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Segnalazioni 2012-03


PASSI - disuguaglianze sociali e salute

pubblicato 30 mar 2012, 03:08 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 30 mar 2012, 03:11 da Elisabetta Rossi ]


Comunicato stampa dell'Istituto Superiore della Sanità del 28/03/2012

"Abitudine al fumo, sedentarietà e obesità sono più frequenti nelle persone con basso livello di istruzione e che riferiscono di avere molte difficoltà economiche rispetto alle persone con alto livello socioeconomico. La prevalenza di patologie respiratorie croniche e di diabete è più alta nelle persone con titolo di studio basso rispetto a quelle laureate e tra chi riferisce di avere difficoltà economiche rispetto a chi non ne ha. Al contrario l’adesione a programmi di screening per la diagnosi precoce del tumore della mammella o della cervice uterina è maggiore nelle donne con un livello d’istruzione medio-alto e in quelle senza difficoltà economiche percepite. Tra le poche eccezioni, il consumo di alcol: nelle donne il consumo definito a rischio è maggiormente frequente fra le più istruite.

Sono questi alcuni dei risultati dell’indagine effettuata nell’ambito del sistema di sorveglianza PASSI - che verranno illustrati nella seconda giornata del workshop del coordinamento nazionale PASSI in programma in ISS il 28 e 29 marzo 2012. Nel corso della giornata sarà presentato il Rapporto Nazionale 2007-2009 interamente dedicato all’analisi delle disuguaglianze sociali in Italia in relazione a stili di vita, fattori di rischio e presenza di malattie croniche, adesione a programmi di screening, percezione dello stato di salute e sintomi depressivi.

Nel triennio 2007-09, sono state intervistate oltre 98.000 persone, estratte con campionamento casuale proporzionale, stratificato per sesso e classi di età, dalle anagrafi sanitarie delle ASL partecipanti, nelle quali vive circa l’85% della popolazione residente in Italia di 18-69 anni. Degli intervistati 94.996 sono di cittadinanza italiana e 3.153 di nazionalità straniera. Per questo rapporto, le analisi sono state eseguite soltanto relativamente agli intervistati con cittadinanza italiana, in quanto il basso numero di stranieri intervistati non avrebbe consentito di ottenere risultati affidabili in questa popolazione.

..."

Ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche aiuta a "produrre" salute per tutti

a cura di di Marina Maggini*

"È noto come i principali indicatori di stato di salute generale (mortalità, attesa di vita) delle popolazioni europee ed occidentali siano in continuo miglioramento; che questo fenomeno virtuoso sia distribuito eterogeneamente nella popolazione, differenziandosi per livello sociale, è un dato meno conosciuto. Il miglioramento delle condizioni di vita per tutti gli strati sociali non ha condotto ad una riduzione delle diseguaglianze di salute: ricerche svolte in diversi paesi hanno rilevato come il miglioramento generale dello stato di salute nelle classi sociali più svantaggiate risulti di entità minore rispetto a quello delle classi sociali più elevate, con conseguente accentuazione delle diseguaglianze.

Come recentemente riportato dalla Commissione delle Comunità Europee, "ci sono grandi differenze sanitarie tra i gruppi sociali definiti sulla base del reddito, dell’occupazione, del livello di istruzione o del gruppo etnico in tutti gli Stati membri. Le persone con livelli inferiori di istruzione, di reddito, o di occupazione vivono meno a lungo e sono in condizioni sanitarie peggiori per un maggior numero di anni".

All'inizio di questo nuovo millennio si è affermata a livello globale una sostanziale sfida per i sistemi di sanità pubblica: quella di "colmare il divario - closing the gap" ovvero ridurre le disparità di salute all'interno delle fasce di popolazione dei singoli Paesi e, globalmente tra Paesi e Paesi. Oggi i sistemi nazionali e locali di sanità pubblica sono alla ricerca di idonei interventi e politiche per ridurre le disuguaglianze causate in particolare dai cosiddetti "determinanti sociali", ovvero le condizioni sociali ed economiche in cui vivono determinati strati di popolazione che possono influire sulla loro salute. Se gli esiti sanitari (in particolar modo quelli legati alle malattie croniche) sono derivati principalmente da alcuni specifici fattori di rischio, e se si è riconosciuto che spesso i determinanti sociali possono essere le "cause delle cause" di questi allora appare drammaticamente importante per i decisori di sanità pubblica avere informazioni sia sulla cause (fattori di rischio) sia sulle cause delle cause (determinanti sociali).

Attraverso il sistema di sorveglianza PASSI ci si è, quindi, proposti di documentare la dimensione delle disuguaglianze sociali in relazione a stili di vita, presenza di malattie croniche e fattori di rischio, adesione a programmi di screening (mammella, collo dell’utero e colon-retto), percezione dello stato di salute. La continuità nella raccolta dei dati e il flusso costante di dati, caratteristiche uniche dei sistemi di sorveglianza, consentono di studiare e comprendere le dinamiche del legame tra determinanti sociali e salute che si evolvono nel tempo ed anche di analizzare l'effetto di interventi organizzati quali programmi di screening o campagne informative. "

* Farmacoepidemiologia, ISS

Inverdire l'Indice di sviluppo umano: Contabilità per tutti i pilastri della sostenibilità

pubblicato 29 mar 2012, 08:54 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 29 mar 2012, 09:23 da Elisabetta Rossi ]


di Chuluun Togtokh  Segretario Scientifico del Sustainable Development Institute presso l'Università Nazionale della Mongolia, Direttore Scientifico di Green Development Policy Institute e vice-presidente del Comitato Nazionale della Mongolia per il Cambiamento Globale]
La crescita economica è un motore per lo sviluppo. Tuttavia, ci sono due aspetti fondamentali dal punto di vista della sostenibilità, che devono essere affrontati, quello della equa distribuzione della ricchezza all'interno dei paesi, e se la stessa crescita economica può essere verde. Al fine di risolvere questi problemi, sto proponendo un nuovo indice di sostenibilità composta di ricchezza, equità e ambiente.  

