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Da ISTAT Rapporto annuale 2012 - Crescita e disuguaglianze

pubblicato 24 mag 2012, 01:37 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 24 mag 2012, 01:45 ]

dal Capitolo 4
Disuguaglianze, equità e servizi ai cittadini 
estratto dal Focus per la stampa  su Crescita e disuguaglianze e Condizioni di vita e opportunità
  •  Negli ultimi trent’anni, secondo i dati dell’Ocse è cresciuto il divario tra ricchi e poveri nella maggior parte dei paesi avanzati, compresi quelli storicamente più attenti all’equità, tra cui gli scandinavi. In Italia la disuguaglianza è aumentata nella prima metà degli anni Novanta, per poi stabilizzarsi nel decennio successivo.
  • Nell’Unione Europea si osserva un’associazione positiva fra equità e crescita: a parte rare eccezioni, i paesi che nel 2005 risultavano più egualitari sono anche quelli cresciuti di più nel 2005-2010, e in cui si riscontra, alla ine del periodo, un Pil pro capite più alto.
  • Le minori opportunità di occupazione e i guadagni più bassi delle donne, insieme alla instabilità del lavoro, sono fra le principali cause di disuguaglianza in Italia. La probabilità di trovare lavoro per le madri rispetto ai padri è nove volte inferiore nel Nord, 10 nel Centro e ben 14 nel Mezzogiorno. L’instabilità del lavoro genera disuguaglianze soprattutto per i giovani, che rischiano più degli altri di lavorare a lungo come atipici.
  • Il divario di reddito fra uomini e donne è forte, inizia dai redditi medio-bassi e diventa più ampio al crescere del reddito.
  • Gran parte dell’impatto redistributivo dell’Irpef si realizza attraverso le detrazioni per lavoro. Queste detrazioni Irpef sono pari a 1.230 euro in media per i contribuenti a basso reddito (meno di 15.000 euro), si riducono a 720 euro per chi ha un reddito tra i 28.000 e i 55.000 euro per poi annullarsi. Le detrazioni per i familiari a carico per i redditi individuali più bassi sono molto contenute, in media 166 euro, e raggiungono il valore più alto, 434 euro, nella fascia di redditi compresa tra i 28.000 e i 55.000 euro, per poi decrescere.
  • Se le detrazioni vanno soprattutto a vantaggio dei redditi più bassi, gli abbattimenti e le deduzioni dall’imponibile, invece, favoriscono particolarmente le famiglie ad alto reddito e riducono la progressività. Sono massime (circa 5.700 euro) per i contribuenti che dichiarano più di 75.000 euro e minime (880 euro) per chi dichiara meno di 15.000 euro. 
  • A parità di reddito familiare il peso delle imposte dirette per le famiglie con un solo percettore è maggiore rispetto a quelle con due o più percettori, per effetto dell’applicazione della  progressività ai redditi individuali e dell’assenza di forme di tassazione familiare. 
  • Le famiglie con un solo percettore di reddito autonomo inferiore ai 15.000 euro pagano più Irpef, a parità di reddito, rispetto alle altre. Al contrario, fra le famiglie con due o più percettori, quelle con soli redditi autonomi superiori ai 25 mila euro pagano meno delle altre, grazie alle deduzioni e agli abbattimenti dell’imponibile. 
  • L’ordinamento non prevede un beneicio monetario a favore del contribuente  quando la somma delle detrazioni spettanti è più alta dell’imposta lorda (incapienza). Più di 4 milioni di contribuenti perdono 594 euro pro capite, per un totale di circa 2,6 miliardi di euro.
  • L’Italia è in fondo alla classiica europea per il contributo della donna ai redditi della coppia: il 33,7 per cento delle donne tra i 25 e i 54 anni non percepisce redditi (il 19,8 per cento nella media Ue27). Nei paesi scandinavi le coppie in cui la donna non guadagna sono meno del quattro per cento, in Francia il 10,9 per cento e in Spagna il 22,8 per cento.
  • La divisione dei ruoli economici e la ripartizione del lavoro di cura nella coppia è ancora a sfavore delle donne: in una coppia su tre la donna non guadagna e cura pressoché da sola il lavoro familiare. In una su quattro, la donna guadagna meno del partner, ma lavora molto di più per la famiglia. In una su cinque, anche guadagnando come il partner, la donna svolge la maggior parte del lavoro domestico e di cura. Solo in una coppia su venti, sia il lavoro familiare sia il contributo ai redditi sono equamente distribuiti fra partner. 
  • Nelle coppie in cui la donna non lavora (30 per cento del totale), è più alta la frequenza dei casi in cui lei non ha accesso al conto corrente (47,1 per cento contro il 28,6 per cento degli uomini); non è libera di spendere per sé stessa (28,3 per cento), non condivide le decisioni importanti con il partner (circa il 20 per cento); non è titolare dell’abitazione di proprietà  più del 50 per cento).
