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Le politiche della disuguaglianza: Atkinson, Piketty e Stiglitz all'International Inequalities Institute di LSE

pubblicato 02 gen 2016, 12:35 da Elisabetta Rossi

Mike SavageJohn HillsIl nuovo Istituto Internazionale per le Disuguaglianze della London School of Economics ha ospitato eventi con tre dei maggiori pensatori nel campo della disuguaglianza: Tony Atkinson, Thomas Piketty e Joseph Stiglitz. In questo articolo, Mike Savage e John Hills discutono quanto è emerso dagli eventi e sostengono che le politiche sulla disuguaglianza diventeranno senza dubbio via via più centrali nel dibattito pubblico. 

E' evidente che la politica che affronta la disuguaglianza e la redistribuzione è un tema che contraddistingue il nostro tempo. In una era si acuiscono sempre più rapidamente differenze di ricchezza, specialmente quelle tra i pochissimi percentili del vertice ed il resto della popolazione,  siamo di fronte a domande fondamentali sulla possibilità che il capitalismo globale possa andare a beneficio dei tanti invece che dei pochi. Movimenti sociali come Occupy hanno come non mai messo sotto esame le fiorenti fortune dei super ricchi. Proposte di imporre ai ricchi una tassazione più elevata sono oggi dibattute più diffusamente che in qualsiasi altro momento degli ultimi decenni.

Eppure i risultati delle elezioni politiche britanniche del 2015 hanno mostrato che le politiche sulla disuguaglianza agiscono in maniera complessa. Da un lato, il successo del Green Party e (soprattutto) del SNP (Scottish National Party - Partito Nazionalista Scozzese) ci hanno mostrato come politiche redistributive possono strappare un numero notevole di voti dal molto più timido Partito Laburista, e soprattutto dai Democratici Liberali la cui proclamata politica ridistributiva,  era inconsistente con la partecipazione al governo di coalizione. Dall'altro lato, una maggioranza assoluta dei votanti hanno sostenuto o i Conservatori o lo UKIP che entrambe proponevano di diminuire ancora di più le tasse per i ricchi.

E' in questi tempi sorprendenti che l' International Inequalities Institute (III) della LSE (London School of Economics) ha aperto il 1 maggio. Nelle prime tre settimane della nostra esistenza, abbiamo ospitato conferenze di tre dei più importanti economisti del mondo – Tony AtkinsonThomas Piketty e Joseph Stiglitz – che hanno posto la questione della disuguaglianza al centro del loro lavoro, siamo quindi in grado di tirare alcune delle fila del discorso che dovremo seguire nel futuro.

Un primo punto è evidente. Questo è un periodo sorprendentemente fertile in cui la teoria economica sulla disuguaglianza sta mostrando eccezionale creatività e sta raccogliendo un pubblico sempre più vasto sia dentro che fuori dal mondo accademico. Atkinson è il decano della disciplina - il mentore a cui Piketty si inchina e che Stiglitz venera. Eppure, se per molti versi è molto economicistico come economista, nel suo nuovo libro "Disuguaglianza: cosa si può fare ?" , mostra una ferrea determinazione a rivolgersi ad un pubblico più vasto che vuole proposte politiche concrete per affrontare la disuguaglianza crescente. Atkinson mostra brillantemente come alcune proposte specifiche - che vanno dalla introduzione di politiche salariali nazionali fino ad una tassazione più progressiva - potrebbero fare una differenza comunque tangibile. Molte delle sue proposte ci ricordano un vecchia era della socialdemocrazia, ma lui dimostra che questi programmi non hanno perso nulla della loro rilevanza: infatti il suo è fondamentalmente un resoconto altamente contemporaneo di come [tali programmi] siano necessari per affrontare la disuguaglianza e la giustizia sociale senza danneggiare la prosperità economica nel suo complesso.

Il fascino di Thomas Piketty è in qualche modo diverso. In modo unico e eccezionale ha saputo trovare i mezzi per coinvolgere studiosi di scienze sociali attraverso le barriere delle diverse discipline. Esprimendo subito una posizione decisamente critica degli approcci troppo restrittivi all'economia, si presenta come uno storico oltre che un economista. Anche se non tutti sono d'accordo con tutti i passaggi della sua analisi, c'è unanime consenso sul fatto che i suoi resoconti ricchi e descrittivi sulle variazioni dei volumi del capitale e sulla loro relazione al reddito nazionale, per due secoli e oltre, sarà forse il più fondamentale contributo alle scienze sociali nei recenti decenni. Accurata ed esauriente nei dettagli, [l'opera] che ricorda i migliori studi storici, sarà una essenziale piattaforma per future ricerche di antropologi, sociologi, politologi ed altri.

Entro sei mesi dalla pubblicazione del suo libro, il  British Journal of Sociology ha pubblicato un numero speciale dedicato ai coinvolgimenti interdisciplinari con il suo lavoro. Non si era più vista una tale sorprendente fecondazione incrociata tra discipline dai tempi in cui i dibattiti Marxisti avevano pervaso le scienze sociali tra gli anni '60 ed i '70. E' apparso evidente durante la giornata-evento dedicata a lui che la ricchezza empirica del Capitale nel XXI Secolo solleva domande fondamentali sulla spazialità, il tempo e la temporalità; sul rapporto tra analisi quantitativa e qualitativa; su genere, famiglie, demografia e disuguaglianza. E' inoltre emerso con grande chiarezza, durante la sua visita ad LSE, il rifiuto da parte di  Piketty  del ruolo dell'economista come scienziato più "rigoroso" o "sapiente" degli studiosi di altre discipline, a la sua straordinaria generosità nell'accogliere intuizioni dall'intero spettro delle scienze sociali. Perfino nelle aree in cui il suo lavoro ha bisogno di essere esteso, come rispetto alle disuguaglianze di genere o di gruppo etnico (come discusso da Seguino, Kabeer e Mackenzie durante l'evento di Piketty l'11 Maggio 2015),  si dimostra recettivo ad ulteriori analisi. In questo modo, il suo contributo potrà essere fondamentale per mettere in discussione la compartimentazione delle scienze sociali che ci affligge nel presente.

Stiglitz è ancora diverso. Come vincitore di premio Nobel, scrive con piena autorità accademica e enorme rispetto da parte di tutta la disciplina dell'Economia, ma negli ultimi dieci anni ha sempre più cercato di ritagliarsi il ruolo dell'intellettuale pubblico, di attivo partecipante al dibattito pubblico e sui media. Così ha esplorato come il concetto dell'1% possa essere identificato come un preciso agente politico ed economico, ed ha sostenuto che cambiamenti politici possono produrre differenze nella disuguaglianza.

Le interazioni avvenuti all'III hanno anche mostrato differenze tra questi autori, specialmente rispetto al ruolo che i programmi possono svolgere nell'affrontare la disuguaglianza. In una parte molto avvincente del suo discorso Stiglitz ha contestato la oramai famosa formula di Piketty r>g secondo cui il tasso della rendita del capitale deve nel lungo periodo superare la crescita economica, portando così alla tendenza di base del capitalismo verso una crescente disuguaglianza. Il punto di vista di Stiglitz, riflesso per certi aspetti anche da Atkinson, è che nei fatti non sia necessario che il tasso di rendita superi la crescita.

Una altro punto di divergenza tra loro è sull'attendersi che la rendita marginale sul capitale vada diminuendo o meno nel lungo periodo - Stiglitz ritiene che la analisi economica indica che diminuirà. ma Piketty rileva che questo non corrisponde alle osservazioni reali sui dati di lungo periodo.

Stiglitz inoltre diverge da Piketty nell'uso che quest'ultimo fa delle parole "capitale" e "ricchezza" per indicare il medesimo concetto, portando ad una differente visione di come uno interpreta la rendita sulla ricchezza personale che ha un riflesso sulla capacità di catturare rendite future (ma che non viene registrata come controbilanciamento in "ricchezza negativa" di coloro che tali rendite debbono pagare).

Certamente Piketty invita a queste critiche per via del suo riferirsi alle "leggi fondamentali" del capitalismo, ma senza dubbio negherebbe che gli venisse attribuito che la politica non è importante. Vedrebbe nella legge r > g solamente una tendenza che può essere corretta attraverso efficaci interventi politici - come quelli occorsi nei decenni della metà del XX secolo, ed in realtà il  Il Capitale nel XXI secolo presenta un chiaro ed evidente appello programmatico nel suo argomentare in favore di una tassa patrimoniale. Ha ulteriormente sottolineato in un recente articolo sul British Journal of Sociology che vede la politica come essenziale.

D'altronde, i punti generici sollevati da Stiglitz si mescolano anche con quelli forniti da Bob Rowthorn, Wendy Carlin and David Soskice nei loro articoli riguardo all'evento dell'III con Piketty (ed anche dall'articolo BJS di Soskice). Sostengono che molto del recente aumento del capitale (in rapporto al reddito nazionale) rilevato da Piketty è dovuto a ricchezza impegnata in immobili, per cui l'aumento di valore deve essere interpretato come dovuto alla particolare valutazione inflazionata dei prezzi delle risorse immobiliari nel capitalismo contemporaneo, piuttosto che non una generale tendenza ad r > g. Stiglitz utilizza queste argomentazioni per sostenere come il ruolo delle rendite - che dipendono da monopoli collegati a processi politici - sia fondamentale per capire l'aumento dei patrimoni di quelli dell'1%

Sarebbe interessante vedere la risposta di Piketty a questi punti (purtroppo, un ritardo del treno Eurostar, l'ha fatto arrivare in ritardo per ascoltare le presentazioni di Rowthorn, Carlin e Soskice!) Comunque, si possono dire molte cose in difesa del suo utilizzo di un concetto ampio di capitale, e dell'idea che ha una tendenza di massima ad accumularsi.  

Studi recenti di analisi sociologica (compresi quelli condotti da Mike Savage) sostengono che i concetti di capitale, come quelli usati da Bourdieu, si prestano potenzialmente a descrivere la diseguaglianza sociale con sensibilità storica maggiore. Ed attraverso questa mossa, si apre la possibilità di uno spostamento di focalizzazione della analisi della disuguaglianza, secondo cui il fuoco non è più su gruppi categorici, definiti trasversalmente, ma sulla attenzione alle sfumature ed ai processi temporali, compresi quelli al lavoro nel corso di singole vite o nei passaggi intergenerazionali. Questo è un tema che entra in risonanza con il nostro lavoro recente, con Good times, bad times di John Hills e con Social class in the 21st century a cui ha collaborato Mike Savage, dove si sostiene che si deve mettere al centro della scena la sequenza temporale ed [il processo di] accumulazione della ricchezza

Questa estensione dell'analisi della disuguaglianza è basilare a capire perché non ci sia maggiore opposizione da parte del pubblico alle disuguaglianze sempre crescenti. Ecco una domanda a cui Stiglitz non risponde: se il governo è (nelle sue stesse parole)  ‘of the 1 per cent, by the 1 per cent, for the 1 per cent’ [dall'1% dell'1% per l'1%], allora perché gli altri del 99% non si preoccupano di più di metterlo in discussione e contrastarlo? E' in questa direzione che noi pensiamo che allargare la nostra comprensione della disuguaglianza per includere il capitale culturale e sociale, il potere dei processi simbolici, e restando sensibili al ruolo dello spazio e del tempo nel dar forma alle percezioni ed alle esperienze, pensiamo si possano fare maggiori progressi nella nostra comprensione.

Queste discussioni diventeranno senza dubbio più prevalenti negli anni prossimi, e siamo felici che l'Istituto sia già un luogo centrale per farle avvenire. Su una cosa non ci sono dubbi. La politica della disuguaglianza assumerà sempre più una posizione centrale nel dibattito pubblico - ed il III si troverà in una posizione privilegiata per contribuire a e dirigere queste correnti.

Nota: Questo articolo presenta unicamente le opinioni degli autori, e non la posizione del Blog su British Politics and Policy, ne della London School of Economics. 

Gli Autori

Mike SavageJohn HillsMike Savage e John Hills sono Co-Direttori del International Inequalities Institute della London School of Economics (LSE) .

 

 

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