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Segnalazioni 2011-10



La forbice sempre più esasperata

pubblicato 31 ott 2011, 06:29 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 29 gen 2012, 07:29 da Elisabetta Rossi ]


Due notizie ampiamente riportate ieri sulla prima pagina del Sole 24 Ore hanno collegato il loro contenuto con quelli della conferenza organizzata a Milano dal Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale e dalla Fondazione Cariplo, sulle disuguaglianze economiche e sociali, con la straordinaria partecipazione, a livello internazionale, di personalità del mondo istituzionale e accademico.

La prima notizia riguarda l'incredibile, preoccupante aumento di circa il 50% dei compensi dei top manager inglesi; la seconda concerne l'altrettanto preoccupante situazione delle banche tedesche e francesi, ricolme di titoli tossici e di bond greci, la cui situazione è giudicata a livello europeo meno allarmante rispetto a quella delle ben più sane banche italiane.
La prima considerazione che deve essere fatta e dalla quale non si può assolutamente prescindere, qualunque sia la valutazione dell'attuale crisi, è che purtroppo la situazione sia in Europa, sia negli Stati Uniti, e nel resto del mondo, continua senza nulla cambiare, ad esasperare l'ineguaglianza globale in termini sia oggettivi sia soggettivi, con il disperato aumento della povertà, alla quale globalmente corrisponde una spaventosa concentrazione di ricchezza e di reddito.

Se è indubbio che la forbice fra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri sta divaricandosi, il problema non può certo essere considerato solo in termini di prodotto interno lordo, bensì deve allargarsi sino a comprendere le conseguenze che la povertà produce sulla vita individuale delle persone, sulla loro partecipazione e capacità di godere dei beni primari della vita (John Rawls, Amartya Sen, Ronald Dworkin).
Questi hanno riferimento costante a problemi di giustizia sociale, di libertà, di posto di lavoro, di conservazione della salute e di accesso all'istruzione. Mi piace a questo punto ricordare che di fronte al fallimento anche di precedenti sistemi economici come era quello dell'ordine liberale e della libertà degli scambi nel '700, il grande illuminista Nicolas de Condorcet aveva individuato l'origine della crisi nella trasformazione del denaro in potere politico, e del potere politico in influenza sui mercati. Già allora Condorcet poneva come prioritario l'accesso di tutti i cittadini all'istruzione. 

Ebbene, nell'indagine sulle cause attuali delle disuguaglianze dovute alle divergenze tra Paesi ricchi e poveri e, all'interno di essi, alla ancor più intollerabilità della forbice, la colpa sottolineata con vigore dal libro di Jacob Hacker e Paul Pierson, Winner - Take - All Politics, è della politica dei governi americani a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, e non delle cosiddette forze del mercato, quasi a voler inconsciamente dimostrare la validità della formula di Condorcet "denaro - politica - mercati". La riduzione delle tasse sui ricchi, le politiche del lavoro a svantaggio dei sindacati, la corporate governance delle società che ha favorito i compensi stratosferici a banchieri e manager, e infine la deregolamentazione finanziaria, sono le politiche legislative che hanno creato un aumento indiscriminato di ricchezza nell'1% della popolazione, provocando sofferenze, povertà e disoccupazione sempre crescenti. 

È dalle ineguaglianze, come è stato provato sia da Hacker, sia da Lars Osberg, presenti al Convegno, che si creano e si alimentano le crisi di depressione economica, si accumula il debito pubblico e nessuna soluzione pare possibile se i vari governi si dimostrano inadatti sia a livello globale sia a livello nazionale. 
Certamente prioritario è interrompere la completa mancanza di disciplina dei mercati finanziari e a evitare che i compensi, i bonus e le stock option di banchieri e manager continuino, nonostante tutto, a salire e a provocare l'aumento della forbice, agevolato dalla speculazione. 
Quali rimedi? Certamente quello proposto da Branko Milanovic, di intervenire per aumentare il reddito dei Paesi poveri per poi riuscire a stabilire una vera politica globale contro le disuguaglianze, che garantisca soprattutto uguali possibilità ai cittadini dei vari Paesi, anche perché la cittadinanza ai fini delle ineguaglianze conta molto (e ciò spiega i fenomeni dell'immigrazione).

Nonché quelli individuati da Bruce Ackerman e Julian Le Grand di garantire una maggiore equità di punti di partenza della vita attraverso l'assegnazione di fondi a ciascun individuo, al compimento della maggiore età. 
Se poi una nuova disciplina della finanza a livello globale rimane il primo dei problemi, esso può essere risolto solo con un generale accordo politico cioè, come altra volta ho già qui sostenuto, con una nuova Bretton Woods; soluzione questa che pare auspicata anche dal Vaticano, che propone un'Autorità mondiale finanziaria in un quadro giuridico preciso. Il problema a noi più vicino rimane quello europeo; l'Europa è in ritardo su un'integrazione federale, e l'istituzione politica ha ceduto il suo scettro alla Banca centrale europea. 

È così questa, con la tipica cecità monetaristica e bancocentrica, a dettare le ricette economiche di austerità ai vari Stati membri, insensibile com'è ai gravissimi problemi delle disuguaglianze, ma anche inspiegabilmente schiava del duopolio franco - tedesco. 


