere ancora fatto – conclude Baranes - sia per migliorare la TTF sia in termini di altre misure necessarie (dalla trasparenza sui mercati alla chiusura dei paradisi fiscali, alla separazione tra banche commerciali e banche d'affari a molte altre misure) per chiudere il gigantesco casinò-finanziario che ci ha trascinato nell'attuale crisi. Solo così potremo realmente combattere la speculazione finanziaria e riportare la finanza al servizio dell'economia reale e delle persone e non il contrario come avviene oggi”.

Sulle questioni aperte la Campagna ZeroZeroCinque, in quanto coalizione di associazioni di cittadini che rappresentano un gran numero di utenti, consumatori e investitori, chiede impegni concreti a candidati e forze politiche già a partire dalla prossima campagna elettorale.

Contatti: info@zerozerocinque.it; cell. 3666274363

NOTE:

(1) Si veda la recente pubblicazione “No Exemption. The Financial Transaction Tax and Pensions Funds”http://www.sustainablefinancialmarkets.net/wp-content/uploads/2012/12/No_Exemption.pdf

(2) http://www.bancaditalia.it/media/comsta/2012/Comunicato-OTC-30-giu-12.pdf


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