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Segnalazioni 2011-11


Gb, i top manager guadagnano il 4000% in più rispetto a trenta anni fa

pubblicato 22 nov 2011, 10:28 da Maurizio Denaro   [ aggiornato il 29 gen 2012, 07:47 da Elisabetta Rossi ]

LETTERA AI BANCHIERI: RIDATECI QUEI SOLDI

pubblicato 07 nov 2011, 15:40 da wilder1964@alice.it   [ aggiornato il 29 gen 2012, 07:44 da Elisabetta Rossi ]


Da "LA REPUBBLICA" di venerdì 4 novembre 2011

di TIMOTHY GARTON ASH 

Tra i gradini della cattedrale di St. Paul a Londra e ilvertice del G20 aCannes, invio questo messaggio ai banchieri: date indietro qual- cosa. Con "banchieri" intendo chiunque abbiafatto un sacco di soldi nel settore finanziario negli ultimi 25 anni.

Con "qualcosa" intendo i soldi, quelli che il supplemento del Financial Times dedicato allo shopping spiega "come spendere", roba che di questi tempi suona come una provocazione. Con "indietro" intendo restituire alla società che, in patria e all`estero, patisce gli effetti della crisi nata con queste istituzioni finanziarie;

la società che ha dovuto salvare alcune di queste istituzioni perché erano "troppo grandi per fallire". Con "date" intendo donate. Ora che il Natale è in vista, aprite il libretto degli assegni o il conto corrente online, individuate delle organizzazioni benefiche che davvero aiutano i poveri, i deboli e gli afflitti e donate loro una modesta quota dei vostri (lascio a voi l`aggettivo appropriato) guadagni. Per voi sarà un`inezia, per i bisognosi sarà moltissimo.

Ci sono ricchi molto generosi che talvolta preferiscono l`anonimato.

Tanto di cappello a tutti loro. Ma in genere quanto meno in Gran Bretagna-pare che la beneficenza non sia proporzionale alla ricchezza.

Il Consiglio nazionale delle organizzazioni di volontariato e beneficenza britanniche (Caf) ha condotto una ricerca dalla quale risulta che i titolari di redditi inferiori alle 32.000 sterline l`anno (circa 37.000 euro) devolvono in media più dell`uno per cento dei loro introiti in beneficenza, mentre chi supera le 52.000 sterline ne dona in media solo lo 0.8%. In proporzione sul reddito i meno abbienti sono più generosi dei ricchi.

Fare un calcolo è indubbiamente difficile perché buona parte dei beni dei ricchi sono costituiti da azioni e da altre forme di capitale o di proprietà non facilmente quantificabili.

Stando alla Classifica dei donatori elaborata dal Sunday Times sulla base della più estesa Classifica dei ricchi, nel 2010 i primi cento filantropi britannici avrebbero dato in beneficenza 2,49 miliardi di sterline, l`equivalente di un quarto dell`importo totale devoluto dai privati nello stesso anno (10,6 miliardi). Non sappiamo a quanto ammontino le donazioni delle quasi cinquemila persone con reddito superiore ai venti milioni di sterline l`anno, che ricadono sotto la giurisdizione di un speciale dipartimento del ministero delle finanze. Ma è certo che molti di loro potrebbero essere ben più generosi senza intaccare minimamente il proprio livello di vita.

John Low, direttore del Caf, ha esortato a devolvere in beneficenza ogni anno almeno 1` 1,5 per cento del reddito individuale, aumentandola quota in proporzione alla ricchezza.

GivingWhatWe Can (www.givingwhatwecan.org) un`organizzazione con sede a Oxford, fissa un obiettivo ancor più ambizioso. Invita a impegnarsi a donare almeno il dieci per cento del reddito annuo. Animato da puro e rigido utilitarismo questo gruppo, capeggiato dalfilosofoTobyOrd, esorta a scegliere le organizzazioni di beneficenza più valide sotto il profilo della resa del denaro investito, che producano cioè risultati quantificabili in termini di vite salvate ed altri parametri.

È disponibile addirittura un calcolatore ori line che mostra ad esempio come donando il dieci per cento di un reddito annuo di 100.000 sterline sipossano salvare 368 vite - o finanziare 55.193 anni di frequenza scolastica per i bambini dei paesi in via di sviluppo.

Se la coscienza spinge a concentrarsi sui bisognosi del proprio paese (sviluppato), il ritorno sarà quantitativamente minore, ma comunque molto consistente.

Perché indirizzare l`appello proprio ai banchieri? La motivazione etica non si applica solo a loro, ovviamente, ma a chiunque sia abbiente e in particolare ai dirigenti strapagati delle grandi società. Ma i banchieri con la loro condotta collettiva e i loro errori di valutazione hanno avuto un ruolo chiave nel metterci nei guai.

Avevano accesso più immediato alla grande liquidità rispetto agli operatori di altri settori. Più che in altri settori hanno fatto la parte del leone nell`intascare i profitti.

Taliprofitti erano calcolati sulla carta, su base annua, in assenza di valide misure di tutela per il rischio a lungo termine. Le operazioni finanziarie che erano fonte di questi profitti erano in gran parte motivate dalla consapevolezza che si sarebbero tradotte, nel giro dimesi, in enormi bonus da intascare.

«Diciamoci la verità» ha dichiarato John Nelson, nuovo responsabile del mercato assicurativo dei Lloyd`s di Londra alla Bbc qualche giorno fa, «la spinta veniva dai guadagni, come in qualunque altro campo». Al momento del crac i responsabili non hanno fatto altro che uscire di scena, la loro reputazione generale appena scalfita. Che differenza con i banchieri di una volta, soggetti a responsabilità individuale illimitata, nella vecchia flemmatica City dei tempi di mio padre e di mio nonno.

Oppure questi banchieri di oggi hanno continuato ad operare in banche salvate da noi contribuenti. Anche quest`anno torneranno a casa passando davanti ai dimostranti accampati davanti alla cattedrale di St. Paul - con in tasca enormi bonus ingiustificati.

E quando dico ingiustificati intendo proprio che non hanno giustificazione. Continuano a dirci che è indispensabile erogare retribuzioni così alte perché questo minuscolo gruppo disuperuominie superdonne in caso contrario sarebbero allettati ad andare all`estero, Francoforte, New York o Shanghai. Balle. Esistono violinisti, scrittori, imprenditori, tennisti straordinari fantastici, che valgono ogni milione che guadagnano.

Gente come Roger Federer, J.K. Rowling, Steve Jobs, Yehudi Menuhin. Ma i banchieri? Trent`anni fa parecchi miei compagni di università sono diventati banchieri. Senza dubbio erano ragazzi particolarmente brillanti, motivati e volenterosi, masipuò davvero dire che fossero eccezionali, unici, insostituibili? No. Eccezionale era solo la ricchezza che quella particolare profes- sione in quel momento particolare riversava su di loro. Così dopo solo qualche anno uno di loro, davanti a un tavolo ingombro di cataloghi di case di campagna multimilionarie, mi spiegava che la City era stata molto "carina" con lui. Che splendido eufemismo.

Vorrei chiarire che non sostengo, come molti dei dimostranti davanti a St. Paul, l`esigenza di trovare un`alternativa al capitalismo. Serve piuttosto un capitalismo alternativo, più in stile scandinavo che da battello-casinò. Non dico che la beneficenza individuale risolvaiproblemidibase.

Perfar questo è necessario un cambiamento strutturale: unabarriera se non la separazione totale tra banche ordinarie e banche di investimento (che possano così tranquillamente fallire), norme di recupero fiscale sui bonus che si dimostrino ingiustificati, imposte sulle transazioni finanziarie, e così via. E non voglio neanche dire che queibanchieri fossero cattiva gente. Di fronte ad una tentazione così organizzata, quanti di noi avrebbero resistito? Dico solo che questiparticolari individui, che sono diventati molto ricchi molto rapidamente a spese altrui come si è scoperto dopo, possono fare qualcosaperdareunamano, e subito. Chiamatela espiazione, se viva. Chiamatelo fare la cosa giusta. Chiamatelo come volete. Ma fatelo. Just do it.

GB : les employés de la City s'inquiètent du fossé entre riches et pauvres

pubblicato 07 nov 2011, 15:25 da wilder1964@alice.it   [ aggiornato il 29 gen 2012, 07:43 da Elisabetta Rossi ]


2011-11-07 15:02

LONDRES, 7 nov 2011 (AFP) - Les trois quarts des employés de la City de Londres, le coeur financier du Royaume-Uni, reconnaissent que le fossé entre riches et pauvres est devenu trop grand au Royaume-Uni, selon une étude publiée lundi à l'initiative de l'Eglise d'Angleterre. Cette étude, portant sur "les valeurs éthiques dans la City", a été menée cet été auprès de 515 banquiers, traders ou dirigeants d'entreprises cotées à la Bourse de Londres. Les deux tiers d'entre eux ont admis que "les salaires et les bonus" constituaient leur motivation principale, loin devant l'intérêt du travail, et 75% pensent que les inégalités entre riches et pauvres sont désormais trop fortes. Une majorité pense aussi que les rémunérations dans leur secteur sont trop élevées, avec des pointes à 66% parmi les traders et 63% chez les dirigeants des grandes entreprises. L'enquête ne précise pas si les sondés estiment que la remarque s'appliquent à eux-mêmes, ou s'ils seraient prêts à accepter une baisse de leurs propres revenus. En outre, un peu plus de la moitié des personnes interrogées pense que la dérégulation des services financiers --opérée à la demande notamment de la City-- a conduit à "un affaiblissement des valeurs éthiques". L'enquête a été réalisée pour le compte de l'Institut Saint Paul, qui dépend de la cathédrale Saint Paul à Londres, située dans la City et devant laquelle campent depuis mi-octobre des dizaines d"'indignés" protestant contre l'emprise de la finance internationale. Le malaise des autorités anglicanes sur l'attitude à adopter à l'égard des manifestants a été mis en évidence par la démission du doyen de Saint-Paul et du chanoine Gilles Fraser. Ce dernier, troisième dans la hiérarchie du lieu de culte, avait déclaré redouter une évacuation manu militari. C'est précisément le chanoine Fraser qui a supervisé l'étude publiée lundi. "Le fait que les échanges financiers dépendent plus désormais de la technologie que de contacts humains pourrait en partie expliquer pourquoi la notion d'obligation morale s'est estompée", écrit-il dans son introduction. "Nous espérons que les résultats de l'enquête mettront en lumière les points principaux sur lesquels les deux camps en présence admettent que des changements sont nécessaires", a affirmé à la presse un autre responsable de la cathédrale, le révérend Michael Hampel. phv/dh/dro AFP

Le multinazionali che dominano il mondo di Gian Luca Mazzella da IlFattoQuotidiano

pubblicato 04 nov 2011, 04:24 da Maurizio Denaro   [ aggiornato il 30 gen 2012, 06:23 da Elisabetta Rossi ]

 
Premetto che l’idea del complotto universale, che tanti affascina, mi richiama alla mente una frase di Karl Popper: “Ammettere la possibilità del complotto significa riconoscere la plasmabilità della Storia da parte della Ragione”.

Ad ogni modo è davvero pertinente uno studio condotto recentemente dall’Eth, il Politecnico federale di Zurigo, ossia una delle migliori università del mondo, cui sono legati una ventina di premi Nobel. Lo studio ha per argomento proprio la rete delle multinazionali (i soggetti più importanti dell’economia odierna) che hanno influenza sulla competizione nel mercato globale e sulla stabilità finanziaria. Ed è il primo studio che ha esaminato sia l’architettura delle proprietà internazionali di tale rete, sia il controllo potenziale di ciascuna multinazionale: ossia l’effettiva influenza degli azionisti nella strategia economica. Giacché finora erano state esaminate solo alcune reti di proprietà, ma trascurando la struttura di controllo a livello globale, o alcuni gruppi economici nazionali. Ed erano state neglette le relazioni di controllo reciproco, dirette e indirette, che sussistono fra le maggiori multinazionali.

Dunque esaminando 37 milioni di entità economiche in 194 paesi, fra persone e aziende, si è arrivati a considerare per importanza 43.060 multinazionali o Tnc (Transnational Corporations), analizzandone le partecipazioni dirette e indirette, ossia tutto il network.

Si è dunque visto che esiste un nucleo di solo 1300 imprese che controlla circa la metà di tutte le multinazionali, e la cui proprietà resta perlopiù nel nucleo stesso, attraverso complicati meccanismi di partecipazione reciproca. Cioè esiste un piccolo gruppo di multinazionali, strettamente connesse, che detengono la maggioranza delle azioni l’una dell’altra: 737 dei maggiori azionisti detengono l’80% del controllo di tutte le più importanti multinazionali. In altri termini, circa 4/10 del controllo di tutte le multinazionali del mondo è in mano (attraverso una rete intricatissima di relazioni e proprietà) a sole 147 multinazionali che hanno il pieno controllo di loro stesse: la maggior parte sono intermediari finanziari. Inoltre le imprese con maggior numero di partecipazioni sono connesse fra di loro, il cosiddetto rich-club phenomenon: i ricchi diventano sempre più ricchi.

Ciò ha diverse e inquietanti implicazioni: da un lato la competizione nel mercato globale è significativamente ridotta dal complesso sistema di partecipazioni reciproche di non molte imprese. Se queste sono legate in maniera diretta o indiretta da partecipazioni azionarie è difficile che si facciano guerra fra loro. Questo non riesce a essere impedito dagli organismi antitrust, in quanto non dispongono degli strumenti analitici e quantitativi per individuare i network globali. Dall’altro lato, al contrario di quanto è stato affermato per anni da non pochi economisti, l’alta concentrazione di interconnessioni fra le istituzioni finanziarie comporta un alto rischio di sistema: il fallimento di un’impresa si può propagare, con effetto domino, in tutto il sistema. Esattamente come è accaduto nell’ultimo crollo finanziario. Sicché ogni crollo finanziario può diventare un’epidemia.

Questa la top 50 dei soggetti economici più influenti al mondo e le sigle delle nazioni d’appartenenza. “Sebbene Stati Uniti e Gran Bretagna dichiarino la necessità di libero mercato” commenta la dr.ssa Stefania Vitali, uno degli autori dello studio “si finisce per avere un network con imprese, perlopiù inglesi e americane, strettamente connesse fra di loro”.

1 Barclays Plc – Gb
2 Capital Group Companies Inc – Us
3 Fmr Corp – Us
4 Axa – Fr
5 State Street Corporation – Us
6 JPMorgan Chase & Co. – Us
7 Legal & General Group Plc – Gb
8 Vanguard Group, Inc., The – Us
9 Ubs Ag – Ch
10 Merrill Lynch & Co., Inc. – Us
11 Wellington Management Co. L.L.P. – Us
12 Deutsche Bank Ag – De
13 Franklin Resources, Inc. – Us
14 Credit Suisse Group – Ch
15 Walton Enterprises Llc – Us
16 Bank of New York Mellon Corp. – Us
17 Natixis – Fr
18 Goldman Sachs Group, Inc., The – Us
19 T. Rowe Price Group, Inc. – Us
20 Legg Mason, Inc. – Us
21 Morgan Stanley – Us
22 Mitsubishi Ufj Financial Group, Inc. – Jp
23 Northern Trust Corporation – Us
24 Société Générale – Fr
25 Bank of America Corporation – Us
26 Lloyds Tsb Group Plc – Gb
27 Invesco Plc – Gb
28 Allianz Se – De
29 Tiaa – Us
30 Old Mutual Public Limited Company – Gb
31 Aviva Plc – Gb
32 Schroders Plc – Gb
33 Dodge & Cox – Us
34 Lehman Brothers Holdings, Inc. – Us
35 Sun Life Financial, Inc. – Ca
36 Standard Life Plc – Gb
37 Cnce – Fr
38 Nomura Holdings, Inc. – Jp
39 The Depository Trust Company – Us
40 Massachusetts Mutual Life Insur. – Us
41 Ing Groep N.V. – Nl
42 Brandes Investment Partners, L.P. – Us
43 Unicredito Italiano Spa – It
44 Deposit Insurance Corporation of Japan – Jp
45 Vereniging Aegon – Nl
46 Bnp Paribas – Fr
47 Affiliated Managers Group, Inc. – Us
48 Resona Holdings, Inc. – Jp
49 Capital Group Internationa, Inc. – Us
50 China Petrochemical Group Co. – C

Quell'abisso fra ricchi e poveri che scatena le crisi globali

pubblicato 01 nov 2011, 16:28 da wilder1964@alice.it   [ aggiornato il 29 gen 2012, 07:42 da Elisabetta Rossi ]


di Massimo Mucchetti, Corriere della sera, 29 ottobre 2011

Ma che mondo è questo nostro nel quale la concentrazione della ricchezza è tale per cui i bonus della Goldman Sachs, anno domini 2009, sono pari al reddito di 224 milioni delle persone più povere del pianeta? Globalizzare produzione e commerci, attorno al dogma della libera circolazione dei capitali, e deregolare le società occidentali, in nome del massimo lucro di manager e azionisti, ha prodotto il sonno del diritto. E come il sonno della ragione di Goya, anche questo genera un mostro: l’eccesso di disuguaglianza.

La cosa non turba il governo né la Bce: basta leggere il loro scambio epistolare, che promette crescita senza un cenno all’equità. E basta guardare l’asta dei Btp, chiusa sopra il 6%, per capire come tanto realismo economicistico rischi di non convincere nemmeno i mercati per i quali è pensato. Come negli anni Trenta, ci vorrebbero pensieri irregolari. Come quelli emersi tra ieri e giovedì, alla Fondazione Cariplo di Milano nel corso della XXIV conferenza internazionale dell’Osservatorio Giordano Dell’Amore, curata dal Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale e dedicata alle disparità economiche e sociali. Un seminario di alto livello al quale — e non è un buon segno — non ha partecipato la Milano dell’economia e dell’accademia, nonostante l’appello di Guido Calabresi e Guido Rossi.

Si usa dire che la globalizzazione ha tolto dalla povertà assoluta alcuni miliardi di persone, la Cina, l’India. Tutto vero. Ma la globalizzazione ha anche fatto saltare i vecchi equilibri. Branko Milanovic, economista tra le università di Belgrado e del Maryland, ne offre l’incendiaria misura nel grafico che pubblichiamo in questa pagina: l’1% più ricco della popolazione mondiale, circa 70 milioni di persone, guadagna quanto gli ultimi 4.275 milioni. A parità di potere d’acquisto, al 10% più ricco va il 55% dei consumi mondiali. Non è un dato naturale né meritocratico, ma un portato di (in)civiltà, ove si consideri che in Germania, dove vige l’economia sociale di mercato e i sindacati siedono nei consigli di sorveglianza delle imprese dai 2 mila dipendenti in su, il 10% più ricco si aggiudica il 25% dei consumi.

Milanovic corregge Marx: nel secolo XIX il conflitto sociale avveniva dentro Paesi relativamente simili; oggi tra aree del mondo. Di un mondo che tecnologia e finanza hanno interconnesso nella convinzione di poterlo dominare, ma che ora cerca di allentare le tensioni attraverso la migrazione dei popoli. Se i nuovi proletari sono i migranti, bastano le leggi Bossi-Fini o i ranger alla frontiera messicana del Texas a tenere assieme le società? Nell’epoca in cui i tre quarti delle disuguaglianze globali dipendono dalle differenze tra Paesi, la prima forma di rendita diventa la cittadinanza d’origine. E questo sul piano sociale spiazza la politica della concorrenza dentro i Paesi del Primo Mondo e tra questi e il resto del pianeta.

La questione della disuguaglianza non è soltanto etica. L’eccesso di disuguaglianza è, al tempo stesso, figlio e padre della follia finanziaria dell’Occidente. La Grande Depressione del 1929 e la Grande Recessione del 2007, osservano Michael Kumhof e Romain Rancière, due economisti del Fondo monetario internazionale, sono state entrambe precedute da una forte e prolungata impennata della disuguaglianza nei redditi e nella ricchezza e, al tempo stesso, da un analogo rigonfiamento dei debiti del ceti medi e bassi. In entrambi i casi, i ricchi hanno usato le risorse eccedenti i loro pur opulenti consumi per finanziare, tramite il sistema bancario, i poveri nei loro acquisti. E i ricchi si sono pure offerti a modello dei consumi di massa, come Luigi XIV lo era per la nobiltà francese del Seicento. Robert Frank, della Cornell University, cita a esempio la superficie media delle nuove case americane che sale dai 1600 piedi quadrati del 1980 ai 2100 del 2001, mentre le paghe ristagnano. Ma se i poveri indebitati non riescono ad avere i redditi aggiuntivi necessari a rimborsare il debito, conclude Lars Osberg, della Dalhouise University di Halifax, il sistema bancario e finanziario si troverà pieno di attività inesigibili. E per salvarlo dovrà intervenire lo Stato, aumentando il debito pubblico.

Vi è dunque, negli Usa, una chiara catena causale tra disuguaglianza, debito, bolle finanziarie e debito pubblico. E l’ Italia? Ne ha parlato a lungo Andrea Brandolini, economista della Banca d’Italia. E tra le tante osservazioni ne ha fatta una controcorrente. Da citare in conclusione.

L’indice Gini (che va da 0 nell’ipotesi che tutto sia equamente diviso tra tutti a 1 nell’ipotesi che tutto sia in mano a una sola persona) è sceso da 0,408 del ’68 a 0,297 del 1982 per poi rimbalzare nei primi anni Novanta e volare a 0,351 nel 2004 salvo ridiscendere un po’ adesso, causa le perdite finanziarie delle classi più alte. Ebbene, in questo quarantennio, il periodo di maggior crescita (oltre il 3% annuo) sono gli anni Settanta che si concludono con il debito pubblico non oltre il 51% del Pil. Questo non basta certo a rendere formidabili quegli anni come vorrebbe Mario Capanna, ma forse non erano nemmeno il male assoluto come molti oggi dicono. Erano anch’essi un passaggio — doloroso e terribile, causa il terrorismo, infine domato dalla politica — così come un passaggio sono gli anni Dieci di questo secolo. Un passaggio ancora irrisolto, causa l’ignavia delle classi dirigenti.

Cittadini, diteci se siete felici

pubblicato 01 nov 2011, 16:21 da wilder1964@alice.it   [ aggiornato il 29 gen 2012, 07:41 da Elisabetta Rossi ]


Le dieci domande di Cameron (da Repubblica, 1 novembre 2011, Enrico Franceschini)

LONDRA - Il governo britannico non vuole soltanto il voto ovvero il sostegno dei suoi cittadini. Vuole anche che siano felici: certo ragionando che non c'è un sostenitore più fedele di quello che si alza la mattina contento della propria vita. Per questo il primo ministro David Cameron ha deciso di lanciare un "sondaggio sulla felicità", con una lista di dieci domande da inviare a tutti gli abitanti del Regno Unito per misurarne per l'appunto "l'indice della felicità".

Siete soddisfatti della vostra vita? Siete soddisfatti di vostra moglie (o di vostro marito)? Come giudicate la vostra salute fisica e mentale? Avete un lavoro e ne siete soddisfatti? Siete contenti di vivere nel vostro quartiere e avete paura del crimine? Siete soddisfatti del vostro salario? Avete ricevuto una buona istruzione? Vi fidate dei politici nazionali e locali? Queste sono le principali domande del sondaggio, cui se ne aggiungono altre sullo stato dell'economia e dell'inquinamento, le cui risposte provengono dalle statistiche ufficiali.

Lo stato ha speso due milioni di sterline e impiegato un anno per preparare questa iniziativa. L'opposizione afferma che è una perdita di denaro e di tempo. Ma Cameron, accogliendo le raccomandazioni di due premi Nobel per l'Economia (Joseph Stiglitz e Amartya Sen), è convinto che il progresso di un paese non si misura soltanto in termini di prodotto interno lordo e tasso di disoccupazione, bensì anche su come e quanto i cittadini sono in grado di godersi la vita. Un modo per portare in Europa quel "diritto alla felicità" che un popolo più ottimista, e forse anche un po' più ingenuo, come gli americani hanno voluto scrivere nella propria carta costituzionale.

Il problema è che le "dieci domande sulla felicità" sono state pubblicate proprio nel giorno in cui escono nuove cifre sull'andamento ancora poco incoraggiante dell'economia. I maligni dicono che il premier spera di nascondere la stagnazione e quasi recessione economica con tanti bei discorsi sulla futura felicità e sul necessario ottimismo per raggiungerla. Gli scettici commentano che, per quanto Cameron sia bene intenzionato, le risposte degli inglesi al sondaggio potrebbero fargli passare la voglia di farne un altro.

DISPARITÀ ECONOMICHE E SOCIALI: CAUSE, CONSEGUENZE E RIMEDI

pubblicato 31 ott 2011, 06:50 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato il 29 gen 2012, 07:40 da Elisabetta Rossi ]


La crescente disuguaglianza nella distribuzione del reddito nella maggior parte dei paesi industrializzati è un fenomeno sempre più attuale. La Conferenza intende esaminare le cause e le conseguenze del fenomeno, nonché i rimedi possibili. Si pone, inoltre, l’obiettivo di analizzare le cause, sia secondo la teoria economica tradizionale, che valutando l’effetto della globalizzazione dell’economia e della crisi finanziaria.

Le conseguenze dell’incremento del fenomeno, da noi considerate, comprendono l’insorgenza di conflitti, rivolte, disordini a livello politico e sociale, aumento della criminalità, incremento della discriminazione sociale, nuove forme di povertà e creazione, in alcune città di gruppi polarizzati in conflitto tra loro.

Si concluderà con la proposta di possibili interventi di politica economica per combattere il fenomeno in situazioni caratterizzate da una forte carenza di risorse.

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