A loro volta le banche francesi e tedesche, ricolme di titoli tossici e del debito pubblico greco dettano la politica della Banca centrale, facendole immettere liquidità sui mercati, per evitare il loro fallimento – nel quale essa stessa verrebbe trascinata – e la inducono ad ammonire le ben più sane banche italiane.

La Maserati dei generali

pubblicato 29 ott 2011, 15:02 da wilder1964@alice.it   [ aggiornato il 29 gen 2012, 07:30 da Elisabetta Rossi ]


sabato, 29 ottobre 2011, di Gian Antonio Stella, su Corriere della sera 

Una sola delle 19 Maserati Quattroporte comprate dal ministero della Difesa costa nella versione base 22.361 euro più dell’intero stanziamento 2011 dato all’Accademia della Crusca, che dal 1583 difende la nostra lingua. Una volta blindate, quattro auto così valgono quanto la dotazione annuale della «Dante Alighieri» che tenta di arginare il declino della nostra immagine nel mondo tenendo in vita 423 comitati sparsi per il pianeta e frequentati da 220mila studenti che seguono ogni giorno 3.300 corsi di italiano.
Basterebbero questi numeri a far capire a una classe dirigente seria, capace di «ascoltare» i cittadini, come l’acquisto di quella flottiglia di auto blu di lusso non possa esser liquidato facendo spallucce. Ci sono gesti che pesano. Soprattutto in momenti come questi. Dicono: la notizia è uscita ora ma il contratto è del 2009-2010. Cioè prima che Tremonti disponesse che «la cilindrata delle auto di servizio non può superare i 1600 cc. Fanno eccezione le auto in dotazione al capo dello Stato, ai presidenti del Senato e della Camera, del presidente del Consiglio dei ministri…».

Sarà… Ma la crisi era già esplosa, il Pil procapite degli italiani era già affondato, il debito pubblico era già schizzato verso il record e l’Ansa aveva già diramato notizie così: «Fotografia del crollo dei mercati nel 2008: Piazza Affari vale la metà rispetto a un anno fa e appena un quarto (23,4%) del Pil, quando ancora a fine 2007 era al 47,8%…». Insomma: eravamo già immersi in quello che Napolitano definisce «un angoscioso presente».

Solo che un pezzo della classe politica, la quale magari ritiene «sostenibili» il prelievo di solidarietà sulle buste paga degli statali, il sequestro per due anni delle liquidazioni, i contrattini-capestro che asfissiano milioni di giovani, trova invece «insostenibile» non solo abbassarsi ad andare in ufficio in autobus, come fanno molti loro colleghi stranieri, ma anche avere «ammiraglie» meno lussuose. La foto ai funerali dei due alpini morti ad Herat nel maggio 2010 diceva tutto: il cronista dell’ Espresso contò 259 auto blu.

Dice l’ultimo rapporto governativo che in Italia queste auto più o meno blu sarebbero 72mila e secondo il Giornale costerebbero un tale sproposito da far dire a Brunetta: «Possiamo risparmiare un miliardo di euro in un triennio». Auguri. Certo è che quella fastidiosa notizia sulle 19 berline de-luxe comprate alla Difesa, dove in teoria solo 14 persone avrebbero diritto all’autista ma nel «parco» ci sono cento auto blu e 700 «grigie», è stata vissuta da milioni di cittadini come un cazzotto in faccia. Per non dire di come l’hanno vissuta i carabinieri che battono gli sfasciacarrozze in cerca di ricambi per le vecchie auto scassate. O i poliziotti che a Milano o Cagliari fanno collette per comprare la benzina.

Il Sap, il sindacato degli agenti, accusa: «A Roma circolano ogni giorno 400 auto blu contro 50 macchine della polizia e dei carabinieri addetti alla sicurezza dei cittadini. In pratica per ogni volante o gazzella ci sono otto auto dedicate alla protezione di politici, magistrati…». L’80%, dicono, «potrebbe essere tagliato». Probabile. Tre anni fa Recep Erdogan fu sbattuto in prima pagina sul giornale Hurriyet perché un fotografo l’aveva beccato in campagna elettorale con l’auto di Stato. Scandalo. Non si fa così, in Turchia.

L'Italia il paese più diseguale degli altri

pubblicato 29 ott 2011, 08:46 da Maurizio Denaro   [ aggiornato il 29 gen 2012, 07:31 da Elisabetta Rossi ]



Professore ordinario presso la Facoltà di Economia dell’Università di Trento

 
Un interessante nota che da alcuni dati che mostrano l' estrema diseguaglianza dell' Italia apparso sul blog del IlFatto Quotidiano del 29/10/2011
 
L’Italia, il Paese più diseguale degli altri
L’Italia è tra i paesi con più alta diseguaglianza, insieme con il Regno Unito e gli Stati Uniti. I paesi a maggiore eguaglianza invece sono quelli Scandinavi, mentre l’Europa continentale si colloca nel mezzo.

