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segnalazioni 2012-05

La disuguaglianza non è stata la risposta: è stata la nostra rovina

pubblicato 27 mag 2012, 12:28 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 07 giu 2012, 11:48 ]

La disuguaglianza non è stata una soluzione: infatti, è stata la nostra rovina di Heather Stewart, guardian.co.uk  sabato 26 maggio 2012

Indignados protest in Madrid
Indignados in dimostrazione contro la disuguaglianza ed il sistema globale finanziario in Spagna  Fotografia: Javier Lizon/EPA

Il crescente divario tra ricchi e poveri doveva essere il giusto prezzo da pagare in cambio della stabilità economica. In realtà  ha portato debiti che potrebbero arrestare la crescita per anni. 

La settimana scorsa al Forum OCSE a Parigi - una riunione dei grandi del mondo dell'economia e della politica pubblica - la maggior parte dell'attenzione era sul dramma che si stava svolgendo a Bruxelles, dove i leader europei, riuniti a cena, non sono riusciti, ancora una volta , a risolvere la crisi del debito.

Ma oltre al tentativo di indovinare la prossima mossa di Angela Merkel, c'era un argomento politico scottante che è emerso ripetutamente a Parigi: la disuguaglianza. I manifestanti di  Occupy sono stati  costretti a spostare la loro eterogenea collezione di tende dall'esterno di St.Paul, ma la loro tesi che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in un capitalismo che permette al "99%" di cadere così  in basso  ha colpito un nervo scoperto.

Il voto contro l'austerità nelle elezioni greche all'inizio di questo mese, e la assertività crescente di gruppi di protesta come gli indignados in Spagna, ha rivelato i limiti politici di un approccio economico che comporta punire le persone di  basso reddito per i peccati delle élite.

Nella sintesi delle loro discussioni, i ministri dell'OCSE promettono di "combattere le diseguaglianze crescenti  con approcci che 'rendano redditizio il lavoro' , con il sostegno alle famiglie a basso reddito, con  l'inclusione finanziaria, così come con investimenti  per le persone e i posti di lavoro". Ci possono essere pochi risultati concreti, ma sta diventando sempre più di moda riconoscere che la disuguaglianza è un problema economico a sé stante, oltre che una questione di giustizia sociale.

Per lungo tempo, il crescente divario tra ricchi e poveri è stato guardato con apprensione dalle sinistre, ma è stato ignorato o sottovalutato da molti economisti - e dal consenso politico - come uno sfortunato ma inevitabile effetto collaterale della lotta all'inflazione, e, successivamente,  del cambiamento tecnologico e  della globalizzazione.

Un eccellente nuovo articolo (presentato a Parigi, ma ancora inedito) di James Galbraith, figlio economista del famoso padre  economista, aiuta a spiegare come siamo arrivati ​​a questo punto. L'autore sostiene che è fondamentale capire come l'Occidente, e gli economisti, hanno risposto agli shock petroliferi degli anni '70.

Invece di usare politiche industriali o di occupazione per distribuire il costo e sacrificio  del riadattamento, o ristrutturare  l'economia per far fronte al maggior costo dell'energia, il mondo ricco trattato la crisi come puramente uno "shock dei prezzi" - un problema di inflazione.  La risposta è stata a far decollare i tassi di interesse, spezzare il potere contrattuale dei sindacati, e tollerare i livelli di disoccupazione che una volta sarebbero stati considerati inaccettabili, in nome della causa di uccidere la bestia di inflazione.

Da quando poi Margaret Thatcher prese le redini in Gran Bretagna e Ronald Reagan negli Stati Uniti, questo mantra per esorcizzare l' inflazione si è intrecciato con il pernicioso mito che liberalizzare i mercati finanziari e permettere al punto di vista del mercato di penetrare nuovi ambiti della vita porterebbe a un mondo migliore e più sicuro. Il risultato è stato un'economia in cui  il ​​99%  è stato lasciato molto indietro: la disuguaglianza è ascesa vertiginosamente dal 1980 su entrambi i lati dell'Atlantico. Più tardi, la storia ha visto  [da un lato]  la crescente importanza dell' "economia senza peso"  hi-tech  e [dall'altro]  la esternalizzazione e delocalizzazione  della produzione metallurgica tradizionale verso economie  a basso costo di manodopera come la Cina,  [questo]  ha polarizzato [la distribuzione del]  reddito  tra gli altamente qualificati e ben pagati "lavoratori della conoscenza" e i poco qualificati schiavi salariati che improvvisamente hanno dovuto competere con i sotto-pagati lavoratori delle  fabbriche cinesi e indiane.

