Segnaliamo‎ > ‎

Segnalazioni 2012-07

l'Italia è il paese delle disuguaglianze: Ridurle renderebbe il paese più giusto ed efficiente

pubblicato 04 ago 2012, 09:10 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 04 ago 2012, 09:34 ]

Pubblicato in data 05/mag/2012 da FonderiaOxford 
ed anche nel loro sito  http://www.fonderia.org 



Un’alternativa all’austerità: ridistribuire per superare la crisi

pubblicato 04 ago 2012, 08:27 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 04 ago 2012, 08:48 ]

di Emanuele Ferragina dal suo blog su  "Il Fatto Quotidiano" del 27 luglio 2012

Ho letto con grande attenzione il post del professor Bagnai; alla sua interessante analisi vorrei aggiungere qualche elemento ricollegandomi alla discussione sulla disuguaglianza che ho intrapreso negli ultimi giorni con i lettori del  Fatto.

Troppo spesso nel dibattito pubblico non si considera come la crisi abbia colpito con maggiore forza quei paesi (quelli mediterranei e anglosassoni primariamente) che negli ultimi decenni hanno adottato politiche regressive di tassazione. Per politiche regressive di tassazione si deve intendere un sistema fiscale che avvantaggia chi ha un reddito o un patrimonio alto a discapito di chi ha un reddito medio-basso. A questo si aggiunge che nei paesi mediterranei l’incidenza dell’evasione ha contribuito in modo determinante a ridurre il gettito fiscale.

In Spagna per esempio, un lavoratore dal reddito medio-basso paga in media il 74% delle tasse versate dal suo omologo svedese, mentre i più ricchi (l’1% della popolazione) pagano solamente il 20% dei loro cugini scandinavi (come sottolineato da Navarro).

D’altro canto, contrariamente ai paesi mediterranei e anglosassoni, lì dove le entrate provenienti dalla tassazione sono più elevate (perché le tasse le pagano tutti, specie i più ricchi), la crisi si è avvertita con meno intensità. Questo perché l’investimento pubblico e la maggior redistribuzione hanno avuto un effetto stabilizzante sull’economia (la Svezia e la Germania sono un chiaro esempio), permettendo a questi paesi di essere più solidi di fronte alle fluttuazioni del mercato senza gravare sul debito pubblico. Infatti, in un’economia dove non c’è grande crescita, la redistribuzione favorisce il mantenimento di un livello sufficiente di consumi, che a loro volta sostengono il settore produttivo.

Seguire la strada dei paesi egualitari allora, dove la redistribuzione aiuta in periodo di crisi a sostenere la domanda della popolazione con redditi medio-bassi, sarebbe un modo per mettersi al riparo preventivamente dagli effetti più indesiderati delle crisi economiche. Per questo motivo, politiche redistributive e lotta all’evasione fiscale dovrebbero essere proposte nel nostro paese, non per ragioni ideologiche, ma per renderlo più solido rispetto agli shock esterni (come la crisi attuale).

In assenza di crescita non ci salverà l’austerità (per quanto necessaria) ma la redistribuzione.

Le disuguaglianze che frenano lo sviluppo del Paese

pubblicato 04 ago 2012, 08:18 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 04 ago 2012, 08:49 ]

di Emanuele Ferragina dal suo blog su "Il Fatto Quotidiano" del  25 luglio 2012

Ho ricevuto parecchi commenti al mio post precedente che meritano una risposta approfondita.

Spesso nel dibattito pubblico si tende a enfatizzare come disuguaglianza significhi primariamente ‘disuguaglianza di tipo economico’. Ciò induce a ignorare pericolosamente quanto il fenomeno sia complesso. Esistono svariate forme di disuguaglianza che rendono inefficiente l’Italia, propongo quindi di partire dalla comprensione delle molteplici sfumature del concetto, per poi continuare in futuro la discussione sulle politiche concrete che potrebbero servire a ridurle.

Le disuguaglianze possono essere declinate su tre livelli: quello del trattamento, quello delle opportunità e quello della condizione.

