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Le crisi finanziarie possono essere imputate alla concentrazione di ricchezza al vertice?

pubblicato 20 mar 2012, 06:41 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 20 mar 2012, 10:18 da Elisabetta Rossi ]




dall'Economist del 17 marzo 2012 - edizione stampata - sezione Free Exchange - titolo originale "Body of evidence - Is a concentration of wealth at the top to blame for financial crises?" 

Articolo molto interessante con un bel po' di citazioni dalla letteratura economica.

In sintesi: ci sono molti studi empirici che mostrano come la crescita della diseguaglianza può creare i presupposti di una crisi da eccessivo indebitamento privato e (a volte) pubblico.

Traduzione in Italiano (I-qualitygroup):

Nella ricerca di un colpevole per la crisi finanziaria globale, alcuni hanno indicato la disuguaglianza. Nel suo libro del 2010 "Fault Lines", Raghuram Rajan dell'Università di Chicago ha affermato che la disuguaglianza è una delle cause della crisi, e che il governo americano è stato un complice. Dai primi anni 1980 i salari dei lavoratori americani, con poca o nessuna istruzione universitaria sono scesi più che mai rispetto a quelli dei lavoratori con titoli universitari, ha sottolineato l'autore. Per rispondere al pressante problema dei redditi stagnanti, i presidenti e i Congressi successivi hanno dato via libera ad una marea di credito ipotecario.

Nel 1992 il governo ha ridotto i requisiti patrimoniali di Fannie Mae e Freddie Mac, due fonti enormi di finanziamento immobiliare. Nel 1990 la Federal Housing Administration ha ampliato le proprie garanzie sui prestiti per coprire mutui per importi più elevati con minori pagamenti anticipati. E nel 2000 Fannie e Freddie sono stati incoraggiati a comprare più titoli corrispondenti a mutui sub-prime. La disuguaglianza, sostiene Rajan, ha preparato il terreno per il disastro.

Il libro di Mr Rajan è scritto come un racconto della crisi dei mutui subprime in America, non come una teoria generale di dislocazione finanziaria. Ma altri hanno notato che la disuguaglianza era cresciuta a dismisura anche negli anni prima della Depressione del 1930. Nel 2007 il 23,5% di tutti i redditi americani fluiva verso il top 1% dei percettori, la loro quota più alta dal 1929. In un articolo del 2010 Michael Kumhof e Romain Rancière, due economisti del Fondo Monetario Internazionale, descrivono un modello che dimostra come la disuguaglianza può sistematicamente portare alla crisi. Una classe di investitori può migliorare la propria capacità di catturare i rendimenti di produzione, rallentando la crescita dei salari e aumentando la disuguaglianza. I lavoratori allora ricorrono al credito per sostenere il loro consumo. La leva aumenta fino alla crisi. Il modello di questi autori assolve i politici da ogni responsabilità; la disuguaglianza produce i suoi danni senza l'aiuto del governo.

Nuovi studi di ricerca suggeriscono altre modalità attraverso cui la disuguaglianza potrebbe stimolare la crisi. In un nuovo articolo * Marianne Bertrand e Adair Morse, entrambi dell'Università di Chicago, esaminano i pattern di spesa in tutti gli Stati americani tra il 1980 e il 2008. In particolare, si concentrano su come i cambiamenti nel comportamento del 20% più ricco delle famiglie influisca sulle scelte di spesa del restante 80%. Scoprono che un aumento del livello di consumo delle famiglie ricche porta a una maggiore spesa per quelle non-ricche. Questo "consumo trickle-down" sembra derivare dal desiderio di tenere il passo con i Jones [i vicini più ricchi, ndr]. Le famiglie meno ricche tendono a spendere di più nei beni di lusso e nei servizi destinati ai loro vicini più ricchi, per esempio in servizi domestici o centri benessere. Se i redditi del top 20% dei percettori americani fossero cresciuti alla stessa velocità più calma del reddito mediano, gli autori ritengono che il restante 80% avrebbe potuto risparmiare di più negli ultimi tre decenni — 500 dollari per famiglia all'anno per l'intero periodo tra il 1980 e il 2008, o $ 800 per anno poco prima della crisi. Negli Stati in cui i percettori al vertice erano più ricchi, le famiglie meno ricche erano più propense a segnalare "difficoltà finanziaria".

