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Crisi sociale e salute (3)

pubblicato 27 mag 2012, 02:54 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 27 mag 2012, 02:59 ]
il terzo di una serie di Post  e specificatamente dedicato alle relazioni tra crisi, disuguaglianze e salute  apparso il 27 maggio 2012   nel blog  Salute per tutti  di Gavino Maciocco su ComUnità, la community de l'Unità 

L’Italia fa parte con Usa e Regno Unito del gruppo di paesi sviluppati che presentano gli indici più elevati di disuguaglianza economica. Nel 2008 la quota di reddito percepita dal 10 per cento delle famiglie con redditi più elevati equivaleva a 10,5 volte la quota delle famiglie con il reddito più basso. Alle prime è andato il 26,3 per cento del reddito totale delle famiglie italiane; alle seconde, il 2,5 per cento. La distribuzione della ricchezza è ancora più diseguale: il decimo più ricco delle famiglie italiane detiene il 44 per cento della ricchezza totale (vedi qui).

La crisi ha dilatato le diseguaglianze socio-economiche e con queste si sono allargate le diseguaglianze nella salute. 
I gruppi di popolazione con redditi più bassi e con titoli di studio inferiori hanno una minore longevità, una maggiore probabilità di ammalarsi di una o più malattie croniche e di morire precocemente a causa di queste.

A Torino il gruppo di popolazione col reddito più basso ha una vita media di quasi sei anni più bassa rispetto al gruppo col reddito più alto: ovvero la vita media dei più ricchi è 80 anni e dei più poveri 74 (Figura 1).

Figura 1. Differenze nella speranza di vita alla nascita dei maschi a Torino per decile di reddito. Anni 2000-2005. Fonte: G. Costa

A Firenze le persone con basso titolo di studio hanno il 79% di probabilità in più di morire di infarto prima di 74 anni
rispetto alle persone laureate: ovvero prima dei 74 anni in proporzione muoiono per infarto 100 persone laureate e 179 persone con basso titolo di studio (Figura 2).

Figura 2. Probabilità di morire per infarto (RR) prima di 74 anni, per livello d’istruzione. Firenze, 2001-2005. Fonte: Studio Longitudinale Toscano.

Le condizioni socio-economiche influenzano lo stato di salute delle persone, e sono responsabili delle diseguaglianze nella salute, attraverso alcuni principali fattori.

Il primo di questi è il lavoro. Il lavoro che non c’è. Il lavoro precario e insicuro. Il lavoro ripetitivo, subordinato, privo di autonomia e di possibilità di controllo. Il lavoro senza gratificazioni, sfruttato, mal remunerato. Tali condizioni espongono le persone al rischio dello “stress cronico”, una condizione dannosa per la salute perché favorisce l’insorgenza dell’ipertensione arteriosa e altera le difese immunitarie, e perché predispone a stili di vita nocivi (fumo, alcol, sedentarietà, etc). Poi c’è il lavoro come causa diretta di danni alla salute, vedi infortuni e malattie professionali.

Il secondo (ma l’elenco potrebbe continuare) è la conoscenza ( e le “conoscenze”). Le persone con basso livello d’istruzione e basso reddito (specie se anziane) hanno minori informazioni sulla salute e si curano meno delle loro condizioni fisiche; hanno anche minore conoscenza del sistema sanitario, delle modalità di accesso, della qualità dei servizi offerti e hanno minori “conoscenze” per riuscire a “entrare” nel sistema e ottenere il meglio che questo può dare.

Secondo un’indagine nazionale dell’Istat soffrono di una patologia cronica grave (tra cui malattie cardiovascolari, tumori, diabete, malattie respiratorie) l’8,2% delle persone con laurea o diploma e il 32,5% di quanti hanno al massimo la licenza elementare. Nell’insorgenza e nell'aggravamento di gran parte delle malattie croniche gli stili di vita giocano un ruolo decisivo. Anche qui la diffusione degli stili di vita nocivi si distribuisce nella popolazione rigorosamente sulla base della classe sociale. Prendiamo ad esempio la sedentarietà (utilizzando le informazioni tratte dal Rapporto Nazionale Passi).

E’ ampiamente dimostrato che l’attività fisica svolta con regolarità induce numerosi benefici per la salute, aumenta il benessere psicologico e previene una morte prematura. In particolare, chi pratica regolarmente l’attività fisica riduce significativamente il rischio di avere problemi di: ipertensione, malattie cardiovascolari (malattie coronariche e ictus cerebrale), diabete tipo 2, osteoporosi, depressione, traumi da caduta degli anziani, alcuni tipi di cancro, come quello del colon retto, del seno e dell’endometrio (ma esistono prove, seppure ancora incomplete, di una riduzione del rischio anche di cancro del polmone e della prostata).


In Italia la percentuale di sedentari, di coloro che non svolgono alcuna attività fisica, è in crescita: 27,5% nel 2007, 30,9 nel 2010. Con forti differenze tra classi sociali e tra nord e sud, come dimostrano le Figure 3 e 4.

Figura 3. Distribuzione della sedentarietà per età, sesso, livello d'istruzione e condizione economica. Fonte: Rapporto Nazionale Passi, 2010.

Figura 4. Distribuzione geografica della sedentarietà. Fonte: Rapporto Nazionale Passi, 2010.

Le stesse stratificazioni sociali le troviamo nella diffusione del sovrappeso/obesità e dell’abitudine al fumo.

E’ ben vero che i comportamenti dipendono dalla volontà delle persone, ma ritenere che l’aderenza a un determinato stile di vita sia nient’altro che il frutto della libera e consapevole scelta dell’individuo è la banale semplificazione di un problema molto complesso. A testimoniare la complessità della questione sta la constatazione che i comportamenti nocivi per la salute si concentrano nelle fasce meno favorite della popolazione e che queste fasce sono le più colpite da malattie croniche. Non è semplice promuovere stili di vita salutari e ancor più difficile cercare di modificare i comportamenti francamente insalubri. Infatti, agli elementi soggettivi che inducono le persone a seguire stili di vita nocivi (vedi la condizione di stress cronico) si aggiungono i fattori di mercato che condizionano le scelte delle persone: la pubblicità, la moda e anche banali e spesso decisivi calcoli economici (es: i cibi ad alto contenuto calorico e a basso contenuto nutritivo sono in generale a più basso prezzo).

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