Tutto questo è stato molto triste per i perdenti in questa nuova economia dove il vincitore prende tutto, ma il premio doveva essere la "Grande Moderazione": un lungo periodo di consistente e costante crescita e bassa inflazione in gran parte del mondo ricco.

Purtroppo, la Grande Moderazione ora sembra essere stato, col senno di poi, la Breve Tregua dal tumulto economico, guidato da fattori a breve termine, come l'ingresso della Cina nell'economia mondiale e da un enorme boom del credito al consumo.

Nel frattempo, sotto il livello delle statistiche economiche più aggregate, la crescente disuguaglianza stava avendo effetti perniciosi per conto suo. Un recente studio pubblicato dal  "National Institute of Economic and Social Research" [Istituto Nazionale di Ricerche Economiche e Sociali] (NIESR) per il think-tank della Resolution Foundation   dimostra che famiglie a basso reddito nel Regno Unito hanno mantenuto il loro tenore di vita tra la fine del 1990 e gli inizi del 2000 solamente ricorrendo pesantemente al debito.

C'è un opinione diffusa, sostenuta tra gli altri da Ben  Broadbent della Banca d'Inghilterra, che nel Regno Unito i livelli senza precedenti di indebitamento delle famiglie non abbiano rilevanza nel contrastare  il recupero, perché sono stati accompagnati da un forte aumento in ricchezze patrimoniali.

Questo sembra corretto se si pensa a proprietari di casa che confrontano i propri mutui in crescita con i prezzi delle case in aumento. Ma NIESR ha scoperto che, in realtà, erano di gran lunga i poveri ad indebitarsi in questo periodo, mentre i ricchi stavano accumulando ricchezze. Nei dieci anni precedenti al 2007, per esempio, la parte inferiore del 10% delle famiglie ha visto il proprio reddito crescere del 17%, ma il loro aumento di spesa è stato  del 43%. Come NIESR dice: "Dato che solo una minoranza dei più poveri sono proprietari di abitazione su cui  pagano il mutuo, è altamente improbabile che questo [loro indebitamento sia] controbilanciato da un aumento di ricchezza immobiliare".

Senza questo indebitamento selvaggio, è probabile che il consumo sarebbe crollato, e con esso la crescita. E poiché molte famiglie povere sono oggi ostacolate da debiti impagabili, la domanda potrebbe rimanere bassa per anni. Quindi sembra che la crescente disuguaglianza abbia rilevanza - economica, oltre che politica.

Ed è questa storia - di decenni in cui i premi sontuosi maturati a pochi, mentre tutti gli altri mettevano pezze di carta sopra  le crepe con il debito personale - che potrebbe rendere l'austerità impossibile da sopportare.

Come dice Galbraith, "lo sconvolgimento sociale è una possibilità", perché "coloro che spingono affinché i costi ricadano principalmente sulla popolazione a basso e medio reddito, attraverso tagli in pensioni, cure mediche, istruzione e infrastrutture pubbliche, devono rendersi conto che le persone colpite faranno la prossima mossa ".

Crisi sociale e salute (3)

pubblicato 27 mag 2012, 02:54 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 27 mag 2012, 02:59 ]

il terzo di una serie di Post  e specificatamente dedicato alle relazioni tra crisi, disuguaglianze e salute  apparso il 27 maggio 2012   nel blog  Salute per tutti  di Gavino Maciocco su ComUnità, la community de l'Unità 

L’Italia fa parte con Usa e Regno Unito del gruppo di paesi sviluppati che presentano gli indici più elevati di disuguaglianza economica. Nel 2008 la quota di reddito percepita dal 10 per cento delle famiglie con redditi più elevati equivaleva a 10,5 volte la quota delle famiglie con il reddito più basso. Alle prime è andato il 26,3 per cento del reddito totale delle famiglie italiane; alle seconde, il 2,5 per cento. La distribuzione della ricchezza è ancora più diseguale: il decimo più ricco delle famiglie italiane detiene il 44 per cento della ricchezza totale (vedi qui).

La crisi ha dilatato le diseguaglianze socio-economiche e con queste si sono allargate le diseguaglianze nella salute. 
I gruppi di popolazione con redditi più bassi e con titoli di studio inferiori hanno una minore longevità, una maggiore probabilità di ammalarsi di una o più malattie croniche e di morire precocemente a causa di queste.

A Torino il gruppo di popolazione col reddito più basso ha una vita media di quasi sei anni più bassa rispetto al gruppo col reddito più alto: ovvero la vita media dei più ricchi è 80 anni e dei più poveri 74 (Figura 1).

Figura 1. Differenze nella speranza di vita alla nascita dei maschi a Torino per decile di reddito. Anni 2000-2005. Fonte: G. Costa

A Firenze le persone con basso titolo di studio hanno il 79% di probabilità in più di morire di infarto prima di 74 anni
rispetto alle persone laureate: ovvero prima dei 74 anni in proporzione muoiono per infarto 100 persone laureate e 179 persone con basso titolo di studio (Figura 2).

Figura 2. Probabilità di morire per infarto (RR) prima di 74 anni, per livello d’istruzione. Firenze, 2001-2005. Fonte: Studio Longitudinale Toscano.

Le condizioni socio-economiche influenzano lo stato di salute delle persone, e sono responsabili delle diseguaglianze nella salute, attraverso alcuni principali fattori.

Il primo di questi è il lavoro. Il lavoro che non c’è. Il lavoro precario e insicuro. Il lavoro ripetitivo, subordinato, privo di autonomia e di possibilità di controllo. Il lavoro senza gratificazioni, sfruttato, mal remunerato. Tali condizioni espongono le persone al rischio dello “stress cronico”, una condizione dannosa per la salute perché favorisce l’insorgenza dell’ipertensione arteriosa e altera le difese immunitarie, e perché predispone a stili di vita nocivi (fumo, alcol, sedentarietà, etc). Poi c’è il lavoro come causa diretta di danni alla salute, vedi infortuni e malattie professionali.

Il secondo (ma l’elenco potrebbe continuare) è la conoscenza ( e le “conoscenze”). Le persone con basso livello d’istruzione e basso reddito (specie se anziane) hanno minori informazioni sulla salute e si curano meno delle loro condizioni fisiche; hanno anche minore conoscenza del sistema sanitario, delle modalità di accesso, della qualità dei servizi offerti e hanno minori “conoscenze” per riuscire a “entrare” nel sistema e ottenere il meglio che questo può dare.

Secondo un’indagine nazionale dell’Istat soffrono di una patologia cronica grave (tra cui malattie cardiovascolari, tumori, diabete, malattie respiratorie) l’8,2% delle persone con laurea o diploma e il 32,5% di quanti hanno al massimo la licenza elementare. Nell’insorgenza e nell'aggravamento di gran parte delle malattie croniche gli stili di vita giocano un ruolo decisivo. Anche qui la diffusione degli stili di vita nocivi si distribuisce nella popolazione rigorosamente sulla base della classe sociale. Prendiamo ad esempio la sedentarietà (utilizzando le informazioni tratte dal Rapporto Nazionale Passi).

E’ ampiamente dimostrato che l’attività fisica svolta con regolarità induce numerosi benefici per la salute, aumenta il benessere psicologico e previene una morte prematura. In particolare, chi pratica regolarmente l’attività fisica riduce significativamente il rischio di avere problemi di: ipertensione, malattie cardiovascolari (malattie coronariche e ictus cerebrale), diabete tipo 2, osteoporosi, depressione, traumi da caduta degli anziani, alcuni tipi di cancro, come quello del colon retto, del seno e dell’endometrio (ma esistono prove, seppure ancora incomplete, di una riduzione del rischio anche di cancro del polmone e della prostata).


In Italia la percentuale di sedentari, di coloro che non svolgono alcuna attività fisica, è in crescita: 27,5% nel 2007, 30,9 nel 2010. Con forti differenze tra classi sociali e tra nord e sud, come dimostrano le Figure 3 e 4.

