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Segnalazioni 2012-02


Una malattia chiamata disuguaglianza

pubblicato 27 feb 2012, 01:53 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 27 feb 2012, 02:46 ]


dal Blog su Repubblica.it di Leopoldo Fabiani il 26 febbraio 2011

Gli stipendi italiani sono al dodicesimo posto nella classifica europea, ci dicono le statistiche euopee. Non solo in Germania, Francia, Finlandia, ma anche a Cipro guadagnano più che da noi. In compenso in Italia manager e dirigenti, pubblici e privati, possono contare su compensi fra i più alti al mondo.

E, più in generale, tutti i dati concordano nel confermare che siamo fra i paesi occidentali dove la diseguaglianza di reddito è più accentuata. Non solo, siamo anche fra quelli dove è più amentata negli ultimi venti anni, come ci spiega Giovanni Vecchi nel suo In ricchezza e povertà. Il benessere degli italiani dall’unità a oggi (il Mulino, pagg. 495, euro 40). Un volume pieno di dati (e di sorprese) sulla situazione ecomica e sociale del nostro paese negli ultimi 150 anni.

Soprattutto gli economisti, ma non solo loro, pensano che il problema della distribuzione del reddito abbia a che fare solo con la questione dell’equità, cioè sia un tema squisitamente politico e che incida poco sulla ricchezza complessiva e sul benessere di un paese.

C’è un libro, uscito nel 2009, che dimostra come le cose stiano in realtà in modo del tutto opposto. E come l’alta diseguaglianza di redditi, oltre a essere un’ingiustizia, porta con sé una serie di “malattie sociali” molto gravi. È La misura dell’anima, di Richard Wilkinson e Kate Pickett, sottotitolo Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici, Feltrinelli pagg. 304 euro 18 (curiosamente la traduzione italiana “volta” in in negativo quella originale, che recita The spirit level. Why more equal societies almost always do better). La lettura del libro è impressionante.Gli autori hanno messo a confonto diversi paesi (e tutti i diversi Stati degli Usa fra loro) confrontando il livello di diseguaglianza in ciascuno di essi con altri indicatori di benessere (malessere) sociale: la salute mentale e fisica, la speranza di vita, il consumo di droghe, l’obesità, la violenza, il rendimento scolastico. Bene, la relazione è vera sempre: nei paesi dove la distanza tra i redditi più alti e quelli più bassi è maggiore questi problemi sono più gravi. Tra paesi più “diseguali” troviamo Usa, Gran Bretagna, Portogallo, Israele, Italia; tra i più egualitari Giappone, Finlandia, Norvegia, Svezia, Danimarca. Gli autori hanno anche confrontato gli stessi indicatori con il reddito medio di ogni paese: e concluso che questo invece non spiega alcunché. Cioè, il malessere sociale non è più alto nei paesi più poveri (o più ricchi), ma proprio in quelli dove il reddito è distribuito nel modo più iniquo (e questo è vero anche all’interno degli Stati Uniti). E, a differenza di quanto siamo abituati a credere, negli Usa la mobilità sociale (cioè la possibilità di migliorare le condizioni di partenza) è bassissima. Perché anche questo fattore è strettamente collegato alla disuguaglianza dei redditi, e infatti sono i paesi scandinavi a vantare la mobilità maggiore.

Ha raccontato su Repubblica Federico Rampini che a Davos, dove si riuniscono le persone più potenti del mondo, nel gennaio del 2011 il libro di Wilkinson e Pickett è stato il più citato. Eppure, i top manager delle grandi banche americane che hanno innescato la crisi continuano a portarsi a casa stipendi e bonus inimmaginabili. Sarà così per sempre?