Nel 1992, il primo  Vertice sulla Terra ha definito lo sviluppo sostenibile come avente tre pilastri: economico, sociale e ambientale. Come una specie globale, abbiamo avuto un notevole successo rispetto ai primi due pilastri.  Ma, in ultima analisi, la nostra incapacità di affrontare la sostenibilità globale risiede nella nostra incapacità di affrontare tutte tre le dimensioni contemporaneamente. Il riduzionismo, la frammentazione, la divisione e l'interesse personale a mantenere il proprio 'territorio'  sono i motivi di tale inadempienza.  L'Indice di Sviluppo Umano  (HDI)  delle Nazioni Unite è indicativo di questo approccio frammentato  in quanto non tiene conto della dimensione ambientale.

L'HDI ha fissato obiettivi semplici per i paesi e le organizzazioni internazionali per più di venti anni. Il suo successo e l'influenza devono molto alla sua semplicità. Essa riassume brillantemente la qualità della vita in un dato paese con la salute, l'istruzione e livelli di reddito. Eppure non riesce a coprire una domanda sempre più vitale per l'umanità: come è che lo sviluppo sostenibile? Nell'attuale HDI,  le nazioni più sviluppate ed i  paesi ricchi di petrolio sono in posti alti senza tener conto di quanto i loro percorsi di sviluppo stanno costando al pianeta e allo sviluppo futuro dell'umanità. C'è poco rispetto per le conseguenti modifiche fondamentali al sistema Terra.

Mentre si prepara per Rio +20, l'ONU deve dare l'esempio.  Dovrebbe includere un indicatore ambientale e quindi trasformare L'HDI  in  HSDI (Human Sustainable Development Index) un indice di viluppo umano sostenibile. Le emissioni pro capite  di CO2 nelle Nazioni  forniscono un indicatore semplice, disponibile e misurabile dell' impatto ambientale. Esse rivelano anche una dinamica un po 'sorprendente - che i paesi con i più rapidi  miglioramenti nell' HDI  mostrano anche più rapidi aumenti nelle emissioni di CO2 pro capite. Se uno va a vedere bene, i recenti progressi nel HDI  sono venuti a spese  del riscaldamento globale.

Propongo  inoltre di inserire un indice sociale, che rappresenti l'uguaglianza sociale, invece della salute e dell'istruzione, come nel HDI.  L'equità sociale può  fornire una buona indicazione del benessere, per esempio, nelle società dove le differenze di reddito tra ricchi e poveri sono più piccole, salute e l'aspettativa di vita tendono ad essere migliori e i livelli di alfabetizzazione numerica e linguistica tendono ad essere più alti. Anche la vita comunitaria è più forte, con maggiore fiducia tra i cittadini e popolazioni carcerarie più piccole. In sintesi, l'uguaglianza sociale è fondamentale per la resilienza di una società e rappresenta più fedelmente una migliore sostenibilità sociale.

Per scoprire come l'inserimento di indici ambientali e sociali influenza l' HDI, ho incluso le emissioni di carbonio pro capite e i livelli di equità  e ricalcolato l'indice di sostenibilità, utilizzando la metodologia pubblicata delle Nazioni Unite. Il mio risultante indice di sviluppo umano sostenibile mostra risultati molto interessanti, se confrontato con l'HDI:

Australia, Stati Uniti e Canada escono dalla classifica dei primi dieci: 
  • Usa scende dal 4o-64o posto;
  • Australia, scivola di 52 posti da 2a-54a;
  • Canada cade dal sesto al trentottesimo
mentre 

Società più uguali come Svezia, Norvegia, Danimarca e Giappone ottengono classificazioni migliori
  • La Svezia, sale dal 10 °  al 1 ° posto;
  • La Danimarca si sposta da 16 °   al 2°;
  • Il Giappone dal 12° al 4 ° posto;
Le implicazioni del Sustainability Index vanno oltre il simbolico. L'HDI ha spostato l'obiettivo di sviluppo al di là del dollaro onnipotente, ma il nuovo indice di sviluppo umano sostenibile, sposta completamente gli obiettivi di sviluppo nel senso della  costruzione di una  resilienza sociale e ambientale, per affrontare  sfide quali il cambiamento climatico e l'uguaglianza sociale. Porta nuove intuizioni di governance per la sostenibilità, perché una maggiore uguaglianza sociale e percorsi di sviluppo verdi dipendono dalle decisioni politiche prese dal governo e istituzioni.

