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Neoliberismo: la storia profonda che sta dietro al trionfo di Donald Trump

pubblicato 14 nov 2016, 16:15 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 15 nov 2016, 12:52 ]

Come una rete senza scrupoli di ideologi super-ricchi hanno eliminato ogni possibilità di scelta e distrutto la fiducia della gente nella politica.

di George Monbiot (Traduzione da articolo apparso su The Guardian)

Gli eventi che hanno portato alla elezione di Trump sono iniziati in Inghilterra nel 1975. In una riunione pochi mesi dopo che Margaret Thatcher era diventata capo dei Conservatori, mentre uno dei suoi colleghi stava spiegando quelli che secondo lui erano i principi cardine del conservatorismo, si dice che lei aprì di scatto la borsa, ne tirò fuori un libro spiegazzato, e lo sbatté sul tavolo. "Ecco quello in cui credo", disse. Era cominciata una rivoluzione politica che avrebbe dilagato in tutto il mondo.  

Quel libro era La società libera (The Constitution of Liberty) di Friedrich von Hayek. La sua pubblicazione nel 1960 aveva segnato la transizione da una filosofia onesta, anche se estremista ad un vero e proprio racket. La filosofia fu chiamata neoliberismo. Vedeva nella competizione la caratteristica fondamentale delle relazioni umane. Il mercato avrebbe rivelato una naturale gerarchia di vincitori e perdenti, creando un sistema più efficiente di quanto potesse essere mai messo a punto con pianificazione e progettazione. Qualsiasi cosa che potesse intralciare questo processo, come tasse rilevanti, regolamentazione, attività sindacale, o prestazioni dello stato, sarebbe stato controproducente. Gli imprenditori liberi da ogni restrizione avrebbero creato la ricchezza che sarebbe discesa gocciolando su tutti.

Almeno questa era la concezione originaria. Ma fin dal tempo in cui Hayek scriveva La società libera, la rete di lobbisti e pensatori che lui aveva fondato veniva profusamente finanziata da multimiliardari che vedevano la dottrina come un mezzo per difendersi dalla democrazia. Non tutti gli aspetti del programma neo-liberale favorivano i loro interessi.  Hayek, a quanto pare, si proponeva di colmare questo divario.

Inizia il suo libro propugnando la libertà nella concezione più ristretta possibile: quella di assenza di coercizione. Rigetta ogni nozione di libertà politica, di diritti universali, di uguaglianza tra esseri umani e di distribuzione della ricchezza, perché tutte [queste idee - n.d.t.], ponendo dei limiti ai comportamenti dei ricchi e potenti, si intromettono nella libertà assoluta da ogni coercizione che [Hayek - n.d.t.] esige. La democrazia, al contrario, "non è un valore assoluto e fondamentale". In effetti, la libertà dipende dall'impedire che la maggioranza possa scegliere la direzione da prendere in politica e nella società. 

[Hayek - n.d.t.] giustifica questa posizione creando una narrativa eroica sulla ricchezza estrema. Confonde le elite economiche, che spendono i loro soldi in nuovi modi, con i pionieri del pensiero e delle scienze. Così come il filosofo politico deve essere libero di pensare l'impensabile, anche il super ricco dovrebbe essere libero di fare l'infattibile, senza costrizioni imposte dall'interesse pubblico o dall'opinione pubblica. 

Gli ultra ricchi sono degli "esploratori" che, "sperimentando nuovi stili di vita", aprono nuovi sentieri che il resto della società poi seguirà. Il progresso della società dipende dalla libertà di questi "indipendenti" di raccogliere tutto il denaro che vogliono e di spenderlo come desiderano. Tutto ciò che è buono ed utile, scaturisce quindi dalla disuguaglianza. Non ci dovrebbe essere alcun rapporto tra merito e ricompensa, nessuna distinzione tra reddito da lavoro e quello da capitale, e nessun limite alle rendite che possono percepire. 

La ricchezza ereditata è più utile alla società di quella guadagnata: i "ricchi oziosi", che non devono lavorare per ottenere il loro denaro, possono dedicarsi ad influenzare i "campi del pensiero e dell'opinione, dei gusti e delle convinzioni". Anche quando sembrano spendere i loro soldi in null'altro che "ostentazione senza scopo", stanno in effetti agendo come l'avanguardia della società.