Gli americani vivono nella Russia di Putin, convinti di vivere in Francia, ma vorrebbero in realtà vivere in Svezia

pubblicato 23 feb 2012, 02:07 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 23 feb 2012, 02:16 ]


dal Blog di Alexander Stille: su Repubblica.it del 22 febbraio 2012 intitolato :    Il sogno americano
Nel dibattito sulla crescente disuguaglianza economica negli Stati Uniti, l’atteggiamento dell’opinione pubblica è significativo. Gli americani tollerano livelli di disuguaglianza che sarebbero inaccettabili in molti paesi europei. Il cittadino medio ama l’idea di poter fare un colpo grosso e di diventare ricco come Bill Gates. Paradossalmente, la maggioranza è anche contro le tasse sull’eredità che spettato a chi supera un tetto di due milioni di dollari, una questione che riguarda una minima percentuale di persone.

Ma ricerche dimostrano che gli americani hanno un’idea diversa del ruolo della fortuna e del caso rispetto agli Europei: mentre in genere in Europa si dà più peso ai capricci del caso, per esempio al fatto che la famiglia in cui si nasce possa determinare le opportunità che si avranno nella vita, gli americani tendono a dare meno importanza all’ambiente, convinti che impegno e determinazione individuale determinino il successo nella vita.

Il sogno americano dunque è questo: ognuno, se lavora sodo con fatica e sudore, può realizzare una vita di benessere e forse anche di ricchezza. Per molti decenni questo sogno non era del tutto illusorio, perché c’era un buon livello di mobilità sociale ed economica: tanti sono i casi di immigrati diventati capi d’industria, uomini di successo.

Però questo atteggiamento molto radicato si scontra con una mobilità economica sempre più stagnante: l’America, secondo le ultime stime, è ora non solo uno dei paesi più disuguali dal punto di vista economico, ma anche uno con gli indici più bassi di mobilità tra i paesi avanzati.

Ma l’opinione pubblica è rimasta indietro. Uno studio recente dello psicologo ed economista Dan Ariely dimostra che gli americani sottostimano il livello attuale di disuguaglianza: al contrario di quello che dicono molti commentatori conservatori, gli americani non sono per niente indifferenti al problema della disuguaglianza. Al contrario, pensano che i beni della crescita economica siano mal distribuiti e vorrebbero maggiore equità. La situazione attuale è che il 20% della popolazione controlla circa l’85% della ricchezza; il cittadino medio è convinto che la percentuale sia soltanto del 58%. Ma quando viene chiesto quale sia il livello giusto di ridistribuzione della ricchezza, l’americano medio risponde: il 20 % più ricco deve prendere un po’ più del 30% della ricchezza. Questo studio ha suscitato la seguente battuta: “Gli americani vivono nella Russia di Putin, convinti di vivere in Francia, ma vorrebbero in realtà vivere in Svezia”.

Disuguaglianza — di chi la colpa?

pubblicato 14 feb 2012, 03:22 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 23 feb 2012, 02:16 ]


Dal Blog di Alexander Stille su la Repubblica.it del 14.02.2012

Il movimento Occupy Wall Street, pur avendo posizioni vaghe e senza richieste precise, ha però avuto il pregio, con il suo slogan “Siamo il 99%”, di spostare il dibattito americano verso il problema della crescente disuguaglianza degli Stati Uniti. Ormai le statistiche accumulate durante gli ultimi 40 anni sono schiaccianti. Quasi tutta la crescita economica di questi ultimi decenni è andata al 10% più benestante del paese e la maggior parte di quella crescita è stata goduta dall’1% o dal 0,01% degli Stati Uniti.


