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Segnalazioni 2012-01


Ocse, in Italia disuguaglianza redditi più alta della media

pubblicato 02 feb 2012, 02:59 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 02 feb 2012, 03:02 da Elisabetta Rossi ]

su ADNKRONOS > Lavoro > Dati >   LABITALIA il 25 gennaio 2012 

trovate commento sul rapporto OCSE, in particolare segnalo:
"...  Le imposte sui redditi e i sussidi sociali hanno un ruolo importante, secondo il rapporto, nella redistribuzione del reddito in Italia, riducendo la disuguaglianza di circa il 30%, a fronte della media Ocse di un quarto.
Sempre in tema di redditi, la proporzione di quelli più elevati è aumentata di più di un terzo: l'1% più ricco degli italiani ha visto la proporzione del proprio reddito aumentare dal 7% del reddito totale nel 1980 fino a quasi il 10% del 2008. L'aumento dei redditi da lavoro autonomo ha contribuito in maniera importante, secondo il rapporto, all'aumento della disuguaglianza dei redditi da lavoro: la loro quota sul totale dei redditi è aumentata del 10% dalla metà degli anni '80 e i redditi da lavoro autonomo sembrano ancora predominare tra le persone con i redditi più alti, al contrario di quanto avviene in molti altri Paesi Ocse.
Anche in Italia, come nella maggior parte dei Paesi dell'area, la differenza tra le ore di lavoro dei lavoratori medio e peggio retribuiti è aumentata. Dalla metà degli anni '80 il numero annuale di ore di lavoro dei lavoratori dipendenti meno pagati è diminuito, passando da 1.580 a 1.440 ore; anche quello dei lavoratori meglio pagati è diminuito ma in minor misura, passando da 2.170 a 2.080 ore. Figura poi diminuita la redistribuzione del reddito attraverso i servizi pubblici.
In Italia sanità, istruzione e servizi pubblici destinati alla salute contribuiscono a ridurre di circa un quinto la disuguaglianza. Gli stessi tuttavia contribuivano a una riduzione di circa un quarto nel 2000. La spesa sociale in Italia, rileva il rapporto Ocse, è basata prevalentemente su trasferimenti pubblici, come per esempio i sussidi di disoccupazione piuttosto che sui servizi. ..."

Il dramma sociale della disuguaglianza

pubblicato 29 gen 2012, 07:14 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 29 gen 2012, 07:25 da Elisabetta Rossi ]

di MASSIMO RIVA
  su La Repubblica del  27 gennaio 2012 — pagina 1-39 sezione: PRIMA PAGINA

A STRETTO giro di posta dall' indagine di Bankitalia sul precipizio dei bilanci familiari nel 2010, ecco l' Istat fornire con le sue cifre inconfutabili la spiegazione principale dell' impoverimento progressivo di cui soffre una quantità sempre maggiore di italiani. Il dato cruciale sta nella forbice fra aumento dei salari e crescita dell' inflazione. La paga oraria ha avuto u n i n c r e m e n t o dell' 1,4 per cento su base annua, mentre i prezzi sono saliti del 3,3. Così segnando uno spread micidiale di quasi due punti percentuali (1,9 per l' esattezza) che non si registrava da diciassette anni a questa parte. Fra le cause di questo differenziale l' Istat mette in primo piano i ritardi coi quali da tempo si arriva al rinnovo dei contratti collettivi di lavoro: mediamente ormai più di due anni dalla scadenza stabilita. Non dice, viceversa, perché la corsa dei prezzi sta riprendendo fiato nonostante il rallentamento dei consumi. Ma forse non è poi così difficile spiegare l' andamento dell' inflazione. Da un lato, l' Italia è da mesi nuovamente esposta sul suo fronte più vulnerabile: quello dei rincari petroliferi che, attraverso benzina e gasolio, si trasmettono a tutto il sistema. Dall' altro lato, il paese continua a dover fare i suoi conti (in perdita) con quella frattura economico-sociale di fondo che separa le categorie deboli e indifese per lo più del lavoro dipendente da quelle del lavoro autonomo in grado di tutelare il proprio potere d' acquisto con acconci aumenti delle proprie fatture. Si ha così l' ennesima certificazione che in Italia la diseguaglianza economica e reddituale fra cittadini è in costante crescita con l' ulteriore effetto di aver bloccato quell' ascensore sociale che dagli anni del dopoguerra aveva - in certe fasi anche brillantemente - funzionato integrando nella vita della comunità le classi più diseredate. Con la crisi esplosa nel 2008 è cominciata in proposito una lenta ma progressiva marcia indietro: i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, mentre arretra senza freni quella classe media che dovrebbe essere il luogo di amalgama e di pacificazione dei conflitti sociali. Occorre fare molta attenzione a questa perversa distribuzione del reddito perché è su questo terreno che si giocano le carte decisive nella partita per il rilancio della crescita economica. Si sta, infatti, realizzando quel classico modello di ingorgo malthusiano che in genere precede le fasi di depressione. Quando le ricchezze si concentrano in poche mani e la gran parte della società viene sospinta su livelli di penuria, si inaridisce quella linfa vitale di sostegno alle attività economiche che è la domanda per consumi. E ciò perché chi ha troppi soldi per quanto spenda tende inesorabilmente a impiegare la parte maggiore del suo denaro soprattutto in speculazioni finanziarie che poco o nulla hanno a che vedere con il rilancio degli investimenti produttivi di ricchezze reali oltre che di posti di lavoro. Come ammoniva, appunto, il bistrattato reverendo inglese quasi duecento anni prima di quel che è accaduto e sta ancora accadendo oggi sotto i nostri occhi. Nel tornante attuale la questione salariale acquista più che mai, quindi, una connotazione che non ha senso ridurre soltanto a un problema di pur evidente giustizia sociale. Se non si mettono più soldi nelle tasche di coloro che aspettano soltanto di poterli spendere per avere un livello di vita meno indecente, non c' è speranza di riavviare quel circuito consumi-investimenti- occupazione cheè la chiave di volta per rimettere in moto l' economia a vantaggio dell' intera collettività. Il successo della "fase due" del governo Monti - quella della crescita - passa inevitabilmente sulla forzatura di questo varco difficile ma non impossibile. E l' arma decisiva non può essere che quella di un Fisco stavolta forte coi forti e debole coi deboli (quelli veri).