In una prospettiva di medio termine si osservano degli andamenti comuni tra le varie aree: negli anni ‘70-‘80 la diseguaglianza è rimasta stabile quasi ovunque, mentre invece è aumentata nel decennio ’90. Regno Unito e Stati Uniti sono delle eccezioni perché hanno sperimentato un aumento delle diseguaglianze in ambedue i periodi .

L’aumento della diseguaglianza negli Stati Uniti può essere spiegata da una serie di fattori: aumento delle differenze salariali tra i lavoratori a più elevata istruzione e lavoratori manuali; aumento in generale del rendimento dell’istruzione. Si è soprattutto avuto un impoverimento dei lavoratori meno qualificati (unskilled): il salario reale di questi lavoratori è diminuito negli anni ‘90 rispetto agli anni ’70.

L’avvento di tecnologie digitali ha spiazzato questo tipo di lavoro non qualificato, ma anche il commercio con i paesi a più basso costo di lavoro (Cina, India etc.) ha spinto verso la delocalizzazione di lavorazioni a maggiore contenuto di lavoro unskilled. Si è creata negli Stati Uniti una vera classe di lavoratori poveri (working poors): persone che guadagnano uno salario insufficiente per vivere decentemente.

I dati sull’Italia sono quelli delle Indagini della Banca d’Italia. La diseguaglianza del reddito in Italia ha registrato un andamento ad U: in diminuzione dalla metà degli anni ’70 fino alla fine degli anni ’80; in aumento negli anni ‘90, con un andamento stazionario dai primi anni 2000 in poi.

La diffusione di forme contrattuali flessibili, la concorrenza dei paesi emergenti, e la bassissima dinamica della produttività hanno probabilmente spinto verso l’aumento della diseguaglianza negli anni ’90. Si stima che circa il 15-20% dei lavoratori italiani è working poor, hanno cioè un salario che è inferiore di due terzi rispetto al salario mediano.

Le spiegazioni generali della maggiore diseguaglianza sono quelle che abbiamo descritto per gli Stati Uniti: progresso tecnologico che premia i lavoratori più istruiti; commercio internazionale che spinge verso la delocalizzazione dai paesi ricchi a quelli poveri delle lavorazioni a maggiore intensità di lavoro meno qualificato; maggiore flessibilità dei mercati del lavoro; politiche pubbliche meno generose per i poveri.

Per l’Italia la prima spiegazione non è rilevante. Il premio all’istruzione in Italia è molto basso. I laureati guadagnano poco di più dei diplomati e così via.

Sull’Italia ci fornisce utili analisi Stefano Perri:

  • La quota del reddito nazionale che va al lavoro è in Italia tra le più basse nei paesi Ocse.
  • La diminuzione della quota dei redditi da lavoro dipende in misura maggioritaria dalla negativa evoluzione del salario reale (diminuito del 16% tra il 1988 e il 2006).
  • Se confrontiamo i redditi mediani, quelli del decile più povero e quelli del decile più ricco della popolazione, emerge in modo drammatico la gravità della situazione italiana. Mentre sia per il reddito mediano sia per il reddito del 10% più povero l’Italia è l’ultima tra i paesi considerati, e ha redditi minori rispetto alla media Ocse, il reddito del 10% più ricco risulta più alto rispetto alla media Ocse, e anche rispetto alla Francia. Si tratta di un dato che mostra in modo inconfutabile lo squilibrio che il nostro paese vive, con conseguenze molto rilevanti sia sul piano sociale che economico.
Siamo un paese molto ineguale. Abbiamo poveri che sono (relativamente) più poveri di quelli di altri paesi e ricchi che sono più ricchi (relativamente) rispetto ad altri paesi.

La mobilità sociale è molto bassa: la probabilità di cambiare classe sociale è modesta e i percorsi di carriera (per la stessa generazione) sono lenti.

Da questa breve fotografia bisogna partire per ragionare su quali misure prendere per tornare a crescere. Non bastano le ricette che ci suggerisce la lettera della Bce. Bisogna agire sulla diseguaglianza. Ci torneremo su.

Cominciamo dalla spesa a non buttar via il cibo / Basta sprechi di cibo la salvezza dell' Africa si decide a casa nostra

pubblicato 21 ott 2011, 07:14 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 29 gen 2012, 07:32 da Elisabetta Rossi ]