In passato i conservatori hanno negato l’esistenza della crescente disuguaglianza economica negli Stati Uniti oppure l’hanno giustificata dicendo che era l’effetto naturale e positivo di maggiore efficienza economica e di una macchina capitalistica che premiava i più bravi a scapito degli altri. Il punto importante – dicevano loro – non era la disuguaglianza ma la mobilità, e se gli Stati Uniti rimanevano il paese delle opportunità, in cui un ragazzo povero poteva diventare ricco, la disuguaglianza non era affatto un problema. Ormai sulla base di questi 40 anni di dati si è arrivati alla conclusione innegabile che gli Stati Uniti sono diventati uno dei paesi più disuguali tra quelli avanzati, ma allo stesso tempo uno dei più immobili. Sempre di più la collocazione socioeconomica dei genitori determina quella dei figli - chi nasce in una famiglia ricca e con una buona educazione finisce nello stesso ceto dei propri genitori, mentre i figli di famiglie più povere e meno istruite finiscono sempre di più nelle categorie meno abbienti. Ormai la destra ha dovuto accettare questo fatto, ma ha una nuova risposta al problema – è vero che siamo una società stratificata, ma non è colpa dei ricchi, è colpa dei poveri.

Nel suo nuovo libro “Coming apart”, Charles Murray nota che i ceti più benestanti sono anche i più “virtuosi”: si sposano di più, divorziano di meno, vanno più in chiesa, mentre i ceti più bassi, sia bianchi sia neri, fanno vite più disordinate, fanno figli fuori dal matrimonio, condannandosi a vite difficili con prospettive marginali.

In un’economia post-industriale che premia l’istruzione e che manda posti di lavoro meno complessi all’estero, i più istruiti e laboriosi si prendono il bottino e gli altri si accontentano degli avanzi, secondo Murray.

Manca completamente da questa analisi un fattore non indifferente: la politica.

Leggendo conservatori come Murray, uno penserebbe che i beni economici in questi ultimi anni siano stati distribuiti come in un vuoto, con le forze puramente impersonali di una nuova economia globalizzata, e che hanno premiato i virtuosi dotati e hanno punito i poveri sprovveduti. 

Anche se è vero che la globalizzazione favorisce i laureati e rende più difficile la posizione della manodopera, negli Stati Uniti i ricchi hanno usato la politica per cambiare le regole del gioco in un modo che li favorisce ancora più radicalmente.

Le tasse per i più ricchi sono scese dagli anni Sessanta da un massimo del 90% al 35% attuale. Inoltre, tutta una serie di tasse che riguardano soprattutto la classe degli investitori (tasse sugli interessi, sugli investimenti, sull’eredità) sono state decisamente ridotte, con il risultato che dal 1972 al 2010 le tasse effettivamente pagate da persone che guadagnano oltre un milione di dollari all’anno sono scese dal 47% al 25%, a livelli molto più bassi del lavoratore comune.

Allo stesso tempo il costo della politica è andato alle stelle e la voce di questa classe di super-ricchi (ci sono 237.000 persone che guadagnano oltre un milione di dollari all’anno) è sempre più influente: hanno riscritto le leggi fiscali a loro piacimento e hanno tolto tutta una serie di regolamenti del mondo finanziario e di protezioni per i lavoratori comuni. La riscrittura delle norme fiscali a favore dei benestanti è stato accompagnato da uno sforzo determinato a disfare tutta una serie di programmi sociali disegnati per aiutare le categorie più deboli a risalire la scala economica: asili dell’infanzia per genitori che lavorano, scuole materne pubbliche, borse di studio per università che costano sempre di più, programmi di aggiornamento per lavoratori disoccupati.

Prendiamo il caso di Mitt Romney, probabile candidato repubblicano, che ha dovuto dopo tanta resistenza pubblicare la sua dichiarazione dei redditi: Romney ha guadagnato l’anno scorso 21 milioni di dollari senza lavorare un giorno – tutti interessi e guadagni dal suo patrimonio stimato circa 250 milioni di dollari. Il patrimonio di Romney, guadagnato nel mondo della finanza, ha tratto vantaggio da due grandi cambiamenti fiscali degli ultimi decenni.
 