La disuguaglianza di trattamento si manifesta, nell’assenza di condizioni paritarie di accesso alla giustizia, nelle relazioni asimmetriche di genere, nella mancanza di diritti per gli immigrati,  nell'assenza di omogeneità dei servizi resi dalla pubblica amministrazione e nel controllo insufficiente dell’evasione fiscale.

La disuguaglianza di opportunità si ritrova nella chiusura degli ordini professionali, nel percorso ad ostacoli per accedere al mercato del lavoro, nelle difficoltà per ottenere un finanziamento per una nuova impresa e nello svantaggio cronico per chi nasce in alcune aree geografiche.

La disuguaglianza di condizione si evidenzia nei diversi trattamenti che lo stato sociale riserva a cittadini che dovrebbero essere tutti uguali e nell’eccessivo divario economico.

Quando dico che una riduzione delle disuguaglianze renderebbe il paese più efficiente mi riferisco a settori precisi su cui intervenire (a ciascuno dei tre livelli sopra elencati), per esempio:
  1. Evasione fiscale. Una maggiore uguaglianza di reddito ha un impatto positivo sulla propensione a pagare le tasse. 

  2. Pensioni. Tassando maggiormente le pensioni al di sopra dei 3000 euro si potrebbero ricavare i soldi per creare ammortizzatori universali contro il rischio di disoccupazione e finanziare il ‘reddito minimo’. 

  3. Ridistribuire la tassazione accrescendo quella sul patrimonio e riducendo quella sul reddito da lavoro e sulle imprese renderebbe il paese più efficiente.
Questi esempi (debitamente approfonditi nel libro che sto completando per la Rizzoli in uscita all’inizio del 2013) dimostro come maggiore uguaglianza significhi anche maggiore efficienza. Spero che questo post fornisca elementi di approfondimento rispetto a quello precedente. Ovviamente resto aperto alle vostre domande e critiche.

L’uguaglianza come antidoto all’inefficienza per cambiare il Paese

pubblicato 04 ago 2012, 08:08 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 04 ago 2012, 08:40 ]

di Emanuele Ferragina  dal suo blog su "Il Fatto Quotidiano" 23 luglio 2012

Ci troviamo di fronte ad una nazione in crisi. Da anni, infatti, cerchiamo affannosamente soluzioni a problemi che attanagliano un paese bloccato, dall’evasione fiscale alla scarsa produttività del sistema economico, dalla rigidità del mercato delle competenze professionali alla “fuga dei cervelli”, dalla spesa eccessiva per le pensioni all’inadeguatezza della protezione dei lavoratori precari, dalla riforma della struttura istituzionale alla questione meridionale, dalla debolezza della società civile alla mancanza di coesione sociale.

Ma lo facciamo come se questa serie di problemi collettivi potessero essere risolti in modo autonomo. Stringendo la cinghia qua e là, continuando a comportarci in modo atomistico, dimenticando che a problemi collettivi bisogna, per forza di cose, dare risposte coniugate al plurale. Allora, se si vuole veramente cambiare il paese occorre proporre una serie di misure che abbiano un fine comune. Bisogna spiegare alla gente che, al di là di spread e ratings finanziari, esiste un fine alto verso cui tendere, un fine per il quale vale la pena lavorare duro e fare sacrifici.

Occorre un principio unificante che guidi le azioni collettive, le riforme istituzionali di cui abbiamo disperato bisogno, cosi come quelle individuali che compiamo ogni giorno. Occorre un principio che ci ispiri a scegliere i comportamenti virtuosi su quelli egoistici e svantaggiosi per la collettività. In quest’ottica, credo fermamente che la nostra stella polare debba essere il principio di uguaglianza. Questo perché la riduzione delle disuguaglianze non è semplicemente, un obiettivo legato all’idea di giustizia sociale (finalità di per se importante per molti cittadini tra cui il sottoscritto), ma anche uno strumento per il miglioramento generalizzato dei meccanismi che fanno vivere e prosperare un paese.