Figura 3. Distribuzione della sedentarietà per età, sesso, livello d'istruzione e condizione economica. Fonte: Rapporto Nazionale Passi, 2010.

Figura 4. Distribuzione geografica della sedentarietà. Fonte: Rapporto Nazionale Passi, 2010.

Le stesse stratificazioni sociali le troviamo nella diffusione del sovrappeso/obesità e dell’abitudine al fumo.

E’ ben vero che i comportamenti dipendono dalla volontà delle persone, ma ritenere che l’aderenza a un determinato stile di vita sia nient’altro che il frutto della libera e consapevole scelta dell’individuo è la banale semplificazione di un problema molto complesso. A testimoniare la complessità della questione sta la constatazione che i comportamenti nocivi per la salute si concentrano nelle fasce meno favorite della popolazione e che queste fasce sono le più colpite da malattie croniche. Non è semplice promuovere stili di vita salutari e ancor più difficile cercare di modificare i comportamenti francamente insalubri. Infatti, agli elementi soggettivi che inducono le persone a seguire stili di vita nocivi (vedi la condizione di stress cronico) si aggiungono i fattori di mercato che condizionano le scelte delle persone: la pubblicità, la moda e anche banali e spesso decisivi calcoli economici (es: i cibi ad alto contenuto calorico e a basso contenuto nutritivo sono in generale a più basso prezzo).

Banche Italia: Uilca, nel 2011 crescita a due cifre per gli stipendi dei ceo

pubblicato 25 mag 2012, 13:54 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 26 mag 2012, 00:25 ]


Finanzaonline.com - 24.5.12/16:51
In forte crescita i compensi dei top manager delle principali banche italiane. Uno studio realizzato dall'Ufficio Studi dell'Uilca evidenzia come nel 2011 sia continuata la crescita dei compensi del top management bancario italiano "malgrado i costanti richiami alle aziende ad adottare politiche di moderazione ed equità e una crisi sempre più aggressiva, che ha prodotto aumento della disoccupazione e delle disuguaglianze sociali". Lo studio della Uilca evidenzia un aumento delle retribuzioni dei Ceo del 36,23% rispetto all´anno precedente, per un totale di 26,067 milioni, rispetto ai 19,135 milioni inerenti il 2010. Il compenso medio dei Ceo risulta quindi di 85 volte superiore a quello dei lavoratori. L'analisi è relativa ai compensi relativi al 2011 dei Chief Executive Officer (Ceo - Amministratori Delegati o Direttori Generali) e dei presidenti di 11 tra i principali Gruppi bancari italiani (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banca Monte Paschi di Siena, Banco Popolare, Ubi, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell´Emilia Romagna, Banca Popolare di Sondrio, Banco di Desio e della Brianza, Banca Carige, Banca Popolare di Spoleto).

Fonte: Finanza.com

Da ISTAT Rapporto annuale 2012 - Crescita e disuguaglianze

pubblicato 24 mag 2012, 01:37 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 24 mag 2012, 01:45 ]