da Repubblica - 15 ottobre 2011  Carlo Petrini 
COME tutti gli anni, il 16 ottobre, la Fao ci chiama a riflettere con la Giornata Mondiale dell' Alimentazione. Ciclicamente, purtroppo solo per un attimo, torniamo a prendere atto che fame a malnutrizione non spariscono dalla faccia della Terra neanche per sbaglio. Tra i tanti, è questo il vero, più serio e potente motivo per sentirsi indignati oggi.
ANCHE se grazie alla ricorrenza si spendono fiumi di parole, purtroppo soltanto quelli, si spendono. Gli Stati e gli organismi internazionali non mantengono le promesse che fanno in tema di aiuti allo sviluppoe quasi sempre, quando ci provano davvero, finiscono con il far "costare più la salsa che il pesce". Nel 2000, con la Dichiarazione del Millennio dell' Onu, ogni Stato ricco promise di aumentare gli aiuti pubblici allo sviluppo per lo 0,7% del proprio Pil entro il 2015. Pochissimi Stati hanno già superato la soglia, la maggioranza no: la media oggi è poco più alta dello 0,3%. L' Italia, per non farsi mancare niente, si distingue tra quelli in fondo alla classifica: siamo allo 0,1% e negli ultimi anni abbiamo continuato a tagliare in maniera importante questi aiuti, nel nome della crisi. Leggere il nuovo rapporto di Action Aid Italia uscito a settembre, dovrebbe farci vergognare per come siamo indietro su tutti i fronti. Intanto, nonostante la crisi, non smettiamo di costruire caccia bombardieri e partecipare a missioni di guerra costosissime: quei soldi basterebbero e avanzerebbero di molto per fare la nostra parte negli aiuti promessi. Le notizie che quest' anno sono arrivate dal Corno d' Africa (con una carestia che ha coinvolto 13 milioni di persone soprattutto in Somalia, Kenya, Etiopia, delle quali decine di migliaia sono già morte e 750.000 a rischio di morte nei prossimi mesi) non sono di nuovo state sufficienti a smuovere le coscienze in maniera generalizzata. La cosa sconvolgente è che il problema del miliardo circa di persone che soffrono di malnutrizione e fame è, tra tutti i problemi che ha oggi la comunità mondiale, uno di quelli di più facile soluzione: sarebbe sufficiente averne la volontà. Al limite, basterebbe anche soltanto qualche rinuncia, meno avidità, meno colonialismo economico e culturale. Invece, per citare Ghandi a pochi giorni dall' anniversario della sua nascita, «nel mondo c' è abbastanza per i bisogni dell' uomo, ma non per la sua avidità». Forse l' unica soluzione è cominciare a fare propria questa battaglia a livello personale, ognuno di noi. Ma come possiamo fare, pur carichi di sana e giusta indignazione? Intanto, iniziamo dallo spreco. Secondo i dati di Last Minute Market sprechiamo 20 milioni di tonnellate di cibo ogni anno, soltanto nel nostro Paese. Sarebbero sufficientia sfamare 40 milioni di persone: siamo distratti, non siamo sensibili, è un po' colpa nostra ma in un certo senso siamo vittime di un sistema che per così com' è strutturato non diventerà mai virtuoso, nemmeno sotto i colpi della crisi. È un sistema economico iniquo, che fa dei rifiuti la sua stessa ragione di esistenza. Quei 20 milioni di tonnellate di cibo buttate via ogni anno in Italia lo alimentano: un consumismo spietato dove tutto si brucia e va sostituito al più presto, anche il nutrimento. Allora dobbiamo cominciare a rivoluzionare in casa nostra, se vogliamo coltivare la speranza che anche in Africa le cose si rivoluzionino. Cambiare qui per cambiare l' Africa: ecco uno slogan, se ce n' era bisogno. Mai nella storia dell' uomo abbiamo avuto così tanta quantità di cibo a disposizione per l' umanità e mai nella storia abbiamo sprecato così tanto. Oltretutto, come spiega una recente ricerca storiografica che sta per essere pubblicata in Usa, nonostante le guerre in corso il mondo non è mai stato in pace come in questa epoca. Lo spreco di fronte alla fame è la vera anomalia dei nostri tempi. Il sistema avido in cui siamo immersi ha trasformato il cibo in una merce, l' ha spogliato dei suoi valori mentre l' unico valore che resta è il prezzo. Siamo tutti obbligati a comprare, a consumare, a un determinato prezzo. Non coltiviamo più, abbandoniamo l' agricoltura e intanto chi non ha soldi non può mangiare perché non può acquistare cibo: è il sistema che sta condannando milioni di africani. È ciò che va scardinato con le nostre azioni quotidiane: non sprecando e rieducandoci al ciboe ai suoi valori, anche quelli dell' agricoltura. È ciò che più immediatamente possiamo fare, formando nuove generazioni che non vogliano più stare a questo gioco al massacro. Lasciatemi dire che con Slow Food stiamo raccogliendo fondi da dare alle comunità per realizzare mille orti in Africa nel corso del prossimo anno. È una goccia nel mare, perché ce ne vorrebbero un milione, ma è pur qualcosa. Un orto per una comunità è un ritorno alla terra, alla dignità del coltivare il proprio cibo, una garanzia di autosostentamento, attraverso le tecniche e le sementi locali: da parte nostra c' è solo aiuto a distanza, in risorse e in semplici migliorie tecniche non invasive. Per fortuna non siamo gli unici. L' auspicio è che la politica ponga tutti questi problemi tra le sue priorità, ma se non si rinuncia a quel sistema economico-finanziario che in realtà la foraggia e che lei sostiene; se non si guarda a nuove vie e nuovi paradigmi per il futuro, a una vera rinascita dell' agricoltura (ovunque), allora sarà molto più dura. Noi iniziamo con la reciprocità, a donare e a far girare i doni in quest' economia malata, partendo anche dal sostegno ai nostri stessi contadini, con acquisti diretti di cibo locale, perché pure loro iniziano a subire gli effetti disastrosi di un sistema incompatibile con la natura, che li sta schiacciando. I contadini, insieme alle associazioni della società civile, uniti nel Cisa (Comitato Italiano per Sicurezza Alimentare), in questi giorni stanno facendo sentire la loro voce a Roma, proprio davanti alla Fao: ascoltiamoli, appoggiamoli. Io credo veramente che non sprecando, aiutando le economie agricole locali in ogni angolo della terra, regalando qualcosa per far rinascere le singole comunità africane nel nome della loro produzione alimentare, potremo dare il via a un nostro cambiamento profondo, che infine cambierà anche l' Africa. Ma sempre e solo grazie agli africani: bisognerà pur dargliene la possibilità, smettendola di far pagare soprattutto a loro le nostre condotte scellerate e ormai decisamente impazzite.

