Segnaliamo‎ > ‎

Segnalazioni 2012 09


Le disuguaglianze e la “zombie economics”

pubblicato 29 set 2012, 00:37 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 29 set 2012, 01:31 ]





La teoria economica ha affrontato il problema delle disuguaglianze nelle società avanzate sia in modo diretto attraverso l’elaborazione di modelli, sia in modo indiretto considerando le disuguaglianze come un problema secondario la cui soluzione sarebbe venuta dalla crescita (o dallo sviluppo?)[1]. Le riflessioni che seguo e prendono spunto da un libro e da un articolo apparso recentemente sul quotidiano “La Repubblica”. Il libro è “Zombie Economics” di John Quiggin (adesso disponibile anche nella versione italiana) mentre l’articolo è “Quel che resta del 99 per cento” di Adriano Sofri. 
L’idea centrale del libro di Quiggin è che ci sono teorie economiche che risultano vincenti in un determinato periodo storico. Ad un certo punto la realtà si scontra con queste ultime ma, nonostante tutto esse sopravvivono come “zombies”. Anche il capitolo sulle disuguaglianze segue questo schema. Nel leggerlo ho pensato a tante cose ma il pensiero che più mi ha tormentato è stato che forse Keynes sbagliava quando diceva che “le idee degli economisti e dei filosofi politici, …., sono più potenti di quanto comunemente si creda. In realtà il mondo è governato da poco altro. Gli uomini pratici,…., sono generalmente schiavi di qualche economista defunto”, perché non di qualche economista defunto stiamo parlando ma di un cimitero di idee e di idee zombies che sopravvivono a se stesse. Procediamo con ordine.

Dalla metà degli anni ’70 gli Stati Uniti sono stati il paese che più di ogni altro (seguiti forse dalla Gran Bretagna e dalla Nuova Zelanda) ha sperimentato, sulla scia di nuove teorie economiche, politiche di tipo liberiste. Queste, fortemente volute dai presidenti repubblicani, non hanno subito sostanziali arresti o ripensamenti durante i governi dei presidenti democratici. Quiggin mostra che in circa quarant'anni politiche di riduzione delle tasse, privatizzazioni, liberalizzazioni e flessibilità nel mercato del lavoro hanno determinato una distribuzione del reddito che è avvenuta a vantaggio delle classi più ricche mentre coloro che avevano un reddito medio o basso non hanno visto migliorare le loro condizioni. 
Figura 1 - Fonte: US Census Bureau
Qualcuno obietterà che gli Stati Uniti sono stati il paese che nello stesso periodo è cresciuto forse più di ogni altro tra quelli del G8. Vero[2] se consideriamo la crescita del PIL Se prendiamo, invece, in considerazione le disuguaglianze che sono aumentate (Figura.1) e la scarsa mobilità sociale (strano a credersi per un paese che ha fatto del “sogno americano” il suo punto di forza) allora le cose non sono più così semplici e chiare come molti hanno voluto farci credere.

Quiggin si chiede se gli Stati Uniti siano davvero il paese delle grandi opportunità e quello con la più alta mobilità sociale e scrive a tal proposito: “…gli studi empirici sulla mobilità sociale non supportano tali credenze. Ma la maggior parte degli economisti non sono impegnati in studi sulla mobilità sociale e molti di loro condividono queste credenze popolari. Questo è vero non solo per gli economisti americani compiacenti, che promuovono i meriti dello status quo e chiedono sempre le stesse cose, ma anche i critici europei dello stato sociale, che accettano la caratterizzazione delle loro società come rigide e sclerotiche rispetto a quella degli Stati Uniti vista come dinamica e flessibile.”.

Tabella 1 - Indici di concentrazione per gruppi di paesi OECD   -  Fonte: OECD, 2011
Le ultime due righe mi aiutano a spostare l’attenzione dalla nostra parte. Quale è stata la mobilità sociale nel vecchio continente negli ultimi trenta-quarant'anni? Le disuguaglianze sono aumentate? Alcuni dati ci aiutano a rispondere a queste domande.
La tabella 1  mostra che negli anni ’70 quasi tutti i paesi (ad eccezione degli USA e UK) hanno visto una riduzione delle disuguaglianze. Dagli anni ’80 a seguire questa tendenza si è invertita.
In Europa i livelli disuguaglianza risultano minori per i paesi scandinavi. L’Italia, a metà degli anni 2000 risultava il paese con l’indice di concentrazione più alto e superiore alla media di 24 paesi dell’OCSE. E’ da notare che questi valori sono mitigati dal ruolo svolto dalle imposte sui redditi e dai sussidi sociali che hanno una funzione importante nella redistribuzione del reddito in Italia, riducendo la disuguaglianza di circa il 30% (Rapporto OCSE 2011 sulle disuguaglianze).