Pure noi ci sposiamo per casta

pubblicato 26 mar 2012, 02:37 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 26 mar 2012, 02:59 da Elisabetta Rossi ]


di Sabina Minardi (su l'Espresso.Repubblica.it - Società - del 26 marzo 2012) 

"Abbiamo poco da ridere degli indiani: una ricerca Ocse dimostra che anche in Europa i matrimoni avvengono sempre di più tra persone dello stesso livello sociale. Segno di una civiltà poco aperta e dinamica"
"Frequentano le stesse scuole, vanno in vacanza nelle stesse località, si danno appuntamento alle stesse mostre, si divertono alle stesse feste. E a furia di incrociare le loro agende, diventano marito e moglie. L'Italia è una Repubblica fondata sulla famiglia. E l'Ocse rinnova l'affresco sulla fisionomia domestica italiana. Il contesto è uno studio intitolato "Divided we stand", sulla crescita della disuguaglianza sociale. In un'Italia che vede accentuarsi le differenze tra ricchi e poveri a un ritmo superiore alla media degli altri Paesi (con un 10 per cento dei più ricchi che guadagna 10 volte di più del 10 per cento dei più poveri), l'organizzazione di studi economici introduce una spiegazione nuova alle ragioni del divario: in Italia ci si sposa tra simili per censo. In primis, lo fanno i ricchi: un comportamento così vistoso da portare a una concentrazione dei patrimoni e influire in modo forte sull'aumento dei redditi. Le "nozze di casta" incidono sulla disuguaglianza, stimano gli esperti, addirittura per un terzo."

...
[le coppie si incontrano nelle scuole] " ad alta concentrazione di redditi milionari. Come l'Eton College, prediletto dai reali inglesi, e la St Andrew University, dove il principe William ha conosciuto la sua Kate. E come la London Business School, l'americana Warthon Business School, o nomi che parlano da soli come Harvard o Stanford e la francese Insead. Sono i circuiti della "classe capitalistica transnazionale", secondo il sociologo Leslie Sklair: top manager e detentori di grandi patrimoni. Elite senza nazione perché ne hanno delineata una tutta loro.

Ma davvero le famiglie moderne - che hanno perso la differenza di sesso "come presupposto naturalistico del matrimonio", come ha precisato la Cassazione - stanno anteponendo la valutazione economica alla libertà sentimentale? "ll fenomeno dei matrimoni tra simili - nel senso dei livelli di reddito e di istruzione - non è esclusivo dell'Italia. Si ritrova anche in altri paesi Ocse", precisa Stefano Scarpetta, il vicedirettore della Sezione Occupazione, Lavoro e Affari sociali dell'Organizzazione: "Da noi svolge un ruolo più significativo, perché contribuisce a spiegare le disuguaglianze di reddito tra le famiglie e la scarsa mobilità sociale. E' un fenomeno osservato da anni, non è solo legato al tentativo di proteggere i patrimoni nel periodo recente. La nostra è una società ingessata". Dove il matrimonio resta aspirazione prioritaria."

...

 "Il più grande momento di integrazione sociale, forse l'unico nel quale i redditi si sono davvero mescolati, è stato in Italia negli anni delle emigrazioni per lavoro, dal Sud al Nord, con i matrimoni che ne derivavano", dice Roma: "Il fenomeno si ripete: i giovani vanno all'estero e lì si sposano. Quanti sono quelli che trovano un marito o una moglie sui social network? Non credo ai matrimoni tra simili: funzionavano in passato. Oggi c'è un dinamismo che scompagina tutto".

"E' nota, in Italia, la tendenza a contrarre matrimonio con chi ha un titolo di studio affine", interviene Raffaella Saso, sociologa dell'Osservatorio della famiglia istituito dall'Eurispes: "Ma è un fatto destinato a cambiare: non è più garanzia di buone prospettive economiche. Frequentare le stesse scuole, appartenere allo stesso contesto sociale crea condizioni di omogeneità che rendono più facile il matrimonio. Non so se tra simili ci si attragga di più: ragioni pratiche lo favoriscono".

Il dubbio l'ha insinuato il filosofo Pascal Bruckner con "Il matrimonio d'amore ha fallito?" (Guanda): elogio dei matrimoni combinati, in chiave occidentale. "Unioni di interesse", le definisce, frutto di libera scelta: "Non c'è bisogno, perché un matrimonio funzioni, di adorarsi nel senso canonico del termine, basta stimarsi, condividere gli stessi gusti, cercare la felicità da una convivenza armoniosa". "Abbiamo esaltato l'individualismo, ma non siamo mai stati davvero liberi di sposare chiunque", nota Paola Di Nicola, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all'Università di Verona, autrice di "Famiglia: sostantivo plurale" (Franco Angeli): "Se si escludono clamorosi colpi di fulmine, la libertà di scelta è sempre stata esercitata all'interno di ambienti noti. Da sempre il controllo sulle strategie familiari è stato più forte nelle famiglie ad alto reddito: i ricchi non pensano a sposare Cenerentola".