dal Capitolo 4
Disuguaglianze, equità e servizi ai cittadini 
estratto dal Focus per la stampa  su Crescita e disuguaglianze e Condizioni di vita e opportunità
  •  Negli ultimi trent’anni, secondo i dati dell’Ocse è cresciuto il divario tra ricchi e poveri nella maggior parte dei paesi avanzati, compresi quelli storicamente più attenti all’equità, tra cui gli scandinavi. In Italia la disuguaglianza è aumentata nella prima metà degli anni Novanta, per poi stabilizzarsi nel decennio successivo.
  • Nell’Unione Europea si osserva un’associazione positiva fra equità e crescita: a parte rare eccezioni, i paesi che nel 2005 risultavano più egualitari sono anche quelli cresciuti di più nel 2005-2010, e in cui si riscontra, alla ine del periodo, un Pil pro capite più alto.
  • Le minori opportunità di occupazione e i guadagni più bassi delle donne, insieme alla instabilità del lavoro, sono fra le principali cause di disuguaglianza in Italia. La probabilità di trovare lavoro per le madri rispetto ai padri è nove volte inferiore nel Nord, 10 nel Centro e ben 14 nel Mezzogiorno. L’instabilità del lavoro genera disuguaglianze soprattutto per i giovani, che rischiano più degli altri di lavorare a lungo come atipici.
  • Il divario di reddito fra uomini e donne è forte, inizia dai redditi medio-bassi e diventa più ampio al crescere del reddito.
  • Gran parte dell’impatto redistributivo dell’Irpef si realizza attraverso le detrazioni per lavoro. Queste detrazioni Irpef sono pari a 1.230 euro in media per i contribuenti a basso reddito (meno di 15.000 euro), si riducono a 720 euro per chi ha un reddito tra i 28.000 e i 55.000 euro per poi annullarsi. Le detrazioni per i familiari a carico per i redditi individuali più bassi sono molto contenute, in media 166 euro, e raggiungono il valore più alto, 434 euro, nella fascia di redditi compresa tra i 28.000 e i 55.000 euro, per poi decrescere.
  • Se le detrazioni vanno soprattutto a vantaggio dei redditi più bassi, gli abbattimenti e le deduzioni dall’imponibile, invece, favoriscono particolarmente le famiglie ad alto reddito e riducono la progressività. Sono massime (circa 5.700 euro) per i contribuenti che dichiarano più di 75.000 euro e minime (880 euro) per chi dichiara meno di 15.000 euro. 
  • A parità di reddito familiare il peso delle imposte dirette per le famiglie con un solo percettore è maggiore rispetto a quelle con due o più percettori, per effetto dell’applicazione della  progressività ai redditi individuali e dell’assenza di forme di tassazione familiare. 
  • Le famiglie con un solo percettore di reddito autonomo inferiore ai 15.000 euro pagano più Irpef, a parità di reddito, rispetto alle altre. Al contrario, fra le famiglie con due o più percettori, quelle con soli redditi autonomi superiori ai 25 mila euro pagano meno delle altre, grazie alle deduzioni e agli abbattimenti dell’imponibile. 
  • L’ordinamento non prevede un beneicio monetario a favore del contribuente  quando la somma delle detrazioni spettanti è più alta dell’imposta lorda (incapienza). Più di 4 milioni di contribuenti perdono 594 euro pro capite, per un totale di circa 2,6 miliardi di euro.
  • L’Italia è in fondo alla classiica europea per il contributo della donna ai redditi della coppia: il 33,7 per cento delle donne tra i 25 e i 54 anni non percepisce redditi (il 19,8 per cento nella media Ue27). Nei paesi scandinavi le coppie in cui la donna non guadagna sono meno del quattro per cento, in Francia il 10,9 per cento e in Spagna il 22,8 per cento.
  • La divisione dei ruoli economici e la ripartizione del lavoro di cura nella coppia è ancora a sfavore delle donne: in una coppia su tre la donna non guadagna e cura pressoché da sola il lavoro familiare. In una su quattro, la donna guadagna meno del partner, ma lavora molto di più per la famiglia. In una su cinque, anche guadagnando come il partner, la donna svolge la maggior parte del lavoro domestico e di cura. Solo in una coppia su venti, sia il lavoro familiare sia il contributo ai redditi sono equamente distribuiti fra partner. 
  • Nelle coppie in cui la donna non lavora (30 per cento del totale), è più alta la frequenza dei casi in cui lei non ha accesso al conto corrente (47,1 per cento contro il 28,6 per cento degli uomini); non è libera di spendere per sé stessa (28,3 per cento), non condivide le decisioni importanti con il partner (circa il 20 per cento); non è titolare dell’abitazione di proprietà  più del 50 per cento).