Perri (2009), presentando la figura 2, afferma che “….uno dei dati più significativi presenti nel rapporto dell’OCSE, svela il contenuto ideologico dell’identificazione del liberismo con una forte dinamica sociale e con ciò che si indica come meritocrazia. L’elasticità dei redditi intergenerazionali misura la probabilità che i figli mantengano lo stesso reddito dei padri. Più basso è il valore e più alta è la probabilità che i redditi cambino di generazione in generazione. L’Italia ha un valore molto alto per questo parametro. I dati della Francia e della Germania, mostrano che la mobilità sociale è favorita da una distribuzione meno diseguale del reddito e dalla robustezza delle istituzioni del Welfare, ancora in questi paesi non smantellate. Il sogno americano, la possibilità per ciascuno di migliorare indipendentemente dalle condizioni di nascita, è molto più effettivo nei paesi dell’Europa continentale che in quelli anglosassoni”.
Figura 2 Elasticità dei redditi intergenerazionali - Fonte: Perri (2009)
Infine, D’Alessio (2012) della Banca d’Italia ha verificato la variazione delle disuguaglianze rispetto alla ricchezza e non al reddito. La conclusione a cui perviene è che la disuguaglianza nella ricchezza diminuita negli anni ’80 avrebbe ripreso ad aumentare all’inizio degli anni novanta. Inoltre D’Alessio verifica che la variazione della distribuzione della ricchezza sia andata nel tempo a favore delle famiglie composte da anziani e a sfavore di quelle composte da giovani.

Da quanto fin qui detto emerge che a) le teorie economiche non sono neutrali rispetto agli effetti che propongono; b) che è sempre più forte il legame tra teorie economiche e scelte della politica; c) che le teorie economiche che hanno fallito trovano sempre il modo di trasformarsi in “zombies” e qualche sponda nella politica per continuare ad alimentarsi (si veda la “gaffe” di Romney).

Quale è il presente per l’Italia? Con la crisi finanziaria e la successiva crisi economica, associata alla crisi del debito, sono state imposte (BCE – agosto 2011 e Commissione Europea poi) alla politica scelte di emergenza e tentativi di riforme. In quale direzione queste politiche si indirizzano?

Senza entrare nei dettagli la sensazione è che con quasi trenta anni di ritardo si voglia proporre in Italia dei modelli che le verifiche empiriche, non di breve ma di lungo periodo, hanno dimostrato essere fallimentari. E se è sostanzialmente vero quel che dice Sofri e cioè che da un lato “il 99 per cento” vorrebbe vedere in galera i banchieri che sono visti come la causa di tutto[3] dall’altra, è ancora questa stessa finanza a condizionare la politica e sono gli stessi “banchieri e qualche zombies nostrano” che “vanno a presiedere i governi dei paesi col debito in emergenza. I bancari: licenziati”.

Quale è il futuro per la politica economica? Saremo costretti a vivere con l’idea di Lionel Robbins secondo cui “l’economia è la scienza che studia la condotta umana nel momento in cui, data un graduatoria di obiettivi, si devono operare delle scelte su mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi” e, come sottolinea Maccabelli sulla citata affermazione di Robbins, ad essa è “….posta una precisa delimitazione nel campo d’indagine della scienza economica, da cui escludere gli argomenti di pertinenza dell’etica e della filosofia politica in genere. Mentre le discipline morali trattano di «valutazioni ed obbligazioni», e contemplano necessariamente un riferimento ad un «dover essere», l’economia si occupa di «fatti accertabili» e rimane nell’ambito di «ciò che è»”? La scienza economica è quindi “neutrale di fronte agli scopi, e non si può pronunciare sulla validità dei giudizi di valore” come afferma Robbins ?