Quei numeri di Bankitalia che i tecnici non vedono

pubblicato 27 gen 2012, 02:56 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 27 gen 2012, 05:53 da Elisabetta Rossi ]

dal blog di    Salvatore Cannavò    su  Il Fatto Quotidiano   26 gennaio 2012 

Avevamo capito che il governo Monti fosse un governo “tecnico”. Cosa c’è di più tecnico degli studi della Banca d’Italia per farsi un’idea del paese e delle ricette economiche più giuste ed efficaci allo stesso tempo? E invece, a giudicare dalle reiterate manovre – prima casa, pensioni, liberalizzazioni limitate ai ceti medi, mercato del lavoro – sembra che quelle cifre e quegli studi i ministri e le ministre dell’autorevole professore nemmeno le leggano. Eppure quelle cifre sono impietose.

Dice la Banca d’Italia nel suo rapporto sui Bilanci delle famiglie italiane che “nel 2010 il reddito familiare medio annuo, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali, è risultato pari a 32.714 euro, 2.726 euro al mese. Il reddito equivalente, una misura che tiene conto della dimensione e della composizione del nucleo familiare, si è attestato sui 18.914 mila euro per individuo, un valore inferiore, in termini reali, dello 0,6 per cento a quello osservato con l’indagine sul 2008“. Quindi, in soli due anni le famiglie italiane sono diventate un po’ più povere. A diventare più poveri sembrerebbero i redditi da lavoro indipendente: “Il reddito da lavoro dipendente ricevuto in media da ciascun percettore è risultato pari a 16.559 euro, pressoché lo stesso livello in termini reali rispetto al 2008 (-0,3 per cento). Quello da lavoro indipendente è risultato di 20.202 euro, con una diminuzione del 2,3 per cento”. Ma con i dati sull’evasione fiscale in Italia – il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, l’ha quantificata ieri a 120 miliardi di euro – il dato non è del tutto attendibile.

Resta che i poveri, da lavoro, aumentano. La loro quota – convenzionalmente identificata in redditi inferiori alle metà mediana - è risultata pari al 14,4 per cento, un punto in più rispetto al 2008. “Nel 2010 – continua ancora Bankitalia – il 29,8 per cento delle famiglie reputava le proprie entrate insufficienti a coprire le spese, il 10,5 per cento le reputava più che sufficienti, mentre il restante 59,7 per cento segnalava una situazione intermedia. Rispetto alle precedenti rilevazioni emerge una tendenza all’aumento dei giudizi di difficoltà”.

Ma i dati sulla povertà delle famiglie sono significativi se raffrontati alla distribuzione complessiva della ricchezza. “La ricchezza familiare netta – è ancora la Banca d’Italia a parlare - data dalla somma delle attività reali (immobili, aziende e oggetti di valore) e delle attività finanziarie (depositi, titoli di Stato, azioni, ecc.) al netto delle passività finanziarie (mutui e altri debiti), presenta un valore mediano di 163.875 euro. Il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede il 45,9 per cento della ricchezza netta familiare totale (44,3 per cento nel 2008). La concentrazione della ricchezza, misurata in base all’indice di Gini, è risultata pari a 0,62, in lieve aumento rispetto alla precedente rilevazione del 2008 (0,61)”. Il punto continua a essere rappresentato da questa distribuzione ineguale delle risorse su cui nessun governo al mondo ha finora avanzato proposte decenti.