Un trucco fiscale era quello di tassare come investimenti i guadagni di compagnie come quella di Romney – la Bain Capital, una cosiddetta “private equity company” – quindi al 15% piuttosto che al 35%, che è l’aliquota sul reddito da lavoro. I guadagni di compagnie come quella di Romney non sono considerati reddito, ma guadagni su investimenti, e quindi tassati al solo 13,9% rispetto al 35% che sarebbe dovuto alle categorie di reddito più alte.

In più, le compagnie private equity come quella di Romney, comprano altre compagnie in difficoltà quasi interamente con prestiti bancari, non con soldi propri; e così possono dedurre dalle loro tasse gli interessi di questo debito. Queste norme hanno favorito molto questo tipo di attività, e le compagnie ‘private equity’ guadagnavano anche quando le compagnie acquistate finivano in bancarotta.
 
Pensate a questo: se Romney avesse pagato il 35% in tasse sui 21 milioni di dollari in reddito, invece del 13,9% avrebbe dato al tesoro americano altri 4,4 milioni di dollari. Questo avrebbe potuto essere tradotto in 20.000 dollari in borse di studio per 100 studenti, più 12.000 dollari in corsi di aggiornamento per altri 100 lavoratori disoccupati, più 12.000 dollari di scuola dell’infanzia per 100 bambini. 

Tutti interventi di grande utilità che potrebbero cambiare le possibilità di vita di 300 persone, tutto dal reddito perduto di un contribuente. Rende un po’ l’idea della tragedia di una generazione perduta, in cui abbiamo sacrificato i bisogni della grande maggioranza per il beneficio di pochi. Abbiamo molta documentazione che dimostra che quando le nostre priorità nazionali erano puntate verso la creazione di maggiori opportunità e di benessere più diffuso abbiamo anche visto più mobilita economica. Senza tenere conto di questo grande spostamento politico, la storia della crescente disuguaglianza rimane incompleta e quasi incomprensibile.

La situazione della mobilità sociale in Italia

pubblicato 14 feb 2012, 03:09 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 23 feb 2012, 02:17 ]

IL DECLINO DEI PARTITI E IL POTERE ECONOMICO

pubblicato 9 feb 2012, 08:34 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 23 feb 2012, 02:15 ]


segnalo il bell'articolo di Nadia Urbinati su La Repubblica del 9 febbraio 2012  (pag.32) 
La Urbinati analizza la relazione tra capitalismo e democrazia, considera il ruolo dell'ideologia keynesiana  come compromesso tra le classi per  distribuzione di ricchezza, di risorse e di potere, affronta come le politiche neo-liberiste abbiano aumentato le disuguaglianze sociali ed infranto il compromesso tra democrazia e capitalismo;  cito liberamente alcuni passaggi significativi:

La combinazione di capitalismo e democrazia costituisce un compromesso tra proprietà dei mezzi privati di produzione e suffragio universale, per cui chi possiede i primi accetta istituzioni politiche nelle quali le decisioni sono l'aggregato di voti che hanno uguale peso. Il keynesianesimo ha dato i fondamenti ideologici e politici di questo compromesso ...  [assegnando]   al pubblico un ruolo centrale poiché invece di assistere i poveri ...  li impiegava o promuoveva politiche sociali che creavano impiego. Questo comportò l'incremento della domanda e la ripresa dell'occupazione. Come ebbe a dire Léon Blum, una migliore distribuzione può rivitalizzare l'occupazione e nello stesso tempo soddisfare la giustizia sociale.
L'esito del compromesso tra democrazia e capitalismo fu che i poveri diventarono davvero i rappresentanti dell'interesse generale della società...
... La politica del doppio binario “piena occupazione e eguaglianza politica” fu la costituzione materiale delle costituzioni democratiche dalla fine della Seconda guerra mondiale. L'esito fu che l'allocazione delle risorse economiche – dal lavoro ai beni sociali e primari ai servizi– fu dominata dalle relazioni delle forze politiche. ...