  • Le coppie con una divisione equa del lavoro retribuito e quello familiare presentano il minor rischio di disagio economico: soltanto il due per cento di queste coppie è a rischio di  povertà contro il 40 per cento di quelle in cui la donna non guadagna.
  • I separati e i divorziati sono più esposti al rischio di povertà (20,1 per cento) rispetto ai coniugati (15,6 per cento). Le ex-mogli sono più esposte al rischio di povertà (24 per cento in media) rispetto agli ex-mariti (15,3 per cento in media). Solo se la donna ha un’occupazione a tempo pieno, la rottura dell’unione ha gli stessi effetti economici per i due ex-coniugi (13 per cento il rischio di povertà per entrambi).
Condizioni di vita e opportunità
  • La mobilità sociale assoluta delle iglie e dei igli rispetto ai genitori è alta, per i cambiamenti strutturali dell’economia degli ultimi decenni. La luidità sociale tuttavia è bassa. La classe sociale dei genitori continua a condizionare fortemente il destino dei figli.
  • Confrontando i giovani delle generazioni entrati nel mondo del lavoro entro i 25 anni, le opportunità di miglioramento della propria condizione sociale rispetto ai padri sono cresciute fino alle generazioni degli anni ‘50, si sono ridotte per le generazioni successive e i rischi di peggiorare sono aumentati.
  • La probabilità dei igli della borghesia di permanere nella loro classe di origine è maggiore della probabilità di accesso da parte dei igli provenienti dalle altre classi. Sono molto rari gli spostamenti tra classi sociali se distanti. Solo l’8,5 per cento di chi ha un padre operaio riesce ad accedere a professioni apicali, quali dirigente, imprenditore o libero professionista.
  • La classe sociale dei genitori continua a inluenzare i percorsi formativi dei igli. Per l’università la selezione avviene già all’ingresso: della generazione nata negli anni ‘80,  si è iscritto all’università il 61,9 per cento dei igli delle classi agiate, contro il 20,3 dei figli di operai. Per quanto riguarda le scuole superiori, sono ormai minime le differenze fra le classi sociali nei tassi di iscrizione, mentre il tasso di abbandono è molto più alto per gli studenti delle classi meno agiate (30 per cento dei igli di operai nati negli anni ‘80, contro il 6,7 per cento dei figli di dirigenti, imprenditori, liberi professionisti).
  • Le donne hanno migliorato la loro istruzione più degli uomini: fra i nati nel periodo 1940-1949, si erano laureati il 10,6 per cento degli uomini e il 7,3 per cento delle donne; mentre fra i nati negli anni 1970-1979 è laureato il 21,7 per cento delle donne e il 15,2 per cento degli uomini. Il fenomeno ha riguardato tutte le classi sociali.
  • Il peso degli occupati atipici (dipendenti a tempo determinato, collaboratori o prestatori d’opera occasionale) sul totale degli occupati è in progressivo aumento: ha iniziato con un lavoro atipico il 44,6 per cento dei nati dagli anni ‘80 in poi. Il primo lavoro è stato atipico nel 31,1 per cento dei casi per la generazione degli anni ‘70; nel 23,2 per cento dei casi per i nati negli anni ‘60 e in circa un sesto dei casi tra le generazioni precedenti.
  • A dieci anni dal primo lavoro atipico, quasi un terzo degli occupati è ancora precario e uno su dieci è senza lavoro. Il passaggio a lavori standard è più facile per gli appartenenti alla classe sociale più alta, mentre chi ha iniziato come operaio in un lavoro atipico, dopo dieci anni, nel 29,7 per cento dei casi è ancora precario e nell’11,6 ha perso il lavoro.
  • Nel Mezzogiorno, nonostante la mobilità assoluta sia in linea con quella osservata nel resto del Paese, la dificoltà di salire i gradini della scala sociale sono maggiori.   Al netto dei  cambiamenti strutturali, la borghesia meridionale è la classe che ha tutelato meglio i propri igli nella conservazione delle posizioni elevate, con un indice di mobilità relativa di 2,14. Più dificile nel Mezzogiorno è ottenere una posizione lavorativa stabile negli anni successivi all’inizio di un lavoro atipico.  A distanza di dieci anni, solo il 47,6 per cento ha trovato  un’occupazione stabile (al Nord, questa percentuale è superiore al 70 per cento).
  • I rischi di mortalità sono più elevati per le persone delle classi sociali più basse, soprattutto per le donne. Le 25-64enni con livello di istruzione più basso presentano un rischio di mortalità circa doppio rispetto alle coetanee con titolo di studio più elevato; per gli uomini della stessa età una bassa istruzione comporta un rischio di morire superiore dell’80 per cento rispetto ai più istruiti. 

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