Quando accade, è un'eccezione. Oggi spesso all'incontrario: Holly Branson, figlia del magnate della Virgin, sta per sposare il marinaio Freddie Andrewes. Jade Jagger, figlia del mitico Mick, si sposerà con il dj Adrian Fillary. Dive affermate si accompagnano a sconosciuti. Come Jennifer Lopez: da ultimo con un giovanissimo ballerino. "Il matrimonio è stato canale di mobilità sociale per le donne. Oggi ci sono situzioni di asimmetria per età, dove l'elemento patrimoniale conta meno. Ma sono casi poco tollerati dalla società", dice Di Nicola: "La famiglia è luogo di affetti ma anche realtà giuridico-economica. I soldi ne sono sempre stati un elemento costitutivo". E il principale motivo di discussione in una coppia, dicono più studi. La regola d'oro? Per Matt Bell, che ha appena scritto"Money and marriage", l'autonomia. In Italia, dal 2009, l'incidenza dei matrimoni in regime di separazione dei beni è del 64,2 per cento. Nella buona e nella cattiva sorte. Con i conti separati."

CREANO DANNI LE RACCOMANDAZIONI

pubblicato 24 mar 2012, 03:24 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 24 mar 2012, 03:24 da Elisabetta Rossi ]

di Emiliano Mandrone su laVoce.info Lavoro /Discriminazione del 20.03.2012

Come trovano lavoro gli italiani? Cresce il ruolo delle agenzie private per il lavoro, in particolare per i giovani e resta costante quello dei Centri per l'impiego. Fermo il canale dei concorsi pubblici. L'intermediazione informale ha invece raggiunto livelli molto alti. E con aspettative economiche negative, si corre il rischio di chiudersi ancora di più a riccio, in una sorta di protezionismo familiare, che potrebbe contrarre ulteriormente i volumi economici e le occasioni lavorative, innescando una spirale negativa.

Con la fine dell’era “del posto fisso”, ribadita anche dall’attuale governo, la ricerca di lavoro sembra destinata a diventare una compagna di strada per tutta la vita attiva degli individui e pertanto il ruolo dell’intermediazione riveste particolare rilievo. (1)

CHI TROVA LAVORO AGLI ITALIANI

È illuminante vedere come hanno travato lavoro gli italiani. Osserviamo (tabella 1) questi fenomeni attraverso i risultati dell’indagine Isfol Plus del 2010. (2)
Cresce il ruolo delle agenzie private per il lavoro (soprattutto per i giovani) e rimane costante l’entità dell’intermediazione diretta dei Centri per l’impiego (crescente, in accordo con la riforma, l’attività indiretta e la funzione amministrativa, si pensi alla certificazione per la disoccupazione ). Il 17,7 per cento dei match (il 24 per cento per i giovani) avviene su iniziative di promozione personale (le cosiddette auto-candidature) presso i datori di lavoro.
Il canale concorsi pubblici si è inaridito nel tempo a causa sia del blocco delle assunzioni che della riduzione del perimetro della Pa. Si è passato dal troppo di ieri (1 su 3, prima del 1997) al troppo poco di oggi (neanche il 6 per cento dopo il 2003); esponendoci, in assenza di un adeguato turn-over, al rischio di comportamenti opportunistici da parte della componente più anziana della popolazione. (3)
Si può notare come l’espansione nel tempo (figura1) dell’intermediazione informale (i cosiddetti “amici, parenti e conoscenti”) abbia quasi dimezzato le opportunità che transitano realmente sul mercato. Livelli di intermediazione informale così alti – anche tra le posizioni lavorative elevate – rappresentano una implicitaselezione avversa rispetto ai talenti e al merito. C’è stato un concorso di colpa: l’immagine caricaturale della raccomandazione ha sovente suscitato nel nostro Paese sentimenti più di invidia che di indignazione, ottenendo come risultato di inibire gli strumenti di emancipazione, frenare la mobilità sociale, aumentare il mismatch nel mercato e l’inefficienza del sistema. (4) A tal proposito, recente è l’outing del primo ministro inglese David Cameron circa l’uso disinvolto della raccomandazione anche in Gran Bretagna, creando non pochi malumori in un paese (dichiaratamente) votato al merito. (5) Ma non sempre la “rete di conoscenti” conduce a buone occupazioni. (6)
La combinazione di queste tendenze, insieme a una bassa domanda di lavoro qualificato alimentano l’effetto razionamento riguardante le occupazioni di qualità e crea gravi effetti collaterali, quali l’entrata tardiva dei giovani nel mercato del lavoro, la fuga dei cervelli e la scarsa mobilità sociale. (7) Preoccupa, in definitiva, la crescita delle rendite d’appartenenza alla famiglia, al territorio o a una generazione.

Appare singolare la differente indignazione che l’ereditarietà suscita in politica e in economia. Inammissibile appare una trasmissione ereditaria del potere politico, di padre in figlio, di stampo aristocratico. Molto più tollerata è invece l’ereditarietà dei beni economici, del potere industriale, del patrimonio immobiliare. Se la prima non è più una minaccia, la seconda è un problema crescente, non nuovo, al quale la progressività del fisco, le imposte dirette e la tassa di successione ponevano un piccolo limite, svolgendo una rigenerante azione redistributiva. (8)
Con aspettative economiche negative, si corre il rischio di chiudersi ancora di più a riccio, in una sorta di protezionismo familiare, che potrebbe contrarre ulteriormente i volumi economici e le occasioni lavorative, innescando una spirale negativa. Si deve invertire la rotta e smetterla di sostenere ancora questo egoisticolaissez-faire, magari aumentando le occasioni palesi di selezione, alimentando una domanda di lavoro qualificata, sostenendo l’internazionalizzazione e la crescita della dimensione media delle nostre imprese, aprendo una nuovo stagione di politiche industriali e, infine, garantendo il credito alle – buone – idee. (9)


(1) Si veda E.Mandrone, “La ricerca di Lavoro in Italia”, Politica Economica, 1/2011.
(2) L’indagine è nel Psn dal 2006, è rappresentativa della popolazione tra i 18 e i 64 anni, non ha interviste proxy, ha un campione di 40mila individui e ha una vasta componente longitudinale Per richiedere i dati:plus@isfol.it.
(3) Il blocco delle assunzioni è una soluzione ipocrita. Bisogna salvaguardare la Pa da alcuni che sono già “dentro e in alto” piuttosto che da chi è “fuori e in basso”. Il discredito dell’istituto concorsuale è dovuto al fatto che la selezione non ha premiato i migliori, poiché chi ha esaminato si è prestato sovente ad accomodamenti. Loro andrebbero bloccati.
(4) Un contributo recente è E. Mandrone, “La mobilità sociale”, Osservatorio Isfol, n. 2 del 2011, su www.isfol.it.
(5) “Un aiutino? È pratica che non disdegno. L'ho sempre fatto e continuerò a farlo”. David Cameron, primo ministro del Regno Unito, si schiera a difesa della raccomandazione. “Un aiuto, grazie a buoni contatti, per farsi largo nella vita, o almeno per muovere i primi passi nel mondo del lavoro” Cameron ha ammesso di averlo ricevuto lui stesso, grazie alle conoscenze di suo padre, celebre agente di Borsa. (…) La raccomandazione non è solo un'intramontabile abitudine sudista. Curiosa confessione in un mondo che s'è sempre trincerato dietro lo slogan dell'equità, anzi delle pari opportunità per tutti. Ancor più curiosa, perché giunge dal premier prodotto dell'upper class britannica, svezzato ad Eton, formato a Oxford, dove il network di amicizie è solida garanzia di successo. Da Il Sole-24Ore del 24/4/2011.
(6) Si vedano i lavori di Pistaferri (1999), Pellizzari (2005) e Meliciani e Radicchia (2008). Quando si accede a un posto di lavoro per segnalazione diventa poi difficile affermarsi o far carriera secondo logiche di mercato. Si pensi all’edilizia o al commercio, in cui molti lavorano in aziende familiari: le rivendicazioni salariali o la sicurezza diventano difficili da esigere in un contesto promiscuo in cui la famiglia, il datore, il lavoro e i colleghi sono un tutt’uno.
(7) Per chi vuol leggere il lavoro completo si veda: E.Mandrone, D. Radicchia, “La ricerca di lavoro: i canali di intermediazione e i Centri per l’Impiego”, Studi Isfol, n. 2 del 2011, su www.isfol.it.
(8) Luigi Einaudi, nel solco della tradizione agraria, suggerì una corroborante messa a maggese dei ruoli sociali.
(9) Attenzione: non si intende in alcun modo suggerire di consegnare le piccole e medie imprese – e gli uomini e le donne che vi lavorano sul territorio – alla grande distribuzione o ad anonime multinazionali. Al contrario si ritiene opportuna una maggiore cura di quel valore, non solo economico, che rappresentano. Una attenzione che deve salvaguardare e valorizzare le differenze – il nostro vero patrimonio – in termini cooperativi o consortili.

Malattie cardiache. Sono le donne a soffrirne di più dove c'è povertà e diseguaglianza

pubblicato 24 mar 2012, 02:38 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 24 mar 2012, 02:44 da Elisabetta Rossi ]


di Laura Berardi su quotidianosanita.it del 22/03/2012

"Povertà e disuguaglianza sociale nella società incidono più sulle donne che sugli uomini. Almeno per quanto riguarda le malattie cardiovascolari. A dirlo sono i ricercatori del Brigham and Women’s Hospital, che hanno messo in correlazione il Pil degli Stati con gli indicatori di salute di queste patologie."

... "La ricerca è stata pubblicata su BMC Public Health."...

"Il risultato è stato che le donne che vivevano nelle nazioni più benestanti risultavano avere livelli più bassi di rischio, di quelle che vivevano i paesi con risorse minori. Inoltre, anche le donne che vivevano in luoghi in cui le disuguaglianze sociali si facevano sentire più forti, presentavano livelli di infiammazione cardiovascolare maggiori.
Gli stessi risultati si riscontravano anche nelle donne benestanti, attente alla dieta o al peso, amanti della palestra e non fumatrici: la ricchezza della nazione d’origine incideva comunque sul loro rischio cardiaco.

Il motivo tuttavia non è chiaro ai ricercatori, chehanno già rivelato di voler andare più a fondo al risultato e cercarne il significato.
Si può però ipotizzare che in paesi meno ricchi il welfare sia peggiore, e che – come succede anche in Italia – le donne debbano lavorare di più e spendere maggiori risorse fisiche e mentali in casa, a causa di un ruolo di cura ancora fortemente polarizzato su di loro, all’interno della famiglia e della società.
Ma per ora una cosa è chiara: le forti disparità sociali e una povertà diffusa non fanno bene a nessuno."

Le crisi finanziarie possono essere imputate alla concentrazione di ricchezza al vertice?

pubblicato 20 mar 2012, 06:41 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 20 mar 2012, 10:18 da Elisabetta Rossi ]





dall'Economist del 17 marzo 2012 - edizione stampata - sezione Free Exchange - titolo originale "Body of evidence - Is a concentration of wealth at the top to blame for financial crises?" 

Articolo molto interessante con un bel po' di citazioni dalla letteratura economica.

In sintesi: ci sono molti studi empirici che mostrano come la crescita della diseguaglianza può creare i presupposti di una crisi da eccessivo indebitamento privato e (a volte) pubblico.

Traduzione in Italiano (I-qualitygroup):

Nella ricerca di un colpevole per la crisi finanziaria globale, alcuni hanno indicato la disuguaglianza. Nel suo libro del 2010 "Fault Lines", Raghuram Rajan dell'Università di Chicago ha affermato che la disuguaglianza è una delle cause della crisi, e che il governo americano è stato un complice. Dai primi anni 1980 i salari dei lavoratori americani, con poca o nessuna istruzione universitaria sono scesi più che mai rispetto a quelli dei lavoratori con titoli universitari, ha sottolineato l'autore. Per rispondere al pressante problema dei redditi stagnanti, i presidenti e i Congressi successivi hanno dato via libera ad una marea di credito ipotecario.

Nel 1992 il governo ha ridotto i requisiti patrimoniali di Fannie Mae e Freddie Mac, due fonti enormi di finanziamento immobiliare. Nel 1990 la Federal Housing Administration ha ampliato le proprie garanzie sui prestiti per coprire mutui per importi più elevati con minori pagamenti anticipati. E nel 2000 Fannie e Freddie sono stati incoraggiati a comprare più titoli corrispondenti a mutui sub-prime. La disuguaglianza, sostiene Rajan, ha preparato il terreno per il disastro.

Il libro di Mr Rajan è scritto come un racconto della crisi dei mutui subprime in America, non come una teoria generale di dislocazione finanziaria. Ma altri hanno notato che la disuguaglianza era cresciuta a dismisura anche negli anni prima della Depressione del 1930. Nel 2007 il 23,5% di tutti i redditi americani fluiva verso il top 1% dei percettori, la loro quota più alta dal 1929. In un articolo del 2010 Michael Kumhof e Romain Rancière, due economisti del Fondo Monetario Internazionale, descrivono un modello che dimostra come la disuguaglianza può sistematicamente portare alla crisi. Una classe di investitori può migliorare la propria capacità di catturare i rendimenti di produzione, rallentando la crescita dei salari e aumentando la disuguaglianza. I lavoratori allora ricorrono al credito per sostenere il loro consumo. La leva aumenta fino alla crisi. Il modello di questi autori assolve i politici da ogni responsabilità; la disuguaglianza produce i suoi danni senza l'aiuto del governo.

Nuovi studi di ricerca suggeriscono altre modalità attraverso cui la disuguaglianza potrebbe stimolare la crisi. In un nuovo articolo * Marianne Bertrand e Adair Morse, entrambi dell'Università di Chicago, esaminano i pattern di spesa in tutti gli Stati americani tra il 1980 e il 2008. In particolare, si concentrano su come i cambiamenti nel comportamento del 20% più ricco delle famiglie influisca sulle scelte di spesa del restante 80%. Scoprono che un aumento del livello di consumo delle famiglie ricche porta a una maggiore spesa per quelle non-ricche. Questo "consumo trickle-down" sembra derivare dal desiderio di tenere il passo con i Jones [i vicini più ricchi, ndr]. Le famiglie meno ricche tendono a spendere di più nei beni di lusso e nei servizi destinati ai loro vicini più ricchi, per esempio in servizi domestici o centri benessere. Se i redditi del top 20% dei percettori americani fossero cresciuti alla stessa velocità più calma del reddito mediano, gli autori ritengono che il restante 80% avrebbe potuto risparmiare di più negli ultimi tre decenni — 500 dollari per famiglia all'anno per l'intero periodo tra il 1980 e il 2008, o $ 800 per anno poco prima della crisi. Negli Stati in cui i percettori al vertice erano più ricchi, le famiglie meno ricche erano più propense a segnalare "difficoltà finanziaria".

Questa pubblicazione rivela anche come il governo risponde all'aumentare della disuguaglianza dei redditi. Gli autori analizzano i voti [dei parlamentari] sulle misure per l'espansione del credito citate dal libro di Rajan. Quando ci sono diverse posizioni rispetto ad un progetto di legge, gli autori riscontrano che i legislatori che rappresentano distretti più diseguali sono significativamente più propensi a sostenere un allentamento delle regole sui mutui ipotecari.

La disuguaglianza può portare ad instabilità in altri modi. Benché l'indebitamento di stato non abbia contribuito direttamente alla crisi del 2008, da allora è diventato il pericolo principale per il sistema finanziario. In un'altra recente pubblicazione di Marina Azzimonti della Federal Reserve Bank di Philadelphia, Eva de Francisco di Towson University e Vincenzo Quadrini della University of Southern California sostengono che le disparità di reddito potrebbero aver avuto un effetto preoccupante anche in questo settore della finanza.

I modelli di questi autori suggeriscono che una distribuzione meno equa della ricchezza può aumentare il debito pubblico per provvedere aiuti al lavoratore medio in difficoltà. Nel recente passato questa esigenza ha coinciso con un periodo di globalizzazione finanziaria che ha permesso a molti governi di racimolare debito a buon mercato. Analizzando un campione di 22 paesi OCSE tra il 1973 ed il 2005, trovano supporto all'idea che la disuguaglianza, la globalizzazione finanziaria e l'aumento del debito pubblico marciano effettivamente insieme. L'idea che la disuguaglianza potrebbe spingere i governi a redistribuire attraverso maggiore debito pubblico è venuta anche a Rajan, che riconosce che reti di sicurezza più forti sono una risposta alla disuguaglianza più comune delle sovvenzioni al credito. Liberalizzazione della finanza globale e crescente disuguaglianza possono quindi avere provocato un brusco aumento del debito pubblico.

Ragionevole dubbio

Altri economisti si chiedono se la disparità tra i redditi non sia accusata ingiustamente. Michele Bordo della Rutgers University e Christopher Meissner della University of California a Davis hanno recentemente studiato 14 paesi avanzati tra il 1920 ed il 2008 per verificare l'ipotesi che la disuguaglianza causi-aumenti [la crisi - il debito]. Essi rilevano una forte correlazione tra boom del credito e crisi finanziarie, un risultato confermato da numerosi altri studi economici. Non riscontrano invece alcun legame consistente tra concentrazione del reddito e boom del credito.

Qualche volta la disuguaglianza aumenta con la creazione di credito, come è successo in America alla fine del 1920 e negli anni prima della crisi del 2008. Questo non significa necessariamente che l'una cosa causi l'altra, fanno notare gli autori. In altri casi, come in Australia e in Svezia nel 1980, sono i boom di credito che sembrano causare la disuguaglianza, piuttosto che il contrario. Altrove, come nel 1990 in Giappone, una rapida crescita della quota di reddito per i percettori più ricchi ha coinciso con una diminuzione del dedito. Secondo gli autori, l'aumento dei redditi reali in presenza di  tassi di interesse bassi porta  con consistenza ad una crescita del credito, ma la disuguaglianza no. La storia di Mr Rajan potrebbe funzionare per l'America della crisi del 2008. Ma non è una legge di ferro.

Fonti

Inequality, leverage and crises” , Michael Kumhof  e Romain Rancière, IMF Working Paper, Novembre 2010

Trickle-down consumption”,  Marianne Bertrand e Adair Morse, Working paper, Febbraio 2012

Does inequality lead to a financial crisis?”,   Michael Bordo  e Christopher Meissner, NBER Working Paper, Marzo 2012

Financial globalization, inequality, and the raising of public debt” , Marina Azzimonti, Eva de Francisco e  Vincenzo Quadrini, Federal Reserve Bank of Philadelphia Working Paper, Febbraio  2012

Ricchezza e disuguaglianza in Italia

pubblicato 13 mar 2012, 08:29 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 13 mar 2012, 08:30 da Elisabetta Rossi ]


Il lavoro, dopo aver illustrato l’andamento della ricchezza complessiva delle famiglie in Italia dal 1965 al 2010, esamina come i livelli di disuguaglianza della ricchezza si siano evoluti nel corso del tempo. Secondo la ricostruzione effettuata, la disuguaglianza nella ricchezza avrebbe interrotto il suo trend decrescente all’inizio degli anni novanta, per poi risalire su livelli più elevati alla fine del secolo, mantenendosi poi stabile negli anni a seguire. Nel panorama internazionale, l’Italia non sembra caratterizzata da una disuguaglianza particolarmente elevata della ricchezza (a differenza di quanto invece si riscontra per il reddito). Il lavoro fornisce inoltre evidenza di come la distribuzione della ricchezza si sia modificata nel corso del tempo a favore delle famiglie composte da anziani e a sfavore di quelle composte da giovani. Il capitolo esamina infine il tema dell’origine della ricchezza (risparmio, doni ed eredità, e variazioni di valore dei beni posseduti); le evidenze disponibili sono discusse anche in relazione alle opinioni rilevate presso i cittadini con specifiche indagini statistiche. 
Giovanni D’Alessio, Ricchezza e disuguaglianza in Italia, n. 115 - Questioni di economia e finanza (Occasional Papers)  Banca d'Italia Eurosistema 
[si occupa di ricchezza e sottolinea  la diseguaglianza tra giovani e vecchi e potrebbe dare luogo a osservazioni non banali sull'utilità delle rifome del mercato del lavoro e delle pensioni]

Capitale sociale e disuguaglianza in Italia

pubblicato 13 mar 2012, 08:27 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 13 mar 2012, 08:27 da Elisabetta Rossi ]


Da quasi un ventennio la letteratura socio-economica sottolinea l’importanza per la crescita e il benessere dei cittadini di un ampio, e talvolta ambiguo, insieme di elementi culturali e sociali a cui viene dato il nome di capitale sociale. Per molti di questi elementi, sebbene non per tutti, la letteratura suggerisce una correlazione negativa tra capitale sociale e disuguaglianza, che trova conferma nei dati relativi alle regioni italiane. La correlazione negativa potrebbe riflettere l’effetto delle dotazioni locali di capitale sociale su alcune possibilità degli individui (come, ad esempio, quelle relative all’istruzione e alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro); potrebbe anche riflettere un nesso opposto, ovvero l’effetto di assetti distributivi locali meno diseguali sui comportamenti di tipo sociale dei residenti.
 Guido de Blasio, Giorgio Nuzzo, Capitale sociale e disuguaglianza in Italia,   n. 116 - Questioni di economia e finanza (Occasional Papers)  Banca d'Italia Eurosistema
[suggerisce per le regioni italiane il collegamento tra diseguaglianza a scarsità di capitale sociale già sottolieato da Wilkinson e Pickett]

Stangata di Hollande sui ricchi

pubblicato 1 mar 2012, 04:11 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 1 mar 2012, 04:24 da Elisabetta Rossi ]


di Marco Moussanet ne Il Sole 24 Ore del 29 febbraio 2012
Proposta shock del candidato socialista alle presidenziali francesi François Hollande: un prelievo del 75% per i redditi superiori a un milione. La destra ovviamente si scatena e il ricordo di molti va alla vittoria di François Mitterrand nel 1981, con relativa fuga di capitali verso la Svizzera, il Lussemburgo, il Belgio.
Una proposta bizzarra, che ovviamente non è nel programma elettorale di Hollande e ha colto di sorpresa molti dirigenti dello stesso Ps. «Ho visto - ha dichiarato il leader socialista - che la media delle entrate dei top manager e degli imprenditori alla guida delle società del Cac40, il listino dei quaranta gruppi a maggior capitalizzazione, sono mediamente di due milioni all'anno. Com'è possibile avere simili livelli di retribuzione? Come si possono accettare?».
Hollande, che ha inaugurato la propria campagna sostenendo che il suo avversario principale era «il mondo della finanza» e che a suo tempo aveva detto di «non amare i ricchi», ha puntualizzato: «Apprezzo il talento, il lavoro, il merito. Ma non sopporto la ricchezza indecente, a livelli che non hanno più alcun rapporto con la bravura, l'intelligenza, l'impegno. Il mio è un segnale, un messaggio di coesione sociale. Credo ci sia del patriottismo nell'accettare di pagare una tassa supplementare per aiutare il Paese a risanarsi e a riprendersi». Ed ecco quindi il clamoroso annuncio: 75% di aliquota sulla parte di reddito eccedente il milione di euro all'anno. Quando poche settimane fa, nel presentare il programma, Hollande aveva già annunciato un inasprimento fiscale, portando dall'attuale 41% al 45% il tasso di prelievo per i redditi superiori a 150mila euro.
Alla richiesta di un'opinione a caldo, il consigliere del candidato socialista per le questioni fiscali Jérome Cahuzac, palesemente imbarazzato, ha risposto così: «Si tratta di una dichiarazione che non ho sentito. Non so bene cosa dire, fatemi capire». Insomma, l'impressione è stata quella di un'uscita un po' estemporanea, una sorta di facile slogan per accattivarsi l'elettorato più di sinistra, senza rendersi ben conto del possibile impatto. Sinistra che peraltro ha reagito freddamente, ritenendo che a essere colpito è un numero piccolissimo di contribuenti.
Mentre la destra ha affondato il colpo: «C'è una sgradevole sensazione di improvvisazione - ha commentato Nicolas Sarkozy - di dilettantismo avvilente». E l'uomo forte del Governo, il ministro degli Esteri Alain Juppé, ha parlato di «iniziativa fiscale confiscatoria». È peraltro difficile stimare il numero di contribuenti colpiti (tra 10 e 15mila), così come l'entità del potenziale incasso per lo Stato (tra i 200 e i 250 milioni).
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NOI E GLI ALTRI Le aliquote sui redditi più alti 

ITALIA 43%
L'aliquota marginale sui redditi più alti in Italia è rimasta ferma al 43% (a dicembre era stata ventilata l'ipotesi di un aumento al 45-46%) ma scatta a partire da 75mila euro annui, un reddito mediamente più basso di quelli interessati dal prelievo massimo in Europa

GERMANIA 45%
Nel sistema fiscale tedesco, semplificato da due riforme nel 2001 e 2008 e caratterizzato da tre sole aliquote, il prelievo massimo riguarda i redditi superiori ai 250.730 euro. Fino a 52.881 euro annui la tassa è del 14%, tra i 52.881 e i 250.730 si paga invece il 42%

FRANCIA 41%
La tassazione francese sui redditi più alti è attualmente una delle più basse tra i grandi Paesi dell'Eurozona, con un'aliquota del 41% per i redditi superiori ai 71mila euro (70.830). Hollande, prima della proposta di ieri, aveva già annunciato di voler portare al 45% il prelievo sopra i 150mila

SPAGNA 52%
Con la manovra approvata a gennaio Madrid ha portato dal 45% al 52% l'aliquota massima, superando anche il primato della Gran Bretagna. Ha alzato però anche la soglia dei redditi oltre i quali si applica il prelievo, che è salita a ben 300mila euro annui

GRAN BRETAGNA 50%
L'aliquota marginale massima in Gran Bretagna è tra le più alte ma, anche in questo caso, scatta per redditi ben più alti di quanto accada, per esempio, in Italia e Francia: 150mila sterline, circa 177mila euro al cambio attuale. Tra le 35mila e le 150mila il prelievo è del 40%

GRECIA 45%
L'aliquota marginale più alta si applica in Grecia ai redditi superiori ai 100mila euro annui. Ben pochi, se si considera che poco più di 5mila greci dichiarano entrate simili. Evasione fiscale ed efficiente raccolta delle tasse sono uno dei problemi più gravi del Paese

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