Quel tempo è finito. La combinazione tra democrazia e capitalismo è interrotta, il compromesso sospeso e le classi sono tornate a prendere nelle loro mani le decisioni, in particolare quella che ha il potere economico. ... La fase nella quale lo Stato si curava dell'emancipazione delle classi oppresse è chiusa. Ora è l'altra classe a gestire le relazioni pubbliche. ...   

... L'ideologia keynesiana poteva funzionare fino a quando l'accumulazione del capitale andava negli investimenti e nell'allargamento del consumo. Negli Anni 80 una nuova filosofia ha cominciato a prendere piede: politica di diminuzione delle tasse per consentire una nuova redistribuzione ma questa volta a favore dei profitti, con la giustificazione per gli elettori che ciò serviva a stimolare gli investimenti. Ma la riduzione delle tasse non ha liberato risorse per gli investimenti produttivi ma per quelli finanziari. Il tipo degli investimenti è quindi cambiato con il capitalismo della rendita finanziaria. Quale compromesso la democrazia potrà siglare con questo capitalismo?
A partire dagli Anni 80  l'accumulazione si è liberata dai lacci imposti dalla democrazia; l'accumulazione si è liberata dai vincoli dell'investimento imposti dalla filosofia della piena occupazione. La nuova destra ha preso corpo, quella che ha promosso piani di detassazione dei profitti, di abolizione dei controlli sull'impatto ambientale e sulle condizioni di lavoro (l'aumento degli incidenti sul lavoro non è accidentale), l'indebolimento dei sindacati e il loro riorientamento dalla contrattazione nazionale a quella aziendale. Questa fase, che è quella sulle cui conseguenze l'Europa si sta dibattendo in questi mesi, impersona a tutto tondo una nuova società, una mutazione della democrazia. Verso quale direzione?
Nel passato keynesiano, la rottura del compromesso per imporre la fine di politiche sociali si era servita di strategie anche violente: il colpo di Stato in Cile nel 1973 impose una svolta liberista radicale e immediata. È difficile pensare a qualcosa di simile oggi, nel nostro continente, benché la storia insegna a mai dire mai. Un altro cambiamento ... si sta profilando a chiare lettere in questi anni: la depoliticizzazione delle relazioni economiche.
La democrazia... aveva rivendicato la natura politica di tutte le relazioni sociali...  Con la fine di quel compromesso  [tra democazia e capitalismo] , la politica arretra progressivamente, e soprattutto fa giganti passi indietro nel mondo del lavoro e delle relazioni industriali. Il lavoro deve tornare a essere un bene solo economico, fuori dai lacci del diritto e della politica. La battaglia sull´articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori ha questo significato.
Si ripete da più parti che questo articolo ha comunque poco impatto ...  Allora perché? Perché... lo vogliono i mercati... E perché i mercati hanno bisogno di questo tipo di segnale? ... la regia della nuova democrazia non deve più essere la legge, il legislatore, lo Stato, ma il mercato. Perché una parte importante della sfera sociale deve tornare a essere privata, .... Il limite della “giusta causa”  ...  segnala la priorità del pubblico sul privato: il datore di lavoro deve rendere conto della ragione della sua decisione di licenziare. ... l'articolo [18]  rispecchia quindi la filosofia del compromesso di democrazia e capitalismo, perché stabilisce la libertà dal dominio per tutti, dal non essere soggetti alla decisione altrui, senz'altra ragione che la volontà arbitraria di chi decide. ...  impone una responsabilità di cittadinanza alla sfera degli interessi economici.
Valutando questa fase di restaurazione delle relazioni politiche tra le classi dovremmo farci questa domanda: che tipo di società sarà una società nella quale l'accumulazione è libera da ogni vincolo politico, da ogni limite di distribuzione, da ogni considerazione di impiego che non sia il profitto, da ogni responsabilità verso l'ambiente, la salute di chi lavora e di chi consuma? Siamo certi di voler vivere in una società di questo tipo?

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