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Quell'abisso fra ricchi e poveri che scatena le crisi globali

pubblicato 1 nov 2011, 16:28 da wilder1964@alice.it   [ aggiornato il 29 gen 2012, 07:42 da Elisabetta Rossi ]

di Massimo Mucchetti, Corriere della sera, 29 ottobre 2011

Ma che mondo è questo nostro nel quale la concentrazione della ricchezza è tale per cui i bonus della Goldman Sachs, anno domini 2009, sono pari al reddito di 224 milioni delle persone più povere del pianeta? Globalizzare produzione e commerci, attorno al dogma della libera circolazione dei capitali, e deregolare le società occidentali, in nome del massimo lucro di manager e azionisti, ha prodotto il sonno del diritto. E come il sonno della ragione di Goya, anche questo genera un mostro: l’eccesso di disuguaglianza.

La cosa non turba il governo né la Bce: basta leggere il loro scambio epistolare, che promette crescita senza un cenno all’equità. E basta guardare l’asta dei Btp, chiusa sopra il 6%, per capire come tanto realismo economicistico rischi di non convincere nemmeno i mercati per i quali è pensato. Come negli anni Trenta, ci vorrebbero pensieri irregolari. Come quelli emersi tra ieri e giovedì, alla Fondazione Cariplo di Milano nel corso della XXIV conferenza internazionale dell’Osservatorio Giordano Dell’Amore, curata dal Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale e dedicata alle disparità economiche e sociali. Un seminario di alto livello al quale — e non è un buon segno — non ha partecipato la Milano dell’economia e dell’accademia, nonostante l’appello di Guido Calabresi e Guido Rossi.

Si usa dire che la globalizzazione ha tolto dalla povertà assoluta alcuni miliardi di persone, la Cina, l’India. Tutto vero. Ma la globalizzazione ha anche fatto saltare i vecchi equilibri. Branko Milanovic, economista tra le università di Belgrado e del Maryland, ne offre l’incendiaria misura nel grafico che pubblichiamo in questa pagina: l’1% più ricco della popolazione mondiale, circa 70 milioni di persone, guadagna quanto gli ultimi 4.275 milioni. A parità di potere d’acquisto, al 10% più ricco va il 55% dei consumi mondiali. Non è un dato naturale né meritocratico, ma un portato di (in)civiltà, ove si consideri che in Germania, dove vige l’economia sociale di mercato e i sindacati siedono nei consigli di sorveglianza delle imprese dai 2 mila dipendenti in su, il 10% più ricco si aggiudica il 25% dei consumi.

Milanovic corregge Marx: nel secolo XIX il conflitto sociale avveniva dentro Paesi relativamente simili; oggi tra aree del mondo. Di un mondo che tecnologia e finanza hanno interconnesso nella convinzione di poterlo dominare, ma che ora cerca di allentare le tensioni attraverso la migrazione dei popoli. Se i nuovi proletari sono i migranti, bastano le leggi Bossi-Fini o i ranger alla frontiera messicana del Texas a tenere assieme le società? Nell’epoca in cui i tre quarti delle disuguaglianze globali dipendono dalle differenze tra Paesi, la prima forma di rendita diventa la cittadinanza d’origine. E questo sul piano sociale spiazza la politica della concorrenza dentro i Paesi del Primo Mondo e tra questi e il resto del pianeta.

La questione della disuguaglianza non è soltanto etica. L’eccesso di disuguaglianza è, al tempo stesso, figlio e padre della follia finanziaria dell’Occidente. La Grande Depressione del 1929 e la Grande Recessione del 2007, osservano Michael Kumhof e Romain Rancière, due economisti del Fondo monetario internazionale, sono state entrambe precedute da una forte e prolungata impennata della disuguaglianza nei redditi e nella ricchezza e, al tempo stesso, da un analogo rigonfiamento dei debiti del ceti medi e bassi. In entrambi i casi, i ricchi hanno usato le risorse eccedenti i loro pur opulenti consumi per finanziare, tramite il sistema bancario, i poveri nei loro acquisti. E i ricchi si sono pure offerti a modello dei consumi di massa, come Luigi XIV lo era per la nobiltà francese del Seicento. Robert Frank, della Cornell University, cita a esempio la superficie media delle nuove case americane che sale dai 1600 piedi quadrati del 1980 ai 2100 del 2001, mentre le paghe ristagnano. Ma se i poveri indebitati non riescono ad avere i redditi aggiuntivi necessari a rimborsare il debito, conclude Lars Osberg, della Dalhouise University di Halifax, il sistema bancario e finanziario si troverà pieno di attività inesigibili. E per salvarlo dovrà intervenire lo Stato, aumentando il debito pubblico.

Vi è dunque, negli Usa, una chiara catena causale tra disuguaglianza, debito, bolle finanziarie e debito pubblico. E l’ Italia? Ne ha parlato a lungo Andrea Brandolini, economista della Banca d’Italia. E tra le tante osservazioni ne ha fatta una controcorrente. Da citare in conclusione.

L’indice Gini (che va da 0 nell’ipotesi che tutto sia equamente diviso tra tutti a 1 nell’ipotesi che tutto sia in mano a una sola persona) è sceso da 0,408 del ’68 a 0,297 del 1982 per poi rimbalzare nei primi anni Novanta e volare a 0,351 nel 2004 salvo ridiscendere un po’ adesso, causa le perdite finanziarie delle classi più alte. Ebbene, in questo quarantennio, il periodo di maggior crescita (oltre il 3% annuo) sono gli anni Settanta che si concludono con il debito pubblico non oltre il 51% del Pil. Questo non basta certo a rendere formidabili quegli anni come vorrebbe Mario Capanna, ma forse non erano nemmeno il male assoluto come molti oggi dicono. Erano anch’essi un passaggio — doloroso e terribile, causa il terrorismo, infine domato dalla politica — così come un passaggio sono gli anni Dieci di questo secolo. Un passaggio ancora irrisolto, causa l’ignavia delle classi dirigenti.