  • Le coppie con una divisione equa del lavoro retribuito e quello familiare presentano il minor rischio di disagio economico: soltanto il due per cento di queste coppie è a rischio di  povertà contro il 40 per cento di quelle in cui la donna non guadagna.
  • I separati e i divorziati sono più esposti al rischio di povertà (20,1 per cento) rispetto ai coniugati (15,6 per cento). Le ex-mogli sono più esposte al rischio di povertà (24 per cento in media) rispetto agli ex-mariti (15,3 per cento in media). Solo se la donna ha un’occupazione a tempo pieno, la rottura dell’unione ha gli stessi effetti economici per i due ex-coniugi (13 per cento il rischio di povertà per entrambi).
Condizioni di vita e opportunità
  • La mobilità sociale assoluta delle iglie e dei igli rispetto ai genitori è alta, per i cambiamenti strutturali dell’economia degli ultimi decenni. La luidità sociale tuttavia è bassa. La classe sociale dei genitori continua a condizionare fortemente il destino dei figli.
  • Confrontando i giovani delle generazioni entrati nel mondo del lavoro entro i 25 anni, le opportunità di miglioramento della propria condizione sociale rispetto ai padri sono cresciute fino alle generazioni degli anni ‘50, si sono ridotte per le generazioni successive e i rischi di peggiorare sono aumentati.
  • La probabilità dei igli della borghesia di permanere nella loro classe di origine è maggiore della probabilità di accesso da parte dei igli provenienti dalle altre classi. Sono molto rari gli spostamenti tra classi sociali se distanti. Solo l’8,5 per cento di chi ha un padre operaio riesce ad accedere a professioni apicali, quali dirigente, imprenditore o libero professionista.
  • La classe sociale dei genitori continua a inluenzare i percorsi formativi dei igli. Per l’università la selezione avviene già all’ingresso: della generazione nata negli anni ‘80,  si è iscritto all’università il 61,9 per cento dei igli delle classi agiate, contro il 20,3 dei figli di operai. Per quanto riguarda le scuole superiori, sono ormai minime le differenze fra le classi sociali nei tassi di iscrizione, mentre il tasso di abbandono è molto più alto per gli studenti delle classi meno agiate (30 per cento dei igli di operai nati negli anni ‘80, contro il 6,7 per cento dei figli di dirigenti, imprenditori, liberi professionisti).
  • Le donne hanno migliorato la loro istruzione più degli uomini: fra i nati nel periodo 1940-1949, si erano laureati il 10,6 per cento degli uomini e il 7,3 per cento delle donne; mentre fra i nati negli anni 1970-1979 è laureato il 21,7 per cento delle donne e il 15,2 per cento degli uomini. Il fenomeno ha riguardato tutte le classi sociali.
  • Il peso degli occupati atipici (dipendenti a tempo determinato, collaboratori o prestatori d’opera occasionale) sul totale degli occupati è in progressivo aumento: ha iniziato con un lavoro atipico il 44,6 per cento dei nati dagli anni ‘80 in poi. Il primo lavoro è stato atipico nel 31,1 per cento dei casi per la generazione degli anni ‘70; nel 23,2 per cento dei casi per i nati negli anni ‘60 e in circa un sesto dei casi tra le generazioni precedenti.
  • A dieci anni dal primo lavoro atipico, quasi un terzo degli occupati è ancora precario e uno su dieci è senza lavoro. Il passaggio a lavori standard è più facile per gli appartenenti alla classe sociale più alta, mentre chi ha iniziato come operaio in un lavoro atipico, dopo dieci anni, nel 29,7 per cento dei casi è ancora precario e nell’11,6 ha perso il lavoro.
  • Nel Mezzogiorno, nonostante la mobilità assoluta sia in linea con quella osservata nel resto del Paese, la dificoltà di salire i gradini della scala sociale sono maggiori.   Al netto dei  cambiamenti strutturali, la borghesia meridionale è la classe che ha tutelato meglio i propri igli nella conservazione delle posizioni elevate, con un indice di mobilità relativa di 2,14. Più dificile nel Mezzogiorno è ottenere una posizione lavorativa stabile negli anni successivi all’inizio di un lavoro atipico.  A distanza di dieci anni, solo il 47,6 per cento ha trovato  un’occupazione stabile (al Nord, questa percentuale è superiore al 70 per cento).
  • I rischi di mortalità sono più elevati per le persone delle classi sociali più basse, soprattutto per le donne. Le 25-64enni con livello di istruzione più basso presentano un rischio di mortalità circa doppio rispetto alle coetanee con titolo di studio più elevato; per gli uomini della stessa età una bassa istruzione comporta un rischio di morire superiore dell’80 per cento rispetto ai più istruiti. 

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