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Segnalazioni 2011-12


EFFETTO IMU

pubblicato 14 dic 2011, 05:21 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 21 dic 2011, 07:45 da Elisabetta Rossi ]

di Massimo Bordignon , Simone Pellegrino e Gilberto Turati da La Voce 13.12.2011

Aver introdotto l'Imu sull'abitazione di residenza rende immediatamente iniqua la manovra Monti? In realtà, l'Imu sulla prima casa ha effetti distributivi meno negativi dell'Ici 2007. Non è così invece per le seconde case, per la contemporanea eliminazione delle rendite catastali dall'Irpef. Una scelta forse da riconsiderare perché assieme alla cedolare secca sui canoni di locazione erode ancor di più la base imponibile dell'Irpef, rendendola sempre più simile a un'imposta sui soli redditi da lavoro e pensioni. E se poi una parte dei "poveri" fossero solo evasori?


Il dibattito politico sulla manovra correttiva varata dal governo Monti si è rapidamente concentrato sulle questioni distributive, soprattutto per quanto riguarda l’anticipo al 2012 dell’Imposta municipale propria (Imu), già prevista nei decreti attuativi sul federalismo fiscale, e la sua estensione all’abitazione di residenza. Per molti, questo la rende immediatamente iniqua; per altri, addirittura sono i ricchi a guadagnarci e i poveri a perderci. Ma è davvero così? Cominciamo ricordando qualche fatto.

LA CASA DEGLI ITALIANI

Il patrimonio delle famiglie italiane è molto ampio in un confronto internazionale. (1) Ma secondo stime recenti, ben l’85 per cento è investito in immobili, per i quattro quinti nella residenza principale (il 70 per cento delle famiglie italiane è proprietaria dell’immobile dove abita), ragione non secondaria della osservata maggior equità nella distribuzione della ricchezza in Italia rispetto a altri paesi. (2) In particolare, dei 32,5 milioni di immobili del gruppo catastale A (dove rientrano le abitazioni) censiti dall’Agenzia del territorio, ben 29,6 sono di proprietà delle famiglie.
Che succede quando questo ingente patrimonio familiare è sottoposto a tassazione? In particolare come si ripartisce il nuovo carico tributario tra le famiglie ricche e quelle povere? Per rispondere, utilizziamo qui un modello di microsimulazione costruito sull’Indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia. (3) Questo ci consente di abbinare alle informazioni sulla ricchezza immobiliare, anche quelle sui redditi dichiarati e dunque di offrire qualche risposta all’interrogativo precedente.

LA NUOVA IMU

Prima di illustrare i risultati delle stime, ricordiamo gli aspetti più rilevanti della nuova imposta. Rispetto all’Ici che sostituisce, l’Imu presenta quattro principali novità: a) la base imponibile si ottiene moltiplicando per 160 (e non più per 100) la rendita catastale rivalutata; b) l’aliquota ordinaria sull’abitazione di residenza è del 4 per mille, più contenuta rispetto all’Ici 2007 (in media pari al 5,2 per mille); c) la detrazione concessa per l’abitazione di residenza è pari a 200 euro (circa il doppio della detrazione media prevista dall’Ici 2007, 117 euro); d) per gli immobili non locati (le seconde case non affittate) l’aliquota di riferimento sale al 7,6 per mille (rispetto al 6,1 attuale); tuttavia, per questi immobili, parallelamente all’introduzione dell’Imu, è prevista l’esclusione dall’Irpef delle loro rendite catastali.

L’ABITAZIONE PRINCIPALE

La tabella 1 evidenzia le differenze tra Ici e Imu sull’abitazione principale, considerando rendite catastali rivalutate del 5 per cento da un minimo di 250 euro a un massimo di 1.500 euro. Rispetto all’Ici, aumenta il valore catastale esente dall’imposta: con l’Ici sono esenti le abitazioni di residenza con valore catastale pari a 22.500 euro (applicando l’aliquota media del 5,2 per mille e la detrazione media di 117 euro), con l’Imu si salefino a 50mila euro (corrispondenti a 31.250 euro con il coefficiente pari a 100 come nell’Ici e l’aliquota del 4 per mille). Per rendite fino a 750 euro si pagherà meno con la nuova Imu, per rendite superiori si pagherà di più. La tabella riporta anche l’effetto qualora i comuni usino la possibilità concessa di aumentare l’aliquota a un valore pari a quella dell’Ici nel 2007 (5,2 per mille).
Consideriamo ora più nel dettaglio gli effetti redistributivi. Il nostro modello stima all’aliquota del 4 per mille un gettito complessivo sulle abitazioni di residenza di 3 miliardi di euro, un po’ più basso rispetto alle previsioni della Relazione tecnica (3,8 miliardi di euro), probabilmente perché nel nostro modello non possiamo tener conto delle “pertinenze” associate alla abitazione principale. La tabella 2 riporta la quota di famiglie che in ogni decile di reddito equivalente detengono la proprietà o l’usufrutto dell’immobile di residenza, la quota di famiglie che pagano l’Imu sull’abitazione di residenza e la composizione del gettito Imu. (4) Le ultime due colonne si riferiscono invece all’Ici del 2007. Come si osserva, la percentuale di famiglie proprietarie dell’abitazione di residenza in ogni decile cresce all’aumentare del reddito: è il 60,2 per cento nel primo decile e arriva all’85,8 per cento nell’ultimo. Un risultato atteso naturalmente, perché ci aspettiamo che famiglie più ricche posseggano con maggior probabilità l’abitazione dove risiedono. Ma non del tutto scontato, perché si tratta qui del reddito “dichiarato”; data l’ampia evasione esistente in Italia, è possibile che alcuni dei redditi bassi facciano riferimento a “finti poveri”, cioè a evasori che dichiarano un reddito inferiore a quello effettivo. (5) Comunque, come si vede dalla tabella, grazie alla detrazione concessa su tutte le abitazioni di residenza, le famiglie che presentano una Imu positiva (cioè che devono pagare l’imposta) meno del 30 per cento nei primi due decili; questo significa che circa un quarto delle famiglie proprietarie non deve nulla all’erario, o se si preferisce, visto che non tutte le famiglie sono proprietarie, che solo la metà circa di tutte le famiglie italiane deve pagare la nuova Imu.
Non solo, ma come anche si osserva, più della metà del gettito complessivo è pagato dagli ultimi tre decili. La conclusione è che la nuova imposta, pur naturalmente penalizzando chi possiede l’abitazione di residenza rispetto agli altri, è più “progressiva” rispetto all’Ici 2007; si riduce il numero delle famiglie povere che pagano l’imposta e la composizione del gettito si sposta a favore dei primi decili e a sfavore degli ultimi.