Bisognerebbe incominciare a riflettere oggi sulla conseguenze di scelte di politica economica che vanno in una direzione o in un’altra e non aspettare tra vent’anni di leggere su una rivista che, come per le bombe intelligenti, anche le politiche economiche hanno effetti collaterali. Bisognerebbe riflettere, ma questo dovrebbe essere il compito primario della “Politica”, su quale paese si vuole consegnare alle generazioni future, flessibile e diseguale o forse più “rigido” ma più equo ed attento ai bisogni dei suoi cittadini? Quiggin, alla fine del capitolo si chiede come sia possibile invertire questo declino di idee, politiche e condizioni economiche diseguali. Risponde dicendo che bisogna guardare al tutto pensando a prospettive diverse rispetto a quello che le teorie dominanti ci hanno abituato a vedere. Saremo capaci, nel nostro piccolo, di dare un contributo in questa direzione?
[1] Spesso crescita e sviluppo sono usati nel gergo giornalistico come sinonimi ma in effetti il loro significato è diverso. Per crescita si intende l’aumento di beni e servizi prodotti dal sistema economico in un dato periodo di tempo. Lo sviluppo, invece, comprende anche elementi di qualità della vita di natura sociale, culturale e politica.
[2] Almeno fino alla fine degli anni ’90. Negli anni successivi, la crescita è stata “dopata” e non trainata dal settore finanziario.
[3] Non del tutto vero, a mio avviso, visto che nel passato qualche “zombie” e qualche politico hanno provveduto a lasciare un vuoto di regole che la finanza, quasi come per una legge fisica, è andata a riempire.

Bibliografia
D’Alessio G., (2012), Ricchezza e disuguaglianza in Italia, Questioni di economia e finanza (Occasional Papers), no. 115.
Perri, S., Distribuzione del reddito e diseguaglianza: l’Italia e gli altri, Economia e Politica, 23 gennaio 2009.
Quiggin J., (2010) “Zombie Economics”, Princeton University Press
Rapporto OCSE 2011 sulle disuguaglianze
Robbins, L. (1935), An Essay on the Nature and Significance of Economic Science, MacMillan, 1935, trad.it., Utet, Torino, 1953.
Sofri A., (2012), “Quel che resta del 99 per cento”, La Repubblica, settembre.
Maccabelli T., Uguali opportunità‘: una rassegna delle teorie economiche.

SENZA CAPO - Agli ordini del manager collettivo

pubblicato 03 set 2012, 08:05 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 04 set 2012, 07:11 ]

di Federico Rampini su la Repubblica di domenica 2 settembre 2012 questo articolo assieme a box informativi e varie grafiche esplora alcune esperienze di aziende che si muovono verso una maggiore democrazia organizzativa: due intere pagine del giornale (pag 34 e pag 35) che sono tutte da leggere con attenzione.

L'argomento è anche trattato da un altro articolo  "Il manager guida ma non comanda" di Daniele Autieri su Repubblica del  7 maggio, su  Progettiamo Insieme e dal Sole 24 Ore , con l'esempio specifico della Valve, e anche nel blog di Marco Minghetti su Nova100 del Sole 24 Ore    "The Collaborative Organization. Parte prima: Cultura e Tecnologia" parte da una recensione al nuovo libro di Jacob Morgan.  Rimanda inoltre al concetto espresso dalla  Wikinomics ed anche Produzione paritaria

Vi consiglio inoltre di riguardarvi l'animazione di RSA sulla lezione di Steven Jonhson  "Come si formano le buone idee? Where good ideas come from" ed anche quella sulla lezione di Dan Pink sulle  motivazioni [Drive]

Vediamo ora cosa ci racconta Rampini: ..."Oggi quell' Arcadia senza gerarchie né capi, senza una divisione del lavoro o mansioni predefinite, prende sostanza nel luogo dove meno te l' aspetti: nel cuore del capitalismo americano. Non è una propaggine di Occupy Wall Street, è un' evoluzione quasi "naturale" che si è prodotta nelle punte più avanzate dell' industria, soprattutto sulla West Coast." ...
" il rispetto che questo fenomeno riceve dal giornale più letto tra i manager americani, il Wall Street Journal. «Welcome to the Bossless Company», recita il titolo di una recente inchiesta dedicata a questo fenomeno. Bossless: senza capo." ...
"È l' evoluzione tecnologica quella che oggi rende molto meno irrealistico e ingenuo il modello della bossless company. Anche se alcuni pionieri illustri appartengono all' industria in senso proprio e tradizionale, e cominciarono a sperimentare la rivoluzione anti-autoritaria qualche decennio fa."