Chi discute di uguaglianza oggi nel nostro paese, anche quei partiti politici o gruppi secondari che si dichiarano più sensibili al tema, lo fa ormai incidentalmente, senza uno straccio di analisi, quasi con stanchezza, trasformandola spesso, in un rimpianto della storia, in qualcosa che poteva essere e non e’ stato. In realtà proporsi di limitare drasticamente le disuguaglianze, non significa rispolverare vecchie ideologie del novecento senza riflessione critica, ma vuol dire invece, interrogarsi sulle falle del nostro sistema socio-economico. Falle che ci impediscono di sfruttare l’enorme potenziale umano, che giace inutilizzato per le sperequazioni del sistema, e che potrebbe concorrere alla trasformazione, finalmente in chiave moderna del nostro paese. Concludo, dicendo che sto completando un libro (in uscita con la Rizzoli all’inizio del 2013) sul tema: combattere le disuguaglianze per rendere il paese efficiente. Su questa base mi farebbe molto piacere aprire una discussione con voi nei mesi a venire.

vieni a trovarmi anche su: http://www.emanueleferragina.com/

Argomentazioni fallaci sulla disuguaglianza

pubblicato 28 lug 2012, 04:28 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 28 lug 2012, 04:38 ]


dal Blog "La coscienza di un Liberal" di Paul Krugman sul NYT : post del 25 luglio 2012
 [il  titolo originale è "Zombie Straw Men" - in italiano Spaventapasseri Zombie - ma uno  "straw man argument" è un argomento fallace ed esagerato attaccato al posto di una posizione meglio argomentata]

Uno dei rischi del mestiere quando si confutano le posizioni della destra (ed occasionalmente anche della sinistra, ma molto meno) è la ripetuta  accusa di stare attaccando uno spaventa-passeri [confutare un argomento fallace, esagerato e mistificato].  Appena confuti qualche asserzione dei conservatori, susciti la pronta reazione dell'ala, in apparenza più ragionevole, del movimento che dichiara "nessuno sta dicendo questo", dove "questo" si riferisce a cose come: che la spesa pubblica non può mai creare posti di lavoro, oppure che il pianeta non si sta surriscaldando, oppure - ed è l'argomento di questo post - che non c'è stato alcun aumento della disuguaglianza dei redditi.

Allo stesso tempo, una altra ala della macchina di disinformazione continua a ripetere le stesse asserzioni da spaventa-passeri, non importa quante volte siano state confutate e demolite.

Così proprio oggi sono stato informato che la "Tax Foundation" [Fondazione Tasse] sta asserendo che non esiste una tendenza nel lungo periodo alla crescita della disuguaglianza tra redditi. Mi sono immediatamente chiesto: come hanno manipolato i dati per avere questo risultato? Ebbene ecco qui la risposta. In realtà l'intero post  è un classico esempio di disinformazione: Finge che le imposte sui redditi siano le uniche tasse? Sì!   Si lamenta del crescere della porzione di imposta pagata  dai ricchi trascurando di considerare la crescita nella loro porzione del reddito? Sì!  Piagnucola perché quei fortunati anatroccoli dei più poveri non pagano abbastanza? Sì!

Ma che dire della loro asserzione che non ci sia crescita tendenziale della disuguaglianza? Ecco il grafico che presentano:
[figura 3: La disuguaglianza tornata a livelli della metà degli anni 90]
[porzione del reddito dell'1% più ricco]

OK, cosa sta succedendo in questo grafico? Prima di tutto, stanno usando dati CBO, che arrivano solo fino al 2009; ma, guarda caso, esistono delle stime e previsioni, vedi  Piketty and Saez,  che arrivano fino al 2010 e che dimostrano come la disuguaglianza stia già rimbalzando [verso l'alto]

Ma rimbalzando da cosa? Ebbene, quale è la maggiore fonte di guadagno per l'1% più ricco, la fonte che è la più importante per loro e quella meno importante per tutti gli altri? I guadagni da capital gain. E cosa stava succedendo ai capital gain nel 2009? Qualcuno ricorda il crollo delle borse?

In effetti, persino il grafico della Tax Foundation rivela una evidente componente ciclica della porzione dei redditi del percentile più ricco. Quella scivolata all'inizio del 2000 non è stata un'inversione strutturale della tendenza alla crescita; perché immaginarsi che gli effetti della crisi del 2008 risultino differenti?