Il segreto delle superpaghe dei top manager

pubblicato 21 ott 2011, 06:50 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 29 gen 2012, 07:34 da Elisabetta Rossi ]


di Federico Rampini - La Repubblica  del 04 / 10 / 2011 

Pagare il proprio top management più di quello dei rivali. E il peer "benchmarking" che, secondo alcuni ricercatori Usa, ha fatto crescere gli stipendi nelle grandi corporation Usa fino ai livelli attuali

Leo Apotheker, ex amministratore delegato di di HpNEW YORK - E’ la sindrome del bambino della porta accanto, quello che ha sempre i giocattoli più belli, la spiegazione scientifica per lo scandalo delle superpaghe ai top manager americani. L’ultimo caso è quello di Léo Apotheker, il disastroso chief executive di Hewlett-Packard defenestrato dal consiglio d’amministrazione il mese scorso. Tutti sembravano d’accordo: il top manager aveva condotto il colosso informatico della Silicon Valley sull’orlo del baratro, andava cacciato al più presto. Risultato: il board della società lo ha “ringraziato” con un “premio di licenziamento” di 13 milioni di dollari. Se si aggiungono a quello che lui aveva guadagnato di stipendio”normale” (10 milioni), Apotheker ha stabilito un nuovo record. Perché il suo periodo alla guida di Hp è durato appena 11 mesi. In questi tempi di crisi economica acuta, con 25 milioni di disoccupati, c’è un’America dove qualcuno viene licenziato per scarso rendimento e si ritrova con 23 milioni di dollari in tasca.

Lo scandalo dei superstipendi per i top manager ormai ha prodotto quasi una sorta di assuefazione: una vicenda come quella di Apotheker vale un titolo in evidenza sui giornali per un paio di giorni al massimo. Poi si passa al successore, anzi la successora: Meg Whitman, ex chief executive di EBay, che è stata chiamata a sostituire Apotheker al vertice di Hp. Naturalmente con un contratto di assunzione blindatissimo,che anche a lei garantisce somme favolose a prescindere dal rendimento. Hp non è un’eccezione, è la regola. Sapevamo di Wall Street, dove i banchieri colpevoli del tracollo sistemico del 2008 sono ancora ai loro posti oppure si godono una pensione dorata con dei bonus stratosferici.

Ma anche la Silicon Valley, tanto decantata per la sua cultura dell’innovazione e del rischio imprenditoriale, in realtà rischia poco quando si tratta dei chief executive. Quello di Amgen (biotecnologie) se n’è andato con 21 milioni di stipendio annuo dopo che il valore dell’azienda in Borsa era caduto del 7% e lui aveva licenziato 2.700 dipendenti. E nessuno che tenti di stracciare i contratti blindati dei capi. Nell’America dove gli operai di Gm e Chrysler si son visti dimezzare lo stipendio e decurtare le pensioni, l’unica categoria che ha dei “diritti acquisiti” rigidissimi è l’oligarchia manageriale. Com’è possibile?

Finalmente uno studio rivela il perché. Anzi, tre studi, perché del tema scottante si sono occupate tre équipe di ricercatori universitari, guidate rispettivamente da Michael Faulkender (University of Maryland), Jun Yang (Indiana University) e John Bizjak (Texas Christian University). Usando la documentazione raccolta dalla Sec, l’organo di vigilanza sulle società quotate in Borsa, gli studiosi hanno raggiunto la stessa conclusione. Dietro l’aberrazione delle supergratifiche c’è un fenomeno che si chiama “peer benchmarking”. Per “benchmarking” si intende un metodo che fissa degli obiettivi-standard che un’azienda deve raggiungere o superare (è molto usato nel marketing). “Peer” sta per “pari grado”. Dunque, i ricercatori hanno scoperto che il 90% dei consigli d’amministrazione delle grandi aziende Usa al momento di assumere un nuovo amministratore delegato fissano la sua paga guardando alle paghe dei suoi simili. E con una regola precisa: invocando il pretesto che bisogna “attirare i migliori”, le paghe dei neoassunti devono essere “superiori al compenso mediano” (la mediana, in statistica, è il valore più frequente in un gruppo).

Quindi la spirale perversa che spinge sempre più su le paghe dei top manager ha una causa semplice: il tuo chief executive va pagato più di quello della porta accanto. E’ così che dagli anni Settanta i compensi dei top manager sono più che quadruplicati (in potere d’acquisto reale) mentre nello stesso periodo lo stipendio medio dei dipendenti è arretrato del 10% in termini reali. L’hanno battezzata anche la “sindrome del Lago Wobegon”, nome del luogo immaginario inventato dall’animatore radiofonico Garrison Keillor, “dove tutti i bambini sono superiori alla media”. Peccato che non possa dirsi altrettanto per la maggioranza degli americani.

La Diseguaglianza Insopportabile

pubblicato 21 ott 2011, 06:32 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 29 gen 2012, 07:36 da Elisabetta Rossi ]


Nadia Urbinati per Repubblica 13/10/2011

CHE cosa vogliono le migliaia di cittadini che da quasi un mese manifestano davanti a Wall Street sollevando un´ondata di protesta che interessa ormai le maggiori città americane? Come leggere questo movimento variegato che non ha leadership, non ha scopi definiti, non si lascia facilmente rubricare da un´etichetta di partito? Ha certo ottenuto l´adesione di alcuni importanti sindacati; ma non è per nulla inquadrabile in un´organizzazione gerarchica e poco inclusiva come il sindacato. Ha certo ottenuto l´adesione di alcuni esponenti democratici di prestigio (e la buona menzione del presidente Obama); ma è critico nei confronti di un partito che non ha dimostrato coraggio di fronte ai repubblicani e attenzione all´impoverimento della società americana. Ma, nonostante questi distinguo rispetto alla politica organizzata, i cittadini che manifestano non sono “mob”, non sono una massa arrabbiata di americani invidiosi dei loro pochi ricchi concittadini, come gridano i repubblicani di “FoxNews”. E non sono neppure una pericolosa espressione di populismo anarchico, teste calde che vogliono, ancora secondo le accuse repubblicane, dividere l´America con la lotta di classe.


In effetti la stessa espressione “populismo” è poco adatta a rappresentare questo nuovo movimento di protesta, che per la radicalità ma anche ragionevolezza degli slogan e dei messaggi assomiglia al movimento per i diritti civili degli anni ´60, quello che ha manifestato contro la guerra in Vietnam, contro la discriminazione razziale e di genere. In quelle lotte vi era il futuro. L´America di oggi è figlia di quel movimento giovanile. Sarà anche questa volta così? Per molti intellettuali e per alcuni commentatori televisivi potrebbe essere così. E quindi, l´espressione populismo (di per sé una categoria fumosa e difficile da tradurre in un concetto chiaro) è ancora meno adatta.
Populista è certamente il movimento del Tea Party, una congerie di molte delle categorie tradizionalmente associabili a questo tipo di movimento, per esempio: anti-intellettualismo o attacco ai “sapientoni” (per dirla con il Senatore Bossi) perché criticano e non si identificano con le opinioni popolari, istintive e radicali; e anti-governo o attacco alle politiche sociali che creano grossa burocrazia e mettono in moto più Stato e quindi un surplus di controllo della sfera economica. Il Tea Party si sente a suo agio con l´agenda repubblicana che da diversi decenni ha dato la sua totale adesione alla dottrina liberista, la quale addossa le responsabilità del declino economico dell´America a chi propone una più giusta distribuzione della ricchezza non a chi l´avversa, nella convinzione che se la natura degli interessi e dell´accumulazione seguisse il suo corso, a beneficiarne sarebbero tutti in proporzione. La retorica cristiana dei talenti e della responsabilità di usarli al meglio dà pathos a questa ideologia anarco-liberista, che si sente autorizzata dal Vangelo a svolgere la sua propaganda contro lo Stato, luogo satanico del potere e contro coloro che pensano di usarlo per una buona causa di giustizia. Dunque, anti-razionalismo, anti-intellettualismo, anti-governo: ecco gli ingredienti del populismo dei Tea Party. Il quale non è soltanto un movimento di protesta, ma è un movimento con un´agenda politica ben precisa, come il Congresso americano uscito dalle ultime elezioni sta dimostrando. Certo, il Tea Party non è unito sotto la guida di un leader carismatico e in questo non è simile ai populismi europei. È federalista come il Paese nel quale è nato, diramato attraverso le chiese evangeliche, riunito sotto i vari predicatori che mettono insieme l´omelia ogni domenica.
Occupy Wall Street non ha nulla di tutto questo. Ed è questa la ragione dell´incredibile attacco dei leader del Tea Party, i quali hanno annusato molto correttamente che questi manifestanti non hanno nulla da spartire con loro. Occupy Wall Street è un movimento spontaneo, e quindi democratico nel senso più elementare del termine, perché ispirato a ideali di auto-governo e di eguaglianza di cittadinanza. Lo slogan “Noi siamo il 99%” non intende fare guerra all´1%, cioè ai miliardari. Non è l´invidia che li guida come ha sostenuto un candidato repubblicano. Lo slogan chiede più semplicemente che chi ha più deve più contribuire anche perché quel di più lo ha in ragione di politiche adottate dai governi americani dalla fine degli anni ´70. Politiche alle quali tutti hanno obbedito e che però hanno favorito non tutti allo stesso modo. E non a causa dei talenti che il Signore distribuisce diversamente, ma di una mirata e sistematica politica della diseguaglianza.
L´equità fiscale non è proprio un obiettivo rivoluzionario. Se così appare è perché le diseguaglianze economiche e sociali sono ormai così radicali da aver dato vita a due popoli, un po´ come nell´antica Atene: anche oggi, gli oligarchi, benché dentro il sistema democratico, scalpitano per avere privilegi e non sottostare alla regola dell´eguaglianza. Occupy Wall Street mette in luce questa antica e sempre nuova lotta tra oligarchia e democrazia. Soprattutto, mostra come la seconda non sia semplicemente una forma di governo, ma anche un ideale, una visione di società che quando le diseguaglianze si radicalizzano, come ora, non riesce più ad avere il consenso di tutti. L´1% simbolico – i super miliardari – sta a significare che alcuni sono fuori dal patto democratico dell´eguaglianza. È questa la radicalità di Occupy Wall Street.
A chi è indirizzata questa radicalità? Qual è la relazione di questo movimento democratico con la democrazia delle istituzioni? Queste domande mettono in luce la crisi profonda di rappresentatività delle istituzioni democratiche. Occupy Wall Street non ha specifici obiettivi se non uno: entrare in comunicazione con coloro che operano nelle istituzioni, i quali hanno da anni spento l´auricolare e sono, come si dice in Italia, auto-referenziali. Dall´interno dei parlamenti non si vuole ascoltare. La scollatura tra dentro e fuori delle istituzioni democratiche è preoccupante e, purtroppo, non è destinata a risanarsi velocemente. Questo movimento chiede dunque una ricostituzione della rappresentanza politica. Sfida gli eletti nel nome dell´autorità dell´ascolto. E ha senso occupare le piazze fisiche, visto che quelle mediatiche sono interessate a mettere una cortina di silenzio sulle opinioni dei cittadini. Se c´è un contributo che Occupy Wall Street può dare è quello di creare un clima politico finalmente di attenzione; di costringere chi si occupa delle politiche nazionali a non girare le spalle a coloro che di quelle politiche devono subire le conseguenze. Si tratta di un richiamo ai principi democratici, dunque: a quella promessa di libertà e giustizia per tutti che è scritta nelle nostre costituzioni.