Della W.L.Gore  quotata da FORTUNE al 38 posto della classifica delle migliori aziende in cui lavorare, Rampini ricorda che "... la società che ha brevettato e dato il nome alla fibra speciale Gore-Tex, ...  la sua sperimentazione del modello "senza capi" è stata una conquista graduale. L' ha resa celebre un guru del management moderno, Malcom Gladwell, citandola nel suo best-seller The Tipping Point ( Il punto critico nella traduzione italiana). La Gore, che ha il suo quartier generale a Newark nel Delaware, non è una piccola impresa: ha diecimila dipendenti. Ha sì un chief executive, la signora Terri Kelly, ma questo è uno dei pochi titoli che appaiono in un organigramma volutamente piatto,o fluido che dir si voglia. Un altro studioso di management, Frank Shipper che è docente alla Salisbury University, ha studiato la Gore come un modello di flessibilità, e una prova che la mancanza di capi può esaltare l' innovazione. In un settore industriale che ha visto un' ecatombe di aziende occidentali sotto la pressione della concorrenza asiatica, la Gore ha saputo sfruttare al massimo la qualità delle sue risorse umane. Le idee nuove non vengono necessariamente dall' alto: tutti possono averne di valide. Il lavoro è organizzato per squadre che si formano e si disfano su singoli progetti. Invece della tradizionale "catena di comando" - che storicamente s' ispira agli eserciti, poi riadattata dal taylorismo - ci sono "ruoli da leader" che vengono riconosciuti di volta in volta «a chi si guadagna la stima dei colleghi e viene riconosciuto come un aggregatore». Peraltro, la Gore dà un alto valore anche a coloro che sono dei "buoni gregari", efficaci compagni di squadra che s' integrano nel gioco di gruppo."

"In campo industriale ci sono altri esempi, perfino di dimensioni superiori. Dalla Toyota alla Volvo, l' industria automobilistica ha conosciuto esperimenti di "qualità totale" che riconoscevano una responsabilità diffusa alle maestranze, spezzando la rigidità del fordismo.  In modo ancora più originale, la General Electric ha abolito i capireparto e molte gerarchie nelle sue filiali del settore aerospaziale. Un solo leader assegna degli obiettivi di produzione, ma non ha il potere di disciplinare i ritmi quotidiani di lavoro. La produzione si organizza per squadre che si autogestiscono, discutendo all' inizio e alla fine di ogni turno i problemi da risolvere. Nato come un esperimento su scala ridotta, il lavoro senza capi alla General Electric oggi riguarda 83 stabilimenti e 26mila dipendenti."

"La crisi economica scoppiata dal 2008 ha funzionato da acceleratore di queste tendenze: nelle ultime ondate di ristrutturazioni, spesso è stato il management a subire le cure dimagranti, con l' eliminazione di interi strati di gerarchie considerate poco efficienti. La palma dell' originalità spetta all' economia digitale, ovviamente. Già dalla sua fondazione Google aveva dato un esempio di struttura "mobile", con squadre che si formano e si disfano su singoli progetti (e l' obbligo ai dipendenti di dedicare il 20 per cento del tempo di lavoro retribuito "a se stessi", cioè all' introspezione, la riflessione libera, per scatenare la fantasia progettuale). Steve Jobs era celebre per il suo metodo che consisteva nell' andare "a caccia di talenti" all' interno della stessa Apple, prelevando da questo o quel settore dei cervelli che ricollocava per disegnare nuovi prodotti. Ma quelle erano e sono ancora aziende con dei capi." 