La stessa analisi è stata fatta qualche giorno fa dall’Ocse nel suo rapporto “Divided we stand” reso pubblico alla presenza della ministra Elsa Fornero (presso l’Istat dove ai precari che la contestavano la ministra non ha potuto dedicare neanche una risposta). In quel rapporto si legge che “la disuguaglianza dei redditi tra le persone in età lavorativa è aumentata drasticamente nei primi anni Novanta e da allora è rimasta a un livello elevato, nonostante un leggero calo verso la fine del primo decennio degli anni duemila. La disuguaglianza dei redditi in Italia è superiore alla media dei Paesi Ocse, più elevata che in Spagna ma inferiore che in Portogallo e nel Regno Unito”. E ancora: “Nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro) indicando un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni Ottanta”.

Cosa ha contribuito ad aumentare questo scarto? Attenzione: “Le aliquote marginali dell’imposta sui redditi più alti si sono quasi dimezzate passando dal 72% nel 1981 al 43% nel 2010″. Oltre all’evasione fiscale si è assistito in Italia a una progressiva diminuzione della pressione fiscale sui redditi finanziaria e societari che ha avuto un impatto, mai preso in considerazione, sull’evoluzione del debito pubblico. Un impatto riscontrabile anche su scala europea. Si guardino questi cifre offerte da Eurostat: dal 2000 al 2010 la pressione fiscale dell’Europa a 27 è passata dal 44,7 al 37,1 per cento con una riduzione del 7,6 per cento. Le imposte sui redditi delle società sono passate dal 31,9 al 23,2 con una riduzione dell’8,7 per cento. Se la pressione complessiva in Italia è rimasta più o meno stabile, riducendosi solo dello 0,3 per cento in dieci anni – ma compensata da un’evasione fiscale gigantesca – quella sui redditi delle società è passata dal 41,3 per cento al 31,4 con una riduzione del 9,9 per cento.

La pressione fiscale è rimasta invariata, o è aumentata, solo sui redditi da lavoro dipendente o da pensione: l’88 per cento dei contribuenti italiani è infatti composto da lavoratori dipendenti e pensionati e il gettito fiscale che producono è pari al 93 per cento delle entrate. Tutti gli altri pagano solo il 7 per cento. Un vero tecnico partirebbe da questi dati.

Le Occasioni Perdute dell'Italia Diseguale

pubblicato 27 gen 2012, 02:40 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 27 gen 2012, 02:57 da Elisabetta Rossi ]

dal Blog di Dario Di Vico su Corriere della Sera.it , La nuvola del lavoro  del 26 gennaio 2012,

Grazie all’iniziativa scientifica di Ocse e Banca d’Italia il tema della disuguaglianza ri-entra nel dibattito di politica economica. Nel giro di soli due giorni sono stati presentate, infatti, due indagini che arrivano alla stessa conclusione: la distanza tra i redditi più elevati e quelli in basso è aumentata.

Scegliendo un numero su tutti vale la pena ricordare che l’1% più ricco degli italiani nel 1980 guadagnava il 7% del totale mentre nel 2008 la sua quota è passata al 10%. E’ chiaro che la differenza di reddito è la disuguaglianza politicamente più sensibile ed è di conseguenza anche quella sulla quale si appuntano le maggiori attenzioni (e polemiche).

Un esempio: da parte sindacale molte volte si è sottolineata la dinamica sostenuta degli emolumenti di un personaggio chiave come Sergio Marchionne messa a confronto con la staticità dei salari degli operai Fiat. L’indice statistico di Gini che misura per l’appunto questo tipo di distanza ha conosciuto così una notorietà che prima non si era mai sognata.

I sociologi obiettano che una vera mappa delle disuguaglianze non si può basare sul solo indice di Gini – che ne registra una – ma dovrebbe indagare tre o quattro tipologie di privazione e quindi mettere sotto osservazione almeno altri tre tipi di disuguaglianza, quella di genere (le donne), quella generazionale (i giovani) e quella etnica (gli immigrati).

Ma torniamo alle distanze di reddito. La posizione degli economisti neo-classici secondo la quale quel tipo di disuguaglianze, pur entro certi limiti, “fa bene” alla crescita oggi nel pendolo delle opinioni è diventata sicuramente minoritaria. La Grande Crisi da un lato e le stock option miliardarie incassate dai banchieri fatcats (gatti grassi) hanno contribuito a mettere sotto scacco le tesi liberiste e a rilanciare una sorta di keynesismo degli stipendi.