Questa pubblicazione rivela anche come il governo risponde all'aumentare della disuguaglianza dei redditi. Gli autori analizzano i voti [dei parlamentari] sulle misure per l'espansione del credito citate dal libro di Rajan. Quando ci sono diverse posizioni rispetto ad un progetto di legge, gli autori riscontrano che i legislatori che rappresentano distretti più diseguali sono significativamente più propensi a sostenere un allentamento delle regole sui mutui ipotecari.

La disuguaglianza può portare ad instabilità in altri modi. Benché l'indebitamento di stato non abbia contribuito direttamente alla crisi del 2008, da allora è diventato il pericolo principale per il sistema finanziario. In un'altra recente pubblicazione di Marina Azzimonti della Federal Reserve Bank di Philadelphia, Eva de Francisco di Towson University e Vincenzo Quadrini della University of Southern California sostengono che le disparità di reddito potrebbero aver avuto un effetto preoccupante anche in questo settore della finanza.

I modelli di questi autori suggeriscono che una distribuzione meno equa della ricchezza può aumentare il debito pubblico per provvedere aiuti al lavoratore medio in difficoltà. Nel recente passato questa esigenza ha coinciso con un periodo di globalizzazione finanziaria che ha permesso a molti governi di racimolare debito a buon mercato. Analizzando un campione di 22 paesi OCSE tra il 1973 ed il 2005, trovano supporto all'idea che la disuguaglianza, la globalizzazione finanziaria e l'aumento del debito pubblico marciano effettivamente insieme. L'idea che la disuguaglianza potrebbe spingere i governi a redistribuire attraverso maggiore debito pubblico è venuta anche a Rajan, che riconosce che reti di sicurezza più forti sono una risposta alla disuguaglianza più comune delle sovvenzioni al credito. Liberalizzazione della finanza globale e crescente disuguaglianza possono quindi avere provocato un brusco aumento del debito pubblico.

Ragionevole dubbio

Altri economisti si chiedono se la disparità tra i redditi non sia accusata ingiustamente. Michele Bordo della Rutgers University e Christopher Meissner della University of California a Davis hanno recentemente studiato 14 paesi avanzati tra il 1920 ed il 2008 per verificare l'ipotesi che la disuguaglianza causi-aumenti [la crisi - il debito]. Essi rilevano una forte correlazione tra boom del credito e crisi finanziarie, un risultato confermato da numerosi altri studi economici. Non riscontrano invece alcun legame consistente tra concentrazione del reddito e boom del credito.

Qualche volta la disuguaglianza aumenta con la creazione di credito, come è successo in America alla fine del 1920 e negli anni prima della crisi del 2008. Questo non significa necessariamente che l'una cosa causi l'altra, fanno notare gli autori. In altri casi, come in Australia e in Svezia nel 1980, sono i boom di credito che sembrano causare la disuguaglianza, piuttosto che il contrario. Altrove, come nel 1990 in Giappone, una rapida crescita della quota di reddito per i percettori più ricchi ha coinciso con una diminuzione del dedito. Secondo gli autori, l'aumento dei redditi reali in presenza di  tassi di interesse bassi porta  con consistenza ad una crescita del credito, ma la disuguaglianza no. La storia di Mr Rajan potrebbe funzionare per l'America della crisi del 2008. Ma non è una legge di ferro.

Fonti

Inequality, leverage and crises” , Michael Kumhof  e Romain Rancière, IMF Working Paper, Novembre 2010

Trickle-down consumption”,  Marianne Bertrand e Adair Morse, Working paper, Febbraio 2012

Does inequality lead to a financial crisis?”,   Michael Bordo  e Christopher Meissner, NBER Working Paper, Marzo 2012

Financial globalization, inequality, and the raising of public debt” , Marina Azzimonti, Eva de Francisco e  Vincenzo Quadrini, Federal Reserve Bank of Philadelphia Working Paper, Febbraio  2012
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