dal manuale per nuovo dipendente Valve
"Del tutto boss-free, libera da ogni capo, è la Valve di Bellevue (Stato di Washington): dalla fondazione nel 1996 i suoi 300 dipendenti non hanno mai conosciuto la parola chief executive, non hanno dei manager. Sono loro stessi a reclutarsi, cioèa selezionare dei collaboratori su singoli progetti. La mobilità è così pronunciata che le scrivanie sono montate su rotelle, per essere spostate continuamente. Lo stipendio varia a seconda delle pagelle che ti danno i colleghi: è il metodo della peer review o controllo dei tuoi pari grado, ispirato da quanto avviene nel mondo accademico americano."
  potrete trovare altre informazioni sulla Valve in articoli del Sole 24 ore : "Bossless", le aziende senza manager funzionano meglio. Flessibilità e collaborazione le carte vincenti e Fare business senza capi. Ecco Valve, l'azienda Usa «boss less» che vanta più produttività di Google ed anche leggervi il manuale per il nuovo dipendente VALVE

"Uno studio delle università dell' Iowa e del Texas ha dimostrato che le squadre di dipendenti che si autogestiscono e si controllano da sole, in media hanno una produttività superiore. «Funzionano come una sorta di buon manager collettivo», conclude l' autore della ricerca Stephen Courtright. Non che sia facilissimo adattarsi: la maggior parte dei nuovi arrivati ci mettono fino a sei mesi per capire le regole di un' azienda... senza regole. E i licenziamenti? Sono più rari, e decisi sempre in squadra, ma avvengono: quando un collega si dimostra refrattario al gioco,e incompatibile con gli altri."


Glossario

BOSSLESS
= Azienda senza capi - con una struttura reticolare o circolare - si basano su flessibilità e collaborazione 

UNBOSS = nome proprio di un movimento per sostituire i  boss con non-boss; nome comune per un leader nuovo che si comporta all'opposto del classico boss e governa senza comandare - figura chiave nella struttura orizzontale; verbo per la trasformazione della struttura da verticistica in orizzontale

WECONOMY = Modello di economia collaborativa - per essere utili bisogna aprirsi agli altri e condividere informazioni - vedi anche http://www.weconomy.it/

OPEN INNOVATION = favorire scambio di idee ed esperienze all'interno del posto di lavoro attraverso nuove tecnologie

COWORKING
= condivisione dello stesso ambiente da parte di un gruppo di persone si lavora sfruttando le sinergia del contatto con gli altri


Le regole più applicate :

AUTOGESTIONE: i dipendenti decidono tempi e modalità lavorative 
PARTNER: i dipendenti diventano soci

RISULTATI: quello che conta è il valore sociale

UFFICIO: si condivide lo spazio lavorando in autonomia

OBIETTIVI: partecipazione attiva e collaborazione tra tutti

INFORMAZIONI: chiare e accessibili a tutti

RESPONSABILITÀ: tutti partecipano ai processi aziendali

DIPENDENTI: hanno doveri e diritti come i loro capi

COMPENSI: definiti sulla base dei risultati
Esempi

SEMCO - San Paolo (Brasile)* - studiato da 76 business school
Manuale di sopravvivenza SEMCO
  • 3mila dipendenti
  • 240 milioni $
    • decisioni a votazione
    • autogestione orari
    • nessuna nota spese

W.L.GORE - Newark (Delaware) - 38o migliore datore di lavoro classifica Fortune - tra i  5 datori di lavoro più popolari d'Europa nella categoria multinazionali *
  • 10mila dipendenti
  • 3 miliardi $
    • non ci sono promozioni
    • leadership a rotazione
    • dipendenti divisi in piccoli gruppi

MORNING STAR - Woodland  (California) - premio innovazione Harvard business review
  • 4mila dipendenti
  • 700 milioni $
    • mission valutata tra colleghi
    • social network interno
    • compensi decisi dalla commissione interna

SAIC - McLean (Virginia) - nel 2006 firma contratto NATO per sistema di difesa
  • 45mila dipendenti
  • 10,5 miliardi $
    • proprietà dei dipendenti
    • partecipazione aperta
    • conoscenze individuali al servizio dell'azienda

VALVE - Bellevue (Washington) - inventore di Steam, piattaforma online con 40milioni di giocatori
  • 300 dipendenti
  • 70  milioni $
    • dipendenti scelgono collaboratori
    • mobilità tra i vari team
    • stipendio stabilito dai colleghi

SYNAXON - Bielefeld (Germania) - ha modificato l'organizzazione verso struttura a matrice tridimensionale
  • 2.800 dipendenti
  • 3 miliardi $
    • organizzazione modello wikipedia
    • dipendenti scelgono mansione
    • social network interno

1-2 of 2