Ora non si tratta solo i capital gain; anche altre fonti di reddito per i più ricchi, come i bonus, risentono dei boom e dei crolli dei mercati finanziari. Ma come minimo  dovrebbero esaminarsi le porzioni di reddito escludendo il capital gain.

Non ho ora il tempo di produrre un grafico corrispondente dai dati di Piketty-Saez, ma ecco il loro grafico simile per il 0,01% :
[Porzione di reddito dello 0,01% più ricco]
────── con i capital gain ]
[  ───∆─── senza capital gain ]

Vi pare che questo rappresenti una situazione per cui dichiarereste che non esiste una tendenziale crescita della disuguaglianza dei redditi? 

Il fatto è che sono certo che questo sia un deliberato tentativo di mistificazione. La gente della Tax Foundation dovevano proprio sapere quello che stavano facendo.

C'è in realtà un punto in cui li si  può cogliere in flagrante. Quando affermano che quei poveretti dei ricchi stanno sostenendo un fardello troppo pesante rispetto a quello degli anatroccoli poveri, stanno fingendo che le imposte federali sui redditi siano la unica imposizione fiscale. Eppure, quando calcolano la giornata della libertà dalle tasse, che dovrebbe quanto siamo tutti terribilmente super-tassati, tutte quelle altre tasse, che erano ignorate nel calcolo della distribuzione dei redditi, tornano al centro della scena.

Ma tornando al mio punto principale: proprio mentre quei tizi apparentemente ragionevoli dicono "nessuno sta dicendo questo",  stai pur certo che qualche organizzazione del grande movimento conservatore lo sta proprio dicendo.


Relazione tra disuguaglianza e spread

pubblicato 26 lug 2012, 07:23 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 26 lug 2012, 07:29 ]


Esiste una relazione tra la distribuzione del reddito all’interno di un paese e il tasso di interesse sul suo debito?

Secondo una ricerca compiuta da Joshua Aizenman, della University of California e Yothin Jinjarak, della Univerisity of London, una maggiore diseguaglianza del reddito riesce a spiegare una parte non piccola del differenziale tra il tasso di interesse di alcuni paesi rispetto a quello delle economie più grandi e solide (il famoso spread). Analizzando i dati di 50 paesi relativi agli ultimi cinque anni, gli autori scoprono che esiste una relazione tra distribuzione del reddito, capacità dei governi di variare le politiche fiscali e rischio di default sul debito pubblico.

La polarizzazione della società rende difficile per il governo modificare la politica fiscale in periodi di crisi, dato che i partiti tenderanno a minimizzare l’impatto delle misure sul proprio bacino elettorale e si impegneranno in una “guerra di logoramento” che avrà l’effetto di lasciare largamente immutato lo status quo. Questo effetto è tanto più forte quanto più è diseguale la distribuzione di reddito: recenti studi mostrano come la disponibilità a pagare le tasse e la fedeltà fiscale (ovvero il contrario della propensione ad evadere) siano strettamente legate alla percezione dell’equità del sistema fiscale.

In particolare, nei paesi con una marcata diseguaglianza del reddito, il governo trova difficile aumentare le imposte in tempo di crisi (Aizemann e Jinjariak, 2012). Allo stesso modo, gli autori dimostrano che, nel periodo 2007-2009 paesi con minori diseguaglianze sono stati in grado di effettuare politiche di stimolo dell’economia più ampie ed efficaci per limitare l’impatto della crisi (Aizemann e Jinjariak, 2011).

Riferimenti

Aizenman ,Joshua and Yothin Jinjarak - Income inequality, tax base and sovereign spreads- NBER Working Paper 18176, Giugno 2012

http://economics.ucsc.edu/research/downloads/Aiz_Jin_Gini_2012.pdf

Aizenman ,Joshua and Yothin Jinjarak – The Fiscal Stimulus of 2009-10: Trade Openness, Fiscal Sapce and Exchange Rate Adjustment – NBEr Working Paper 17427, Luglio 2011

http://sciie.ucsc.edu/workingpaper/2011/Aiz%20Jin%20ISoM%20July%2011.pdf

1-6 of 6