EFFETTO CRISI - Le Disparità Malattia d'Occidente

pubblicato 11 ott 2011, 13:09 da Maurizio, Elena e Betta Denaro   [ aggiornato il 29 gen 2012, 07:38 da Elisabetta Rossi ]


 di Carlo de Benedetti - da Il Sole 24 Ore del 28-09-2011

Già anni fa Paul Kennedy coglieva nell’accentuarsi delle diseguaglianze uno dei possibili segnali del declino della potenza americana. Lo storico è stato tra i primi a leggere lo spostamento dell’asse del mondo dall’Occidente ai Paesi emergenti, dalla Cina al Brasile. E lo ha fatto attraverso i dati sociali, ancor prima che quelli economici o politici.

Quella sua intuizione oggi sta trovando una conferma che va al di là delle sue stesse previsioni. Ci deve atterrire il gap crescente che si sta affermando nelle nostre società tra chi ha moltissimo e chi ha molto poco. Un differenziale che si tocca con mano nel viaggiare tra Europa e Stati Uniti. E che trova un riscontro drammatico nei numeri. Mai, negli ultimi 50 anni, così tanti americani hanno vissuto in povertà come oggi.

Nel 2010 oltre 46 milioni di cittadini Usa sono finiti sotto la soglia di povertà. Il tasso di povertà è così cresciuto al 15,1%, il più alto dal 1993, un punto in più rispetto all’anno precedente. Nello stesso tempo le famiglie che guadagnano più di 100mila dollari sono cresciute. Il Financial Times ha parlato di un effetto a due velocità della crisi, con i più ricchi che mantengono la loro capacità di spesa mentre un numero crescente di cittadini cade in povertà.

Sempre negli Stati Uniti oggi l’1% della popolazione americana detiene il 40% della ricchezza dell’intera nazione. Il numero di americani senza assicurazione sanitaria è cresciuto nell’ultimo anno di circa un milione a 49,9 milioni. E il dato più impressionante è che circa un quarto dei bambini americani oggi vivono in povertà.

Sono proprio le nazioni appartenenti al G-8, secondo un rapporto pubblicato quest’anno dell’Ocse, quelle dove le diseguaglianze sono aumentate di più. In testa alla classifica troviamo gli Stati Uniti seguiti a ruota dall’Italia, il Regno Unito, la Spagna e il Canada, a metà strada ci sono la Francia e la Germania, mentre i Paesi “virtuosi” sono Svezia e Danimarca.

In Italia sempre, nel 2011, il 10% delle famiglie più ricche detiene il 45% della ricchezza complessiva. Negli ultimi dieci anni, mentre il reddito pro capite italiano scendeva dal 117% del reddito medio europeo al 100%, l’indice di diseguaglianza è salito dal 4,8 al 5,5: cioè il 20% di italiani più ricchi dispone di un reddito 5,5 volte più elevato di quello del 20% di italiani più poveri.