LE SECONDE CASE

La situazione cambia per le seconde case. Il sistema attuale prevede l’Ici con un’aliquota media del 6,1 per mille e l’imposizione in sede Irpef delle rendite catastali degli immobili non locati (per quelli locati, il reddito è dato dall’affitto). Il nuovo sistema prevede invece solo l’Imu, alle aliquote e basi imponibili maggiorate ricordate in precedenza. Ne segue che per gli immobili diversi dall’abitazione principale, il carico fiscale dell’Imu è circa il doppio dell’attuale Ici. Tuttavia, se si combina l’aumento dell’Imu con l’esenzione dall’Irpef, è facile mostrare che rispetto alla normativa attuale, dal 2012 l’imposta complessiva aumenta di più per un contribuente con reddito basso e di meno per un contribuente con reddito elevato. Il risultato è dovuto tutto all’impatto della riforma in sede Irpef: le rendite scontano un’aliquota marginale elevata per un contribuente ricco e una più contenuta per un contribuente con reddito basso (si veda la tabella 3).
Dal nostro modello, risulta anche che circa un quarto delle famiglie italiane siano proprietarie di almeno un immobile a uso abitativo diverso dall’abitazione principale. Come ci si può attendere, sono i decili più alti a possedere più seconde case (si veda la tabella 4); circa la metà delle famiglie più ricche sono proprietarie di almeno una seconda casa. Comunque, anche il 16,5 per cento delle famiglie più povere (al decile più basso) possiede una seconda casa, non è chiaro se per qualche ragione storica dovuta a comportamenti passati (per esempio, una famiglia di pensionati con bassi redditi attuali, ma con ampi risparmi passati investiti in immobili) oppure di nuovo per la presenza di sottodichiarazione dei redditi (compresi i redditi in “nero” degli affitti). L’incremento dell’imposizione sulle seconde case non locate dovuta al passaggio da Ici a Imu, circa 2,2 miliardi di euro nelle nostre stime, cade dunque in misura più che proporzionale sui decili di reddito più elevati; gli ultimi due decili pagano infatti quasi metà della variazione di gettito. Tuttavia, questi sono anche i decili per cui lo sconto Irpef è più elevato.

TUTTE LE ABITAZIONI

La tabella 5 riassume gli effetti complessivi della manovra confrontando la distribuzione del gettito tra il sistema 2007 (Ici su prime e seconde case e Irpef sulle rendite degli immobili non locati), il sistema attuale, quello previsto dal decreto (l’Imu) e uno scenario ipotetico nel quale si elimina l’esenzione Irpef per le seconde case. Gliscenari non sono a parità di gettito: il gettito del 2007 è pari a 6,3 miliardi di euro, quello attuale a 3,3, quello futuro a 7,4, quello ipotetico a 8,5. Con l’attuale sistema (Ici solo sulle seconde case e Irpef sulle rendite catastali), il 36 per cento del gettito totale è pagato dall’ultimo decile; con quello previsto dal decreto, (Imu su entrambe le tipologie di abitazioni e esenzione Irpef), le cose peggiorano dal punto di vista distributivo, con l’ultimo decile che si fa carico “solo” del 32 per cento del gettito complessivo. Se infine le rendite catastali sulle seconde case fossero soggette di nuovo a tassazione Irpef, l’effetto distributivo migliorerebbe di nuovo, oltre ad aumentare il gettito.
Riassumendo, mentre l’Imu sull’abitazione di residenza ha effetti distributivi meno negativi rispetto all’Ici 2007, l’introduzione della nuova imposta sulle seconde case ha effetti negativi. Questo tuttavia è interamente dovuto all’eliminazione delle rendite catastali dall’Irpef. Bisognerebbe dunque chiedersi se la scelta del legislatore, dovuta al precedente governo, sia sensata e debba essere mantenuta. Eliminare le rendite catastali dall’Irpef, assieme alla cedolare secca sui canoni di locazione già introdotta, ha infatti l’effetto di erodere ancor di più la base imponibile dell’imposta sul reddito, rendendola sempre più simile a un’imposta sui soli redditi da lavoro e pensioni, un’evoluzione sulla cui desiderabilità, passata l’emergenza, si dovrebbe riflettere seriamente. Infine, la diffusa presenza di evasione rende difficile ogni confronto distributivo; in particolare, è ben possibile che per lo meno per certe tipologie di redditi, i “poveri” siano in realtà gli evasori e dunque che l’effetto perverso segnalato sopra abbia almeno la conseguenza di non far pagare i soliti noti, cioè i possessori di redditi da lavoro dipendente e assimilati.



(1) Il Global Wealth Report del Credit Suisse stima per l’Italia una ricchezza mediana pari nel 2010 a oltre 115mila dollari per adulto, contro i 78mila del Regno Unito e i 66mila della Francia o i 47mila degli Stati Uniti
(2) L’indice di Gini per la distribuzione della ricchezza è 0,61 in Italia, contro 0,66 nel Regno Unito e più di 0,80 in Svezia e negli Stati Uniti. Si veda Sierminska E., A. Brandolini and T. M. Smeeding (2008), “Comparing Wealth Distribution Across Rich Countries: First Results From the Luxembourg Wealth Study”, in Household wealth in Italy, Banca d’Italia.
(3) Si veda Pellegrino S., Piacenza M., Turati G. (2010), “Developing a static microsimulation model for the analysis of housing taxation in Italy”, International Journal of Microsimulation.
(4) I decili suddividono la popolazione in 10 gruppi di uguale numerosità, dopo che i redditi sono stati ordinati in ordine crescente; per individuare i decili si è usato il reddito lordo equivalente. Il reddito lordo è dato dalla somma del reddito complessivo ai fini Irpef, degli assegni familiari, dei redditi esenti, dei redditi soggetti a tassazione separata e i redditi provenienti da attività finanziarie. Il reddito lordo così ottenuto è stato diviso per la scala di equivalenza, al fine di rendere confrontabili famiglie con diversa numerosità e composizione. Considerando i valori monetari, il primo decile contiene le famiglie con reddito lordo minore di circa 12.500 euro, il secondo famiglie con reddito minore di 16.700, il terzo famiglie con reddito minore di 19.500, e così via; l’ultimo decile contiene famiglie con reddito superiore a 62 mila euro.
(5) È opportuno ricordare che il confronto tra i redditi dichiarati al fisco e i dati originali contenuti nell’indagine Banca d’Italia suggerisce che circa la metà dei redditi di professionisti e lavoratori autonomi sfugga al fisco.

A Firenze va in scena il futuro?

pubblicato 14 dic 2011, 05:17 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 14 dic 2011, 05:17 da Elisabetta Rossi ]

dal BLOG di Mauro Meggiolaro Il fatto quotidiano del  13 dicembre 2011


Ero a Firenze oggi. La notizia l’ho letta su internet come buona parte di voi. Sparatoria in piazza Dalmazia. Un mio amico chiama un suo contatto. “E’ un regolamento dei conti nel giro della prostituzione”. Queste le prime voci che circolano. “Si sono sparati tra di loro”. Si riprende la riunione con gli occhi puntati sulle agenzie. Poi scappa un altro morto, a piazza San Lorenzo, a pochi metri dal nostro ufficio. Ma ora il quadro è più chiaro. C’è di mezzo un italiano, ha sparato a freddo, poi si è ucciso o l’hanno ucciso. Chissà perché. Si azzardano delle ipotesi. “I senegalesi a Firenze controllano il giro della prostituzione. Molti fanno i buttafuori nelle discoteche. Forse si è voluto vendicare di qualche torto”. Ipotesi. Tentativi di dare una spiegazione a un fatto a prima vista irrazionale, che ci gela il sangue. La riunione finisce ed esco per andare in stazione. Ci sono macchine dei vigili dappertutto. In cielo vola un elicottero. A Santa Maria Novella il traffico è deviato, dalla Fortezza arriva un corteo di ragazzi africani che gridano alzando le braccia. La gente si ferma a guardare stupita. Tre morti, tre feriti, in una città dove, per fortuna, “non succede mai niente”. C’è tensione nell’aria. Dopo il rogo di Torino, le granate sulla folla a Liegi, c’è la paura di essere solo all’inizio di un nuovo, lungo, periodo di tensioni sociali in tutta Europa, dove la frustrazione, la follia, la fragilità delle persone si potrebbe sfogare sempre di più in modo incontrollato.