Hayek ammorbidiva la sua opposizione ai monopoli ed induriva la sua opposizione ai sindacati.  Biasimava la tassazione progressiva ed ogni tentativo da parte dello stato di innalzare il benessere generale dei cittadini. Insisteva sul fatto che ci fosse "un caso schiacciante contro un servizio sanitario gratuito per tutti" e respingeva la conservazione delle risorse naturali. Che gli sia stato dato il premio Nobel per l'economia, non dovrebbe essere una sorpresa per chi segue queste cose.

Quando la Thatcher sbatté il suo libro sul tavolo, si era già formata di qua e di là dall'atlantico una vivace rete di think tank, di lobbisti ed accademici che promuovevano le dottrine di Hayek, profusamente finanziati da alcuni delle persone e delle grandi aziende più ricche del mondo, tra cui DuPont, General Electric, la Coors Brewing Company [multinazionale della birra - n.d.t.], Charles Koch, Richard Mellon Scaife, Lawrence Fertig, il fondo William Volker e la fondazione Earhart.  Usando la psicologia e la linguistica con effetti brillanti, i pensatori che questi sponsor finanziavano, trovarono le parole e le argomentazioni per trasformare l'inno di Hayek alla elite in un programma politico plausibile.

Fotografia: Bettmann/Bettmann Archive
Le ideologie sposate da Margaret Thatcher e da Ronald Reagan erano solo due facce del neoliberismo.
Il Thatcherismo ed il Reaganismo non erano ideologie a se stanti a pieno titolo: erano semplicemente due facce del neoliberismo. I loro massicci tagli delle tasse per i ricchi, lo schiacciamento dei sindacati, la riduzione delle case popolari, la deregolamentazione, la privatizzazione, l'esternalizzazione e la concorrenza nei servizi pubblici, erano tutte cose proposte da Hayek e dai suoi discepoli. Ma il vero trionfo di questa rete non è stato tanto l'avere conquistato la destra, ma la colonizzazione di partiti che un tempo rappresentavano tutto ciò che Hayek detestava.
Bill Clinton e Tony Blair non possedevano una propria narrativa. Invece di sviluppare un nuovo racconto politico, pensavano che bastasse triangolare. In altre parole, estrassero pochi elementi da ciò che un tempo i loro partiti avevano creduto, li mescolarono con elementi di ciò che credevano i loro oppositori, e da questa improbabile combinazione svilupparono una "terza via". 
Era inevitabile che la sfavillante e rivoluzionaria baldanza del neoliberismo esercitasse un'attrazione gravitazionale più forte di quella della stella morente della social democrazia. Il trionfo di Hayek poteva vedersi ovunque dall'espansione data da Blair alla Private Finance Initiative [iniziativa di finanziamenti privati - n.d.t.]  all'abrogazione da parte di Clinton della legge Glass-Steagal, che regolamentava il settore finanziario. Pur con tutta la sua grazia ed il suo tatto, Barack Obama, anche lui privo di una narrativa propria (eccetto quella della "speranza"), è stato lentamente catturato nella rete di coloro che controllavano i mezzi di persuasione.me
Come avevo già detto in aprile, la conseguenza è stata prima la perdita di ogni potere e poi anche del diritto di essere rappresentati. Se l'ideologia dominante impedisce ogni impatto sociale dei governi, questi non sono più in grado di rispondere ai bisogni dell'elettorato. La politica diventa irrilevante nella vita della gente; il dibattito politico viene percepito come il blaterare di una elite distante. Gli emarginati [dalla politica - n.d.t.] ricorrono invece ad una anti-politica virulenta in cui fatti ed argomentazioni sono rimpiazzati da slogan, simboli e sensazioni. L'uomo che ha affondato la candidatura di Hillary Clinton alla presidenza non è stato Donald Trump. E' stato suo marito.
Il risultato paradossale è stato che la reazione violenta contro la frantumazione di ogni scelta politica generata dal neoliberismo ha elevato proprio il tipo di uomo che Hayek venerava. Trump, che non ha una politica coerente, non è un neoliberista classico. