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Disuguaglianza — di chi la colpa?

pubblicato 14 feb 2012, 03:22 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 23 feb 2012, 02:16 ]

Dal Blog di Alexander Stille su la Repubblica.it del 14.02.2012

Il movimento Occupy Wall Street, pur avendo posizioni vaghe e senza richieste precise, ha però avuto il pregio, con il suo slogan “Siamo il 99%”, di spostare il dibattito americano verso il problema della crescente disuguaglianza degli Stati Uniti. Ormai le statistiche accumulate durante gli ultimi 40 anni sono schiaccianti. Quasi tutta la crescita economica di questi ultimi decenni è andata al 10% più benestante del paese e la maggior parte di quella crescita è stata goduta dall’1% o dal 0,01% degli Stati Uniti.


In passato i conservatori hanno negato l’esistenza della crescente disuguaglianza economica negli Stati Uniti oppure l’hanno giustificata dicendo che era l’effetto naturale e positivo di maggiore efficienza economica e di una macchina capitalistica che premiava i più bravi a scapito degli altri. Il punto importante – dicevano loro – non era la disuguaglianza ma la mobilità, e se gli Stati Uniti rimanevano il paese delle opportunità, in cui un ragazzo povero poteva diventare ricco, la disuguaglianza non era affatto un problema. Ormai sulla base di questi 40 anni di dati si è arrivati alla conclusione innegabile che gli Stati Uniti sono diventati uno dei paesi più disuguali tra quelli avanzati, ma allo stesso tempo uno dei più immobili. Sempre di più la collocazione socioeconomica dei genitori determina quella dei figli - chi nasce in una famiglia ricca e con una buona educazione finisce nello stesso ceto dei propri genitori, mentre i figli di famiglie più povere e meno istruite finiscono sempre di più nelle categorie meno abbienti. Ormai la destra ha dovuto accettare questo fatto, ma ha una nuova risposta al problema – è vero che siamo una società stratificata, ma non è colpa dei ricchi, è colpa dei poveri.

Nel suo nuovo libro “Coming apart”, Charles Murray nota che i ceti più benestanti sono anche i più “virtuosi”: si sposano di più, divorziano di meno, vanno più in chiesa, mentre i ceti più bassi, sia bianchi sia neri, fanno vite più disordinate, fanno figli fuori dal matrimonio, condannandosi a vite difficili con prospettive marginali.

In un’economia post-industriale che premia l’istruzione e che manda posti di lavoro meno complessi all’estero, i più istruiti e laboriosi si prendono il bottino e gli altri si accontentano degli avanzi, secondo Murray.

Manca completamente da questa analisi un fattore non indifferente: la politica.

Leggendo conservatori come Murray, uno penserebbe che i beni economici in questi ultimi anni siano stati distribuiti come in un vuoto, con le forze puramente impersonali di una nuova economia globalizzata, e che hanno premiato i virtuosi dotati e hanno punito i poveri sprovveduti. 

Anche se è vero che la globalizzazione favorisce i laureati e rende più difficile la posizione della manodopera, negli Stati Uniti i ricchi hanno usato la politica per cambiare le regole del gioco in un modo che li favorisce ancora più radicalmente.

Le tasse per i più ricchi sono scese dagli anni Sessanta da un massimo del 90% al 35% attuale. Inoltre, tutta una serie di tasse che riguardano soprattutto la classe degli investitori (tasse sugli interessi, sugli investimenti, sull’eredità) sono state decisamente ridotte, con il risultato che dal 1972 al 2010 le tasse effettivamente pagate da persone che guadagnano oltre un milione di dollari all’anno sono scese dal 47% al 25%, a livelli molto più bassi del lavoratore comune.

Allo stesso tempo il costo della politica è andato alle stelle e la voce di questa classe di super-ricchi (ci sono 237.000 persone che guadagnano oltre un milione di dollari all’anno) è sempre più influente: hanno riscritto le leggi fiscali a loro piacimento e hanno tolto tutta una serie di regolamenti del mondo finanziario e di protezioni per i lavoratori comuni. La riscrittura delle norme fiscali a favore dei benestanti è stato accompagnato da uno sforzo determinato a disfare tutta una serie di programmi sociali disegnati per aiutare le categorie più deboli a risalire la scala economica: asili dell’infanzia per genitori che lavorano, scuole materne pubbliche, borse di studio per università che costano sempre di più, programmi di aggiornamento per lavoratori disoccupati.

Prendiamo il caso di Mitt Romney, probabile candidato repubblicano, che ha dovuto dopo tanta resistenza pubblicare la sua dichiarazione dei redditi: Romney ha guadagnato l’anno scorso 21 milioni di dollari senza lavorare un giorno – tutti interessi e guadagni dal suo patrimonio stimato circa 250 milioni di dollari. Il patrimonio di Romney, guadagnato nel mondo della finanza, ha tratto vantaggio da due grandi cambiamenti fiscali degli ultimi decenni.
 
Un trucco fiscale era quello di tassare come investimenti i guadagni di compagnie come quella di Romney – la Bain Capital, una cosiddetta “private equity company” – quindi al 15% piuttosto che al 35%, che è l’aliquota sul reddito da lavoro. I guadagni di compagnie come quella di Romney non sono considerati reddito, ma guadagni su investimenti, e quindi tassati al solo 13,9% rispetto al 35% che sarebbe dovuto alle categorie di reddito più alte.

In più, le compagnie private equity come quella di Romney, comprano altre compagnie in difficoltà quasi interamente con prestiti bancari, non con soldi propri; e così possono dedurre dalle loro tasse gli interessi di questo debito. Queste norme hanno favorito molto questo tipo di attività, e le compagnie ‘private equity’ guadagnavano anche quando le compagnie acquistate finivano in bancarotta.
 
Pensate a questo: se Romney avesse pagato il 35% in tasse sui 21 milioni di dollari in reddito, invece del 13,9% avrebbe dato al tesoro americano altri 4,4 milioni di dollari. Questo avrebbe potuto essere tradotto in 20.000 dollari in borse di studio per 100 studenti, più 12.000 dollari in corsi di aggiornamento per altri 100 lavoratori disoccupati, più 12.000 dollari di scuola dell’infanzia per 100 bambini. 

Tutti interventi di grande utilità che potrebbero cambiare le possibilità di vita di 300 persone, tutto dal reddito perduto di un contribuente. Rende un po’ l’idea della tragedia di una generazione perduta, in cui abbiamo sacrificato i bisogni della grande maggioranza per il beneficio di pochi. Abbiamo molta documentazione che dimostra che quando le nostre priorità nazionali erano puntate verso la creazione di maggiori opportunità e di benessere più diffuso abbiamo anche visto più mobilita economica. Senza tenere conto di questo grande spostamento politico, la storia della crescente disuguaglianza rimane incompleta e quasi incomprensibile.
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