Speriamo di sbagliarci, anche se a leggere gli studi e le statistiche pubblicati dalla Banca Mondiale e da una serie di governi nazionali e istituzioni internazionali, non c’è da stare molto tranquilli. Studi che parlano di una significativa e solida correlazione tra le disuguaglianze di reddito e la frequenza di omicidi e violenze o la diffusione di sentimenti di ostilità e razzismo. La disuguaglianza – nei Paesi ricchi – è in aumento, e in Europa lo è in particolare in Italia. Se si guarda al coefficiente di Gini, che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito all’interno di un paese, i numeri parlano chiaro: in Italia, il divario tra una fetta sempre più piccola di ricchi e una porzione sempre più grande di poveri è cresciuto costantemente negli ultimi anni. Il coefficiente di Gini, che può variare tra 0 e 100 (dove 0 indica la “perfetta uguaglianza” e 100 la massima disuguaglianza) è pari a 36 punti per l’Italia (dato 2008): nel 1995 eravamo a 27,3.

In Germania il coefficiente è più basso (segno di una maggiore equità sociale) e, in poco più di dieci anni, è addirittura calato, da 30 a 27 punti. In Svezia, il paese più “equo” in Europa, l’indice di Gini era a 25 nel 1992 ed è sceso a 23 nel 2005. Francia (32,7), Gran Bretagna (34), Spagna (32) sono sopra i 30, ma l’indice sembra essersi stabilizzato negli ultimi dieci, quindici anni. Gli Stati Uniti sono a 45 (2007), contro i 40,8 del 1997. Il tasso di omicidi negli Usa è più di tre volte di quello italiano. Certo, la società statunitense è molto più complessa rispetto alla nostra e la diseguaglianza economica è uno dei tanti fattori che può alimentare e incrementare il livello di violenza. Ma sono numeri che devono far pensare. Per provare a commentare i fatti assurdi di questi giorni – e quelli che forse vedremo nei prossimi mesi – con un’ottica diversa.

La grande recessione e la distribuzione dei redditi familiari

pubblicato 14 dic 2011, 02:48 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 14 dic 2011, 04:09 ]


Stephen P. Jenkins* & Brian Nolan** & Andrea Brandolini*** & John Micklewright****

La Grande Recessione seguita alla crisi finanziaria del 2007-08 è stata la prima grande contrazione economica su scala globale dalla seconda guerra mondiale. Come ha influenzato la distribuzione dei redditi familiari? Ha aumentato gli indici di disuguaglianza e povertà?
       In genere, nelle fasi di forte contrazione dell’attività produttiva, la caduta dei redditi percepiti dagli individui provoca un aumento dei tassi di povertà se questi sono misurati rispetto a uno standard assoluto, aggiornato nel tempo solo per la variazione dei prezzi, mentre le ripercussioni sulla povertà relativa e sulla disuguaglianza sono ambigue, perché dipendono da come gli effetti della recessione si ripartiscono lungo la distribuzione dei redditi. Non solo la disoccupazione sale e i redditi da lavoro cadono, ma anche i redditi da capitale possono contrarsi, per il mancato pagamento dei dividendi o per la diminuzione dei tassi di interesse. Sulle condizioni di vita incidono, inoltre, gli interventi redistributivi pubblici attuati attraverso le imposte e i trasferimenti così come la ricomposizione delle entrate che avviene all’interno delle famiglie per la presenza di più fonti di reddito o di più percettori.

      ingrandisci grafico-brandolini[1].jpgSul piano aggregato, tra il 2007 e il 2009 il reddito disponibile lordo reale delle famiglie è cresciuto nella gran parte dei paesi avanzati, nonostante la generalizzata contrazione del PIL (Figura 1). Il contrasto più significativo si osserva in Irlanda, uno dei paesi più colpiti dalla Grande Recessione, dove il PIL è diminuito dell’11% e i redditi delle famiglie sono aumentati di quasi il 4%. Solo in Danimarca, in Grecia e, soprattutto, in Italia, tra i sedici paesi per cui si hanno i dati, il reddito delle famiglie è calato. In Italia il sostegno alla crescita del reddito dei maggiori trasferimenti sociali e delle minori imposte è stato relativamente contenuto; in Finlandia, Irlanda, Regno Unito, Spagna, Svezia e Stati Uniti è stato invece tale da volgere in positivo una dinamica dei redditi delle famiglie che sarebbe altrimenti stata fortemente negativa.

       È più difficile valutare gli effetti distributivi, perché le informazioni sono ancora limitate. In Italia, la distribuzione complessiva dei redditi imponibili dichiarata dai contribuenti a fini fiscali non è cambiata tra il 2007 e il 2009, come già nei cinque anni precedenti; i redditi lordi dei lavoratori autonomi sono calati repentinamente dopo la sostenuta crescita del quinquennio precedente, mentre i redditi dei pensionati e quelli dei lavoratori dipendenti hanno continuato lungo i rispettivi trend pre-crisi, positivo per i primi, negativo per i secondi. Sia la diffusione della povertà assoluta, calcolata dall’Istat sulla spesa per consumi, sia l’indicatore di deprivazione materiale dell’Eurostat sono peggiorati leggermente tra il 2007 e il 2009 (Figura 2). ingrandisci grafico-brando2[1].jpgSi stima che il calo del reddito familiare si sia concentrato nei nuclei ove il capofamiglia ha meno di 40 anni e soprattutto tra i 40 e i 64 anni, mentre il reddito sarebbe aumentato nei nuclei con capofamiglia di 65 e più anni. Sarebbero saliti gli indici di disuguaglianza e la quota di individui poveri, soprattutto prendendo una soglia costante nel tempo in termini di potere d’acquisto; la condizione di povertà economica si sarebbe aggravata soprattutto per le famiglie con figli. I trasferimenti sociali non sono quindi riusciti a compensare gli effetti distributivi della recessione, anche se il peggioramento appare tutto sommato modesto se raffrontato alla dimensione dello shock macroeconomico.

       Gli andamenti non sono stati gli stessi in altri paesi per cui si dispone dei dati (Figura 3): la distribuzione dei redditi è cambiata marginalmente in Germania e negli Stati Uniti; la disuguaglianza è rimasta pressoché inalterata anche nel Regno Unito e in Svezia, ma la povertà relativa è scesa nel primo ed è aumentata in maniera marcata nella seconda; in Irlanda la forte caduta del PIL è coincisa con una netta diminuzione degli indici di disuguaglianza e di povertà relativa, anche se la povertà assoluta è cresciuta.

       In breve, nei paesi considerati l’impatto di breve periodo della Grande Recessione sui redditi familiari medi, sulla disuguaglianza della loro distribuzione e sui tassi di povertà relativi è stato diverso, ma complessivamente contenuto, tenuto conto della caduta dell’attività produttiva. Rispetto alla Grande Depressione degli anni Trenta, ciò è derivato da una caduta del reddito minore, ma soprattutto dai mutamenti che da allora sono avvenuti nel funzionamento dei mercati, nella gestione della politica economica, nello sviluppo della rete di protezione sociale. Anche grazie alla drammatica esperienza degli anni Trenta, si è imparato come affrontare le conseguenze sociali di una grave contrazione economica. La prospettiva di più lungo periodo è tuttavia meno chiara: dipende da se e quando le economie avanzate torneranno su un sentiero di crescita stabile, dal modo in cui verranno superati i difficili problemi di finanza pubblica lasciati in eredità dalla Grande Recessione, dalle scelte di politica economica e di riforma dello stato sociale che i governi prenderanno negli anni a venire. 


[1] Questo articolo si basa sul rapporto “The Great Recession and the Distribution of Household Income”, preparato per la XIII Conferenza europea “Incomes Across the Great Recession” della Fondazione Rodolfo Debenedetti (Palermo, 10 settembre 2011). Il rapporto è disponibile, in forma integrale, all’indirizzo: http://www.frdb.org/upload/file/report_1_palermo.pdf. Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità degli autori e non impegnano né le istituzioni in cui lavorano, né la Fondazione Rodolfo Debenedetti.

* London School of Economics
** University College, Dublin
*** Banca d’Italia
**** Institute of Education, London



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MOLTO RIGORE, POCA EQUITÀ E POCHISSIMA CRESCITA

pubblicato 07 dic 2011, 08:10 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 14 dic 2011, 04:03 da Elisabetta Rossi ]

di Tito Boeri e Fausto Panunzi da www.lavoce.info del 05.12.2011
Rigore, equità e crescita sono i tre principi che Mario Monti ha indicato quali pilastri per le scelte di politica economica. Nella manovra varata dal suo governo c'è molto rigore, forse troppo. Poca equità. E soprattutto pochissima crescita. Il tempo a disposizione era limitato. Ma proprio perché siamo in condizioni di emergenza si poteva e si doveva fare di più. C'è comunque un miglioramento rispetto alle manovre estive, in particolare in materia previdenziale, deindicizzazione a parte, e nello spostare la tassazione dal lavoro ai patrimoni. Davvero molto, però, resta ancora da fare.

Rigore, equità e crescita erano i tre principi che Mario Monti aveva indicato quali pilastri su cui basare le scelte di politica economica. Nella manovra varata dal suo governo c’è molto rigore, forse troppo. Poca equità. E soprattutto pochissima crescita. Il tempo a disposizione era davvero limitato. Ma non si doveva perdere questa opportunità per varare almeno una delle riforme che il nostro Paese attende da anni.

RIGORE E QUALITÀ DELLA MANOVRA

L’aggiustamento sarà di 20 miliardi, che si aggiungono ai 60 delle manovre estive. Nelle intenzioni del Governo dovrebbero essere sufficienti per portare al pareggio di bilancio nel 2013 incorporando valutazioni più realistiche sull’andamento della nostra economia nei prossimi due anni. Il viceministro Grilli nella conferenza stampa ha detto che il pareggio di bilancio verrà raggiunto con questa manovra in presenza di una contrazione del Pil dello 0,5 per cento nel 2012 e di una stagnazione nel 2013, in linea con le previsioni dell’Ocse. Ma le previsioni dell’Ocse ovviamente non contemplavano questa manovra. Quindi il pareggio di bilancio verrà raggiunto solo se la manovra non avrà effetti recessivi, sulla qual cosa è legittimo nutrire non pochi dubbi: quasi un punto e mezzo di Pil, raccolto soprattutto con tasse più alte, non è cosa da poco. Viene da domandarsi se era utile immolarsi sul pareggio di bilancio nel 2013, che l’Europa non ci ha mai chiesto, e non valesse invece la pena di puntare su tagli alla spesa che avrebbero avuto effetti più diluiti nel tempo, ma più consistenti di quelli previsti e mirati ad accrescere il potenziale di crescita della nostra economia, in linea con quanto i mercati ci chiedono da tempo e, soprattutto, quanto sarebbe giusto fare. Il problema della crisi europea, infatti, è che l’impossibilità politica di attuare trasferimenti tra stati sta forzando i paesi del Sud-Europa, Italia compresa, ad adottare politiche fiscali eccessivamente restrittive nell’immediato, invece di puntare su risanamenti più ambiziosi (e virtuosi sul piano della performance dell’economia) da conseguire nei prossimi cinque anni.
C’è la stretta sulle pensioni di anzianità, lo scoglio su cui si era incagliato il governo Berlusconi. Ma non c’è il loro superamento (se non a parole, dato che d’ora in poi le pensioni d’anzianità verranno chiamate “pensioni anticipate”) e inglobamento nelle pensioni di vecchiaia con gli aggiustamenti attuariali (circa il 4 per cento in più per ogni anno di lavoro aggiuntivo su tutta la pensione, non solo la parte contributiva come proposto a suo tempo su questo sito) contemplati dal metodo in vigore per i più giovani dal 1996. Lodevole il tentativo di permettere una certa flessibilità sulla scelta di quando prendere la pensione di vecchiaia, anche se la griglia di età soprattutto per gli uomini è davvero ridotta all’osso (66 – 70 anni), e l’abbandono del sistema assai poco trasparente delle finestre mobili. Bene dire chiaramente agli italiani a quale età potranno andare in pensione anziché ricorrere al trucchetto di mantenere l’età ufficiale di pensionamento fino a un anno e mezzo prima di quando potranno davvero fruire della pensione. Non sarà, quindi, l’ultima riforma delle pensioni.
Per quello che riguarda la qualità dei provvedimenti, la manovra è, una volta di più, fortemente squilibrata sul lato delle entrate: quasi due terzi dell’aggiustamento lordo sono legati a nuove tasse o a inasprimenti di quelle già esistenti. I tagli alle spese sono in parte non piccola una tantum, come ad esempio i risparmi derivanti dalla sospensione dell’indicizzazione delle pensioni al di sopra del minimo. Il peso delle entrate nella manovra è rafforzato dal fatto che la “clausola di salvaguardia”, quella che nel 2012 deve permettere di raccogliere 4 miliardi in caso di mancata riforma fiscale, si applicherà innalzando l’Iva anziché procedendo a tagli di spesa come previsto sin qui. A proposito: la manovra non chiarisce ancora come verranno reperiti i 20 miliardi a regime lasciati in sospeso dal governo precedente. Tutte queste scelte sembrano figlie ancora una volta della fretta di ottenere il pareggio nel 2013 oltre che dell’incapacità di intervenire in modo più incisivo sulle pensioni di anzianità e su altri capitoli di spesa, a partire dai compensi dei pubblici dipendenti, che dovrebbero essere indicizzati al costo della vita nelle diverse Regioni (il che eviterebbe anche di “spiazzare” i datori di lavoro privati nel Mezzogiorno, dove i salari reali dei dipendenti pubblici sono più alti).

EQUITÀ

Questo sembra essere il vero punto dolente della manovra. Pochissimo si è fatto sull’evasione fiscale. Si è ridotta la soglia della tracciabilità della transazioni a mille euro e poco altro. I tagli ai costi della politica sono minimi. Certo si dà il buon esempio, partendo dai gradini più alti. Ma perché non ridurre le dotazioni di Camera e Senato, forzandoli a tagliare i compensi poco trasparenti offerti esentasse ai parlamentari? E perché non sciogliere i consigli provinciali anziché solo le giunte? Al posto del balzello sui conti correnti e conti di deposito, che rischia di spingere ancora di più gli italiani a tenere i loro risparmi fuori dal sistema finanziario, non sarebbe stata più equa una mini-patrimoniale ordinaria con una aliquota bassa, ma una base più allargata?
Ma l’aspetto peggiore della manovra in termini di equità è la sospensione dell’indicizzazione per le pensioni al di sopra del minimo (con parziali eccezioni fino a due volte il minimo). È un provvedimento iniquo perché colpisce anche persone che non sono più in grado di generare redditi per compensare il taglio dei trasferimenti. La situazione di emergenza del paese può richiedere scelte così dolorose, testimoniate dalle lacrime del ministro Fornero. Ma se si sceglie di intervenire sui trattamenti in essere, bisogna farlo bene. Le misure introdotte dal governo sono del tutto arbitrarie. Inoltre, creano una constituency contro la crescita dato che tassi di crescita più elevati spesso si accompagnano a più alti tassi di inflazione. Sarebbe, invece, al tempo stesso più equo e più utile nel favorire un cambiamento, indicizzare le pensioni più ricche alla crescita economica, così come avviene in Svezia. Un intervento che permetterebbe di ottenere risparmi sostanziali sulla spesa pensionistica. Ma ancor più importante determinerebbe una compartecipazione dei pensionati alle perdite o ai guadagni dell'economia.
C’è infine il provvedimento che stabilisce un contributo aggiuntivo per chi ha beneficiato dello scudo fiscale, che interviene retroattivamente e viola un impegno sottoscritto dal governo con chi ha partecipato allo scudo oltre che essere di problematica attuazione. Certo lo scudo era un regalo agli evasori, come rimarcato più volte su questo sito. Ma l'intervento corrompe profondamente la certezza del diritto. Si paga un prezzo di credibilità molto alto per raccattare poco (perché chiedere solo l'1,5%?). Inoltre il provvedimento è di difficile attuazione dato che molti scudati hanno utilizzato società di comodo.

CRESCITA

Di provvedimenti per la crescita non c’è molto di più della deducibilità dell’Irap sul lavoro in linea con le misure già varate a suo tempo dal governo Prodi. Alla luce di quella esperienza, c’è solo da sperare nel miracolo.Il fatto è che l’Irap ha effetti indiretti sul costo del lavoro. Meglio sarebbe stato tagliare i contributi sociali. Il rifinanziamento dei Confidi per le piccole imprese non affronta il nodo centrale: quel fondo non è riuscito sin qui a contrastare la stretta creditizia decisa dalle banche. Perché dovrebbe riuscirci ora? Speravamo nella creatività del nuovo ministro dello Sviluppo, che certamente di queste cose si intende. Davvero poche le liberalizzazioni, circoscritte praticamente solo alle farmacie. Non c’è la riforma degli ordini professionali, rimandati (“di poche settimane”) i provvedimenti sul lavoro. Vedremo. Certo che se fossero stati inseriti nel decreto, avrebbero avuto un iter molto più rapido, adatto all’emergenza.
In sintesi, proprio perché siamo in condizioni di emergenza si poteva e si doveva fare di più. C’è comunque un miglioramento rispetto alle manovre estive soprattutto in materia previdenziale, deindicizzazione a parte, e nello spostare la tassazione dal lavoro ai patrimoni. Ma molto, davvero molto, resta ancora da fare. Noi continueremo a dare il nostro contributo costruttivo unendo come sempre alle critiche le proposte alternative.

Addizionali, Imu sulla casa, Iva, benzina tasse e rincari da 600 euro a famiglia

pubblicato 07 dic 2011, 05:58 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 07 dic 2011, 05:58 da Elisabetta Rossi ]

di ETTORE LIVINI  da La Repubblica del 06 dicembre 2011
Tre tipologie di famiglie a confronto: la manovra pesa di più, in proporzione, sui redditi medio bassi che su quelli alti. Con un reddito da 30mila euro circa 480 euro di imposte in più. L'Ocse: l'Italia è uno dei Paesi avanzati con la maggiore disuguaglianza dei redditi 

MILANO - Tanti (soldi), maledetti e subito. I mercati non attendono. Frau Merkel ci aspetta con la matita rossa per controllare se abbiamo fatto i compiti a casa. Il Governo Monti così, causa tempi stretti, ha partorito una manovra che ha il pregio di riavvicinare l'Italia al pareggio di bilancio e all'Europa - come dimostra la retromarcia degli spread di ieri - ma fatica ancora, complici i tempi stretti, a tener alta la bandiera dell'equità.

Certo, come ha detto il premier, i sacrifici non riguardano solo "i soliti noti": l'aumento dell'Iva colpisce sia i contribuenti virtuosi che i furbetti del fisco, ci sono l'una tantum sui capitali rientrati con lo scudo e la stangata su yacht, elicotteri e auto di lusso (gettito, va detto, poche decine di milioni). Mentre il ritorno sotto mentite spoglie dell'Ici e l'aumento degli estimi catastali spostano dal reddito al patrimonio il carico dei sacrifici.

Il risultato finale però è uguale: a cantare e portare la croce, anche nell'era del governo tecnico, sono sempre gli stessi. Il costo medio per famiglia del decreto "Salva-Italia" - ha calcolato l'ufficio studi della Cgia di Mestre - sarà di 635 euro, mentre secondo le stime delle associazioni dei consumatori arriverebbe addirittura a 1700 euro.

Ma proprio i provvedimenti "lineari" nati per spalmare la manovra sulle spalle di tutti hanno il paradossale effetto di penalizzare di più chi già ha il fiato corto: i lavoratori dipendenti che guadagnano di meno.

I casi elaborati dal think tank degli artigiani lagunari che riportiamo di seguito parlano da soli: il conto finale della stangata per una famiglia con il reddito inferiore ai 30mila euro è (in proporzione) superiore del 15% rispetto a chi di euro ne guadagna 50mila e addirittura del 60% a quello di una famiglia nelle cui tasche ne entrano 150mila, sfuggita in zona Cesarini all'aumento delle aliquote Irpef.

LA SIMULAZIONE: TRE FAMIGLIE A CONFRONTO

1. In proporzione pagano più i poveri
in arrivo un salasso da 480 euro
Famiglia bireddito. Un figlio a carico. Rendita abitazione: 600 euro
Un'auto a benzina che percorre 10mila km l'anno. Reddito annuo: 30.000 euro
Poveri e pure infelici. I redditi più bassi fino ai 30mila euro (34 milioni sui 41,5 dei contribuenti tricolori) sono quelli che, in proporzione, pagano il conto più salato al decreto "Salva-Italia". Presi uno per uno, i loro sacrifici paiono poca roba: un centinaio di euro in più per l'addizionale Irpef, un salasso (203 euro) per l'Imu, qualche decina di euro per il pieno dell'auto e gli aumenti Iva. Risultato finale: 480 euro l'anno di tasse in più. In totale l'1,6% del loro reddito, il 60% in più di chi di euro ne guadagna 150mila l'anno.

2. La pressione fiscale sale dell'1,6%
l'esborso massimo è di 790 euro
Famiglia monoreddito. Due figli a carico. Rendita abitazione: 800 euro
Un'auto a gasolio che percorre 20mila km l'anno. Reddito annuo: 50.000 euro
Sale un poco lo stipendio (gli italiani che dichiarano tra 30mila e 50mila euro sono circa 4 milioni) e per assurdo il carico fiscale della manovra diminuisce. In termini assoluti, naturalmente, chi guadagna 50mila euro l'anno pagherà più nuove tasse di chi è fermo a quota 30mila: 790 euro contro 480. Ma fatte le debite proporzioni le uscite aggiuntive pesano un filo meno sul bilancio di famiglia: l'1,58 per cento, con un esborso annuo tra Ici, addizionale Irpef, Iva e accise in crescita da 1.112 a 1902 euro.

3. Graziati dal mancato aumento Irpef
Il fisco chiede solo l'1% delle entrate
Famiglia monoreddito. Tre figli a carico
Rendita abitazione: 1100 euro. Seconda casa non affittata, rendita 1000 euro
Un'auto a gasolio che percorre 20mila km l'anno. Reddito annuo: 150.000 euro
Ricchi (abbastanza) e felici. Una famiglia con 150mila euro di reddito dopo le novità del decreto Salva-Italia paga 1.483 euro in più di gabelle. Una bella cifra, per carità, ma solo lo 0,98% delle entrate di casa. Gli italiani in questa fascia di reddito (pochissimi, tra i 70mila e i 150mila euro ce ne sono solo 780mila) se ne sono fatti rapidamente una ragione dopo aver scampato il pericolo del rialzo delle aliquote Irpef. Fossero state aumentate di due punti per scaglione dopo la soglia dei 70mila euro, ogni famiglia avrebbe pagato altri 1.600 euro in più.


Peggio ancora - si era capito dalle lacrime agrodolci di Elsa Fornero - va ai pensionati con assegni previdenziali appena superiori ai mille euro lordi, non certo una fortuna da Paperoni. Colpiti alla voce uscite con gli aumenti delle tasse (la falce di Imu, Iva e accise varie non sta a guardare la data di nascita sulla carta d'identità) e beffati pure dalla sterilizzazione della rivalutazione degli assegni previdenziali.

Piove sul bagnato: l'Ocse ha certificato ieri che l'Italia è uno dei paesi più avanzati con la maggiore disuguaglianza dei redditi. Una leadership consolidata negli ultimi anni in cui il divario tra ricchi e poveri tricolori si è allargato a ritmi da primato: la penisola è all'ottavo posto (su 34 nazioni) nella hit parade per la disparità sociale, mentre viaggia al quinto posto nella graduatoria per l'allargamento della forbice tra inizio anni '80 e 2010.

Il decreto "Salva-Italia", purtroppo, rischia di farci guadagnare ancora qualche posizione in classifica. Anche perché chi ne esce meglio - manco a dirlo - sono davvero i soliti noti: quei professionisti dell'evasione fiscale che nascondono ogni anno al fisco 220 miliardi di euro. Pagheranno un po' più di Iva e di Ici, sborseranno qualche euro in più per il pieno all'auto. Si faranno furbi per dribblare l'asticella (non proprio insormontabile) del tetto ai mille euro per il contante. Ma tutto lì. Almeno a loro, per ora, è andata bene.

(06 dicembre 2011)

OECD (2011), Divided We Stand: Why Inequality Keeps Rising

pubblicato 07 dic 2011, 02:37 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 07 dic 2011, 03:31 da Elisabetta Rossi ]

NOTA SUL PAESE: ITALIA    dal rapporto OCSE  Divided We Stand: Why Inequality Keeps Rising 
La disuguaglianza dei redditi tra le persone in età lavorativa è aumentata drasticamente nei primi anni Novanta e da allora è rimasta a un livello elevato, nonostante un leggero calo verso la fine  del primo decennio  degli anni duemila. La disuguaglianza dei redditi in Italia è superiore alla media dei Paesi OCSE, più elevata che in Spagna ma inferiore  che in  Portogallo e  nel Regno Unito. Nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro) indicando un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni Novanta. 

Le  imposte sui redditi e  i sussidi sociali  hanno un ruolo importante nella redistribuzione del reddito in Italia, riducendo la disuguaglianza di circa il 30% - la media OCSE è un quarto. [Figure6.1]


Notes: Il coefficiente di Gini varia da zero (quando tutte le persone percepiscono lo stesso reddito) a  1  (quando la persona più ricca percepisce tutto il reddito). Il reddito da lavoro e da capitale include salari e stipendi, redditi da capitali e risparmi. Il reddito disponibile include il reddito da lavoro e da capitale più i trasferimenti pubblici meno le tasse. I redditi tengono conto della dimensione delle famiglie. I dati si riferiscono alla popolazione in età lavorativa. (Per informazioni sui dati per Israele si veda: http://dx.doi.org/10.1787/888932315602 )

Risultati principali:
  • La proporzione dei redditi più elevati è aumentata di più di un terzo. L’1% più ricco degli italiani ha visto la proporzione del proprio reddito aumentare  del 7%  del reddito totale nel 1980 fino a quasi dell 10% nel 2008 [Table9.1]. La proporzione di reddito detenuta dallo 0.1% della popolazione è aumentata da 1.8% a 2.6% nel 2004. Allo stesso tempo, le aliquote marginali d’imposta sui redditi più alti si sono quasi dimezzate passando dal 72% nel 1981 al 43% nel 2010. 
  • Un ruolo maggiore del reddito da lavoro autonomo. L’aumento dei redditi da lavoro autonomo ha contribuito in maniera importante all’aumento della disuguaglianza dei redditi da lavoro: la loro quota sul totale dei redditi è aumentata del 10% dalla metà degli anni Ottanta e i redditi da lavoro autonomo sembrano ancora predominare tra le persone con i redditi più alti, al contrario di molti altri Paesi OCSE.  

  • I lavoratori meglio pagati lavorano più ore. In Italia la differenza tra le ore di lavoro dei lavoratori meglio e peggio retribuiti è aumentata, confermando l’andamento visto nella maggior parte dei Paesi OCSE. Dalla metà degli anni Ottanta, il numero annuale di ore di lavoro dei lavoratori dipendenti meno pagati è diminuito, passando da 1580 a 1440 ore; anche quello dei lavoratori meglio pagati è diminuito, ma in minor misura, passando da 2170 a 2080 ore. [Table4.A1.2]

  •  Sempre più persone si sposano con persone con redditi da lavoro simili ai loro.  Questo cambiamento sociale ha contribuito ad  un terzo dell'aumento della disuguaglianza di reddito da lavoro tra le famiglie. L’aumento della disuguaglianza dei redditi da lavoro maschile rimane, tuttavia, la prima causa dell’aumento della disuguaglianza totale spiegandone la metà. 

  •  La redistribuzione attraverso i servizi pubblici  è diminuita. Come in molti paesi OCSE, in Italia sanità,  istruzione e servizi  pubblici destinati alla salute contribuiscono a ridurre di circa un quinto la disuguaglianza di reddito. Gli stessi contribuivano a una riduzione della disuguaglianza  pari a circa un quarto nel 2000. Laspesa sociale in Italia è basata prevalentemente su trasferimenti pubblici, come per esempio i sussidi di disoccupazione, piuttosto che da servizi [Figure8.1].

  • Ma la capacità di stabilizzare la diseguaglianza del sistema  impositivo e dei sussidi è  aumentato. Imposte e sussidi compensavano metà dell’aumento della disuguaglianza del reddito da lavoro e da capitale (che include gli stipendi lordi, i risparmi e il reddito da capitale) prima della metà degli anni Novanta. Da allora hanno compensato quasi interamente l’aumento della disuguaglianza del reddito da lavoro e da capitale.
Raccomandazioni politiche fondamentali per i paesi dell’OCSE dal rapporto "Divided We Stand"
  •  L’occupazione è il modo  per migliore di ridurre le disparità. La sfida principale consiste nel creare posti di lavoro qualitativamente e quantitativamente  migliori, che offrano buone prospettive di carriera e la possibilità concreta di sfuggire alla povertà.

  •  È essenziale investire nelle risorse umane, un processo che deve iniziare dalla prima infanzia ed essere sostenuto per tutto il ciclo di istruzione obbligatoria. Una volta realizzata la transizione dalla scuola al lavoro, occorre fornire incentivi sufficienti affinché  tanto  i lavoratori che i datori di lavoro investano nelle competenze lungo l’intero arco della vita lavorativa.

  •  La riforma delle politiche fiscali e previdenziali costituisce lo strumento più diretto per accrescere gli effetti redistributivi. Perdite ampie e persistenti  di reddito per  i gruppi a basso reddito  in coincidenza con le  fasi recessive evidenziano l’importanza  del ruolo  degli ammortizzatori sociali,  dei trasferimenti pubblici e delle politiche di sostegno del reddito. Tali meccanismi devono essere ben congegnati al fine di ottenere i risultati sperati. 

  •  La quota crescente di reddito per la popolazione con le retribuzioni più elevate suggerisce che la sua capacità contributiva  è aumentata. In tale contesto,  le autorità  potrebbero riesaminare il ruolo redistributivo della fiscalità onde assicurare che i soggetti più abbienti contribuiscano in giusta misura  al pagamento degli oneri impositivi. 

  •  L’offerta di servizi pubblici gratuiti e di qualità elevata in ambiti quali l’istruzione, la sanità e l’assistenza familiare riveste un ruolo importante. 
Il ruolo della globalizzazione, del progresso tecnologico e delle riforme normative

Divided we Stand esamina anche l’impatto degli andamenti mondiali sulla crescente dispersione dei salari e sulle tendenze dell’occupazione nel quarto di secolo antecedente la crisi finanziaria. Per l’insieme dell’area dell’OCSE, emergono i risultati principali indicati qui di seguito.

- La globalizzazione, cioè la rapida integrazione degli scambi e degli investimenti diretti esteri che si é verificata in tutti i paesi dell'OCSE negli ultimi venticinque anni non ha - di per sé, svolto un ruolo determinante nella crescente dispersione dei salari. Tuttavia, la pressione della globalizzazione ha influenzato la politica interna e le riforme istituzionali (vedi seguito).

- Il progresso tecnologico ha ampliato i differenziali retributivi; i lavoratori più qualificati hanno beneficiato in misura maggiore rispetto agli altri dei passi avanti compiuti nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione .

- Le riforme normative e le modifiche nelle istituzioni del mercato del lavoro hanno accresciuto le opportunità di occupazione, ma hanno anche contribuito ad aumentare le disparità salariali. È salito il numero degli occupati, e in particolare di quelli con livelli retributivi ridotti. Tuttavia, la maggiore presenza di lavoratori a basso reddito si è tradotta fra l’altro in un ampliamento della distribuzione dei salari.

- L’offerta più abbondante di lavoratori qualificati ha contribuito in misura consistente a controbilanciare l’aumento delle disparità salariali risultante dal progresso tecnologico, dalle riforme normative e dalle modifiche istituzionali. Anche la riqualificazione della forza lavoro ha esercitato un significativo impatto favorevole sulla crescita dell’occupazione.

Sì di Ocse e Ue «Ora il lavoro e la crescita»

pubblicato 07 dic 2011, 01:54 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 07 dic 2011, 01:54 da Elisabetta Rossi ]

di Roberto Bagnoli - Corriere della Sera  (6 dicembre 2011-Pagina 5) 

Gli sgravi «L' Italia è fra i Paesi industriali con le maggiori disuguaglianze»

ROMA - L' Unione europea e l' Ocse promuovono la manovra del Professore. Con alcune considerazioni a margine. Il numero uno dell' organizzazione parigina Angel Gurria avverte che «l' Italia è uno dei Paesi industrializzati con la maggiore disuguaglianza dei redditi che è cresciuta in questi ultimi vent' anni». Per il commissario europeo per gli affari economici Olli Rehn la manovra è «tempestiva e ambiziosa» con misure che «attendevamo da tempo specialmente sulle pensioni». Ora però, spiega Rehn, bisogna procedere mettendo mano «a riforme sul lavoro e per la crescita». Anche il primo ministro olandese Mark Rutte si è detto «impressionato» dalle misure varate «in così poco tempo» e - definendo Monti una «persona molto esperta» - ha ricordato che i provvedimenti presi a Roma sono importanti per tutta Europa. Ma il contesto in cui avviene l' opera di risanamento dei conti pubblici in Italia è davvero particolare. Ed ecco perché gli appelli e le richieste affinché la manovra del governo Monti venga aggiustata rispettando il più possibile i criteri di equità, hanno un senso. Lo spiega l' Ocse nel suo ultimo rapporto su crisi e divario sociale presentato ieri a Parigi. In Italia la disuguaglianza tra i redditi più elevati e quelli più bassi cresce, e resta ben al di sopra della media dei Paesi occidentali. «Nel nostro Paese - scrivono gli economisti dell' organizzazione che rappresenta i 27 Stati più industrializzati del mondo - lo stipendio medio del 10% più ricco è oltre 10 volte superiore a quello del 10% più povero». Inoltre, la quota di reddito nazionale complessivo detenuta dall' 1% più ricco è passata dal 7 al 10% negli ultimi 20 anni. Sono cifre abbastanza eloquenti che rafforzano ancora di più l' allarme lanciato l' anno scorso da una ricerca della Banca d' Italia sulla ricchezza delle famiglie nella quale si dimostrava che il 10% degli italiani detenevano il 45% della ricchezza totale. Per l' Ocse è stato l' aumento dei redditi da lavoro autonomo a contribuire in maniera importante all' ampliamento della disuguaglianza. In generale a fronte di aumento medio dei redditi in Italia tra il 1985 e la fine degli anni duemila dello 0,8% (media Ocse 1,7%), il 10% più povero della popolazione ha segnato un incremento limitato allo 0,2% (Ocse 2,3%), contro l' incremento dell' 1,1% del 10% più ricco (Ocse +1,9%). Nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro), con un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni 90. Allo stesso tempo, le aliquote marginali d' imposta sui redditi più alti si sono quasi dimezzate passando dal 72% nel 1981 al 43% nel 2010. 

Ocse: in Italia cresce il divario sociale e si scoprono le «caste». Timori per le classi medie

pubblicato 06 dic 2011, 08:27 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 06 dic 2011, 08:27 da Elisabetta Rossi ]

dalla Redazione online del Corriere della Sera - Economia del  5 dicembre 2011 (modifica il 6 dicembre 2011)
Cresce a 10% quota reddito nazionale detenuta dall'1% dei Paperoni. Sempre più nozze tra ricchi e il reddito si concentra

MILANO - L'Italia è uno dei Paesi industrializzati con la maggiore disuguaglianza dei redditi, anche perchè il divario tra ricchi e poveri è andato ampliandosi negli ultimi decenni. In base a uno studio dell'Ocse, la Penisola è all'ottavo posto tra i 34 Paesi aderenti all'Organizzazione per il divario dei redditi tra le persone in età lavorativa ed è quinta per l'allargamento del gap tra la metà degli anni 80 e la fine degli anni 2000. Nel rapporto su crisi e divario sociale, l'organizzazione spiega che nel nostro Paese lo stipendio medio del 10% più ricco è oltre 10 volte superiore a quello del 10% più povero (49.300 euro contro 4.877). Inoltre, la quota di reddito nazionale complessivo detenuta dall'1% più ricco è passata dal 7 al 10% negli ultimi 20 anni.

LE CLASSI MEDIE - Ma le diseguaglianze di reddito crescono in tutto il mondo, nelle economie emergenti ma anche «'in Paesi tradizionalmente «egualitari» come quelli scandinavi, e l'insicurezza economica tocca sempre più le classi medie.

LE «CASTE» - Inoltre, scrive ancora l'Ocse, si è ridotta la mobilità sociale per matrimonio: sempre più persone si sposano con persone con redditi da lavoro simili ai loro. Professori che sposano professori, medici che sposano medici: in tempi di crisi, anche l'Italia rischia di scoprire le «caste». Nel nostro Paese, infatti, spiega Stefano Scarpetta, vicedirettore della sezione Lavoro e politiche sociali dell'Ocse, a margine della presentazione del rapporto su crisi e diseguaglianze economiche, «come in altri Paesi occidentali, i ricchi si sposano con i ricchi, e anche il matrimonio diventa un fattore di polarizzazione del reddito, contribuendo a un terzo dell'aumento della disuguaglianza di reddito da lavoro tra le famiglie».

TASSE - Per quanto riguarda invece le politiche fiscali, l'Ocse rileva che «la quota crescente di reddito per la popolazione con le retribuzioni più elevate suggerisce che la sua capacità contributiva è aumentata. In tale contesto, le autorità potrebbero riesaminare il ruolo redistributivo della fiscalità, onde assicurare che i soggetti più abbienti contribuiscano in giusta misura al pagamento degli oneri».

LAVORO AUTONOMO - A contribuire in maniera importante all'ampliamento della disuguaglianza è stato l'aumento dei redditi da lavoro autonomo, che sembrano predominare tra le persone con i redditi più alti, contrariamente a quanto avviene in molti altri Paesi Ocse. In linea con l'andamento dei maggiori Paesi industrializzati è invece il fatto che la differenza tra le ore di lavoro dei lavoratori meglio e peggio retribuiti è aumentata. Dalla metà degli anni Ottanta, il numero annuale di ore di lavoro dei lavoratori dipendenti meno pagati è diminuito, passando da 1580 a 1440 ore. Anche quello dei lavoratori meglio pagati è diminuito, ma in minor misura, passando da 2170 a 2080 ore. Un altro dato che aumenta la disuguaglianza di reddito da lavoro tra le famiglie è il fatto che i matrimoni tendono ad avvenire tra persone con redditi da lavoro simili. L'aumento della disuguaglianza dei redditi da lavoro maschile rimane, tuttavia, la prima causa dell'aumento della disuguaglianza, totale spiegandone la metà.

OCCUPAZIONE - Nelle sue raccomandazioni ai Paesi industrializzati ai fini della riduzione delle disuguaglianza dei redditi, l'Ocse sottolinea che l'occupazione è il modo per migliore di ridurre le disparità, tramite la creazione di posti di lavoro «qualitativamente e quantitativamente migliori». È essenziale - indica L'Organizzazione - investire nelle risorse umane, fin dalla prima infanzia e per tutto il ciclo dell'istruzione e occorre fornire incentivi sufficienti sia ai lavoratori, sia ai datori di lavoro, affinchè investano nelle competenze lungo l'intero arco della vita lavorativa.

Italia, si allarga il divario tra ricchi e poveri

pubblicato 06 dic 2011, 05:50 da Maurizio Denaro   [ aggiornato il 06 dic 2011, 06:05 da Elisabetta Rossi ]

In base a uno studio dell'ocse, la penisola è all'ottavo posto tra i 34 paesi aderenti all'organizzazione per il divario dei redditi tra le persone in età lavorativa ed è quinta per l'allargamento del gap tra la metà degli anni 80 e la fine degli anni 2000
 
MILANO - L'Italia è uno dei paesi industrializzati con la maggiore disuguaglianza dei redditi, anche perché il divario tra ricchi e poveri è andato ampliandosi negli ultimi decenni. In base a uno studio dell'Ocse, la penisola è all'ottavo posto tra i 34 paesi aderenti all'organizzazione per il divario dei redditi tra le persone in età lavorativa ed è quinta per l'allargamento del gap tra la metà degli anni 80 e la fine degli anni 2000. La disuguaglianza in Italia è "aumentata drasticamente nei primi anni novanta e da allora è rimasta a un livello elevato, nonostante un leggero calo verso la fine del primo decennio degli anni duemila", spiega il rapporto.

E' stato l'aumento dei redditi da lavoro autonomo a contribuire in maniera importante all'ampliamento della disuguaglianza. In generale a fronte di aumento medio dei redditi in Italia tra il 1985 e la fine degli anni duemila dello 0,8% (media Ocse 1,7%), il 10% più povero della popolazione ha segnato un incremento limitato allo 0,2% (Ocse 2,3%), contro l'incremento dell'1,1% del 10% più ricco (Ocse +1,9%). Con un coefficiente Gini (che varia da zero quando tutte le persone hanno lo stesso reddito a 1 quando la persona più ricca percepisce tutto il reddito) pari a 0,337 alla fine dello scorso decennio, l'Italia ha una disuguaglianza superiore alla media Ocse (0,314).

Il divario è più marcato rispetto alla Spagna (0,317), pur restando inferiore a
Portogallo (0,353), Regno Unito (0,345), Usa (0,378), Israele (0,371), Turchia (0,409), Messico (0,476) e Cile, che è il paese con il maggiore gap tra ricchi e poveri con lo 0,494. Nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 Euro), con un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni 90.

Il reddito dell'1% più ricco degli italiani, che nel 1980 rappresentava il 7% del reddito nazionale totale, nel 2008 era pari al 10% del totale. La proporzione di reddito detenuta dallo 0,1% della popolazione è aumentata dall'1,8% al 2,6% nel 2004. Allo stesso tempo, le aliquote marginali d'imposta sui redditi più alti si sono quasi dimezzate passando dal 72% nel 1981 al 43% nel 2010.

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