Che suona pressappoco così: i lavoratori sarebbero portati a spendere ma non avendo soldi a sufficienza lo fanno sempre meno. Ergo la domanda di beni ristagna e, arrivati a un punto critico, la recessione finisce per bloccare lo stesso sistema capitalistico.

Tutto ciò appare ancor più verosimile in Italia dove si registra una crescente divaricazione tra un gruppo ristretto di aziende che vanno bene grazie ai proventi dell’export e una massa di imprese che lavorano solo sul mercato interno e di conseguenza soffrono.

A motivare l’inclusione del tema “disuguaglianze” nell’agenda pubblica dell’anno di grazia 2012 c’è anche un altro tipo di considerazione che attinge ai dettami di quella che viene chiamata economia comportamentale. Semplificando al massimo l’individuo è portato più che a consultare le statistiche a cercare elementi di comparazione con il suo vicino.

Se si accorge di guadagnare troppo poco in rapporto al proprio datore di lavoro il nostro signor Rossi tende a sviluppare sentimenti di depressione e di conseguenza a incubare elementi di conflittualità sociale. Se questo ragionamento lo svolgiamo non in astratto ma lo collochiamo in una fase X, come quella che stiamo vivendo in questi mesi e nella quale il governo vara politiche di austerità, le disuguaglianze di reddito rischiano di diventare particolarmente odiose e finiscono per produrre una sorta di invidia sociale al ribasso.

E soprattutto una mancata corresponsabilizzazione sociale nelle politiche nazionali di risanamento. In parole povere se vengo a sapere che un banchiere continua a straguadagnare mi ribello nei confronti della riforma previdenziale, dell’aumento della pressione fiscale e persino delle liberalizzazioni.

Sommando quindi gli argomenti dei keynesiani (domanda stagnante) e quelli dei comportamentalisti (il risentimento sociale) si arriva alla conclusione che la politica economica è interessata ad affrontare il tema delle disuguaglianze, pena l’insuccesso della sua azione.

Il ventaglio delle policy per produrre equità è larghissimo, va dalla contrattazione e dal welfare aziendale fino al rilancio dell’istruzione, strumento principe per evitare che le distanze si trasmettano all’infinito tra padre e figlio. Si tratta chiaramente di iniziative che producono risultati misurabili solo nel tempo ma già l’effetto-annuncio gioca un ruolo positivo nel combattere quel senso di vulnerabilità sociale così largamente diffuso.

Non è detto poi che tutti, proprio tutti i risultati, abbiano l’effetto di diminuire la percezione della disuguaglianza. Poniamo ad esempio di trovarci di fronte alla creazione, per effetto di nuove politiche del lavoro, di un numero considerevole di mcjobs, di posti – almeno inizialmente – a basso reddito. L’occupazione aumenterebbe ma l’indice di Gini farebbe registrare forse un allargamento della forbice dei redditi. 
twitter@dariodivico

Ocse, disuguaglianze in crescita in Italia

pubblicato 24 gen 2012, 08:11 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 26 gen 2012, 12:06 da Elisabetta Rossi ]

di  Fabio Savelli, dal Corriere della Sera, Economia, 23 gennaio 2012  


"Il reddito degli autonomi aumenta molto più di quello dei dipendenti. Divario ricchi-poveri è ormai di dieci a uno"

Note e commenti dell'autore  "sullo  studio Ocse, l'organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico, che verrà presentato martedì presso la sede Istat alla presenza del presidente, Enrico Giovannini, e del ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Un'indagine che testimonia come la disuguaglianza tra i redditi delle persone in età lavorativa è aumentata drasticamente nei primi anni Novanta e da allora è rimasta a un livello elevato, nonostante un leggero calo verso la fine del primo decennio degli anni duemila. Lo iato reddituale in Italia è superiore alla media dei Paesi Ocse, è più elevato che in Spagna e più basso del Regno Unito e del Portogallo. Nel 2008 - scrive l'Ocse - il reddito medio del 10% degli italiani più ricchi era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro), mentre negli anni '80 il rapporto era di 8 a 1. Il modo più veloce per diminuire le disuguaglianze - segnala l'Ocse - è una riforma delle politiche fiscali e previdenziali, che costituisce lo strumento diretto per accrescere gli effetti redistributivi. Soprattutto le «perdite ampie e persistenti di reddito per i gruppi a basso reddito coincidono con le fasi recessive». E soprattutto in tempi di crisi che diventa fondamentale il ruolo degli ammortizzatori sociali e delle politiche di sostegno del reddito (il reddito minimo?). Considerazione che inciderà nell'agenda delle parti sociali nella prevista prossima riforma del mercato del lavoro?


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