Sono cifre che non possono lasciare indifferenti. Qui c’è davvero qualcosa che si è rotto nelle nostre società. Si pone drammaticamente, innanzitutto, una questione di giustizia sociale. E mi chiedo dov’è la politica su questo. Dov’è la sinistra innanzitutto, che è nata e cresciuta all’inizio del secolo scorso proprio sulla questione sociale. Ma non è un problema che può riguardare solo la sinistra, e tanto meno un problema che rimanda solo al valore di una società più giusta.
Alexis de Tocqueville partì proprio da qui per celebrare la vitalità della società americana. “Fra le cose nuove che attirarono la mia attenzione – esordisce nella sua Democrazia in America – una soprattutto mi colpì assai profondamente e cioè l’uguaglianza delle condizioni. Facilmente potei constatare che essa esercita un’influenza straordinaria sul cammino delle società, dà un certo indirizzo allo spirito pubblico e una certa linea alle leggi, suggerisce nuove massime ai governanti e particolari abitudini ai governati”.

Siamo alle radici stesse delle nostre società liberali e della continua ascesa, nel benessere, che esse ci hanno garantito. Perciò quei dati sulle nuove differenze devono preoccupare noi tutti, destra e sinistra, ricchi e poveri. È in gioco, in quelle cifre, il futuro stesso delle nostre società occidentali. Comunità dove va aumentando il differenziale tra i tanti che hanno poco e i pochi che hanno molto sono realtà declinanti, economicamente e socialmente malate.

L’ascesa dei meno abbienti verso il ceto medio e il progressivo affermarsi di quest’ultimo a discapito delle estreme della gerarchia sociale è stato per decenni l’elemento più vitale delle nostre società. La nostra affermazione nel mondo è stata proprio legata a quest’ascensore sociale, che dava dinamismo, forza, proiezione verso il futuro.

È anche la storia d’Italia del Novecento. Del boom economico e delle conquiste sociali. Ricordo mio nonno. Faceva l’avvocato ad Asti. Fece sette figli, una ragazza e sei maschi. E a tutti i maschi riuscì a far prendere la laurea. Era una persona che si era fatta con i propri studi e il proprio lavoro. Era ceto medio. E sentiva il futuro nel proprio lavoro. Dov’è oggi il futuro del ceto medio? L’Istat, il Censis, ci dicono che quella classe intermedia vede il proprio destino scivolare verso il passato e affida ai propri figli anni incerti e declinanti.

Il ceto medio va sempre più schiacciandosi verso la parte bassa della società, l’ascensore sociale è di fatto bloccato, il merito è sempre meno un possibile fattore di ascesa e di rinnovamento tra i ceti. Carlo Carboni, che ha studiato questi fenomeni, ha scritto: “Il ceto medio è andato in crisi in tutto il vecchio mondo occidentale, trascinando con sé declino di fiducia e di stabilità; mentre la creazione del ceto medio tra i new competitors è fonte di nuovo consenso, di partecipazione al progetto di crescita. In breve, il sogno della società di ceto medio è evaporato negli Usa come in Italia e, ovunque, si segnala la ripresa delle disuguaglianze socioeconomiche”.

Ecco un buon tema da affrontare per la politica di oggi, debole e disorientata dalla mancanza di consenso. Un tema da cultura politica sinceramente liberaldemocratica. Perché è proprio contro la ricchezza diseguale, contro le disparità che si perpetuano e si allargano, che la cultura liberale lanciò oltre due secoli la sua sfida facendo da infrastruttura ideologica della borghesia, come classe media, in ascesa.

Come non vedere questa sfida anche nelle scelte che ci aspettano nelle prossime settimane in Italia. Eppure la nostra politica si contraddistingue per la paura di prendere solo in considerazione un’imposta sulla ricchezza fissa, sui patrimoni, che permetta di alleggerire le imposte sul lavoro e l’impresa; per la soggezione della maggioranza davanti alle corporazioni professionali che impediscono una vera liberalizzazione nel settore delle professioni. Finanche sulla questione dell’età pensionabile si cela la miope difesa di un vero e proprio privilegio generazionale ai danni dei più deboli, giovani e pensionati sociali.

Cronache italiane, queste ultime. Ma c’è un’agenda della politica dell’intera Europa da rivedere. Non è un caso se lo stesso Economist, bibbia del liberismo, sottolinea come sia venuto il momento di tassare ricchezze che “sono cresciute in modo sproporzionato in questi anni di globalizzazione”. Non si tratta di dare la caccia ai ricchi, come titola il settimanale in copertina. Ma almeno di “spostare il peso della tassazione dai redditi e dagli investimenti alla proprietà”, in modo da “raccogliere di più dai ricchi senza indebolire la predisposizione a rischiare e a investire”.

Solo così potremo uscire dalle secche della più difficile crisi economica dal ’29. Ma in questa capacità di ripristinare il dinamismo sociale, una possibilità di ascesa da parte di chi ha a meno, c’è una sfida anche più grande.

Per Tocqueville in quel dinamismo verso l’eguaglianza c’era il segno “della divina protezione” verso le società. Forse non è più il caso di guardare oltre i cieli, ma di certo le nostre società occidentali potranno reggere l’impatto della globalizzazione e dell’ascesa dei giganti asiatici solo se sapranno recuperare il gusto e l’ambizione del dinamismo e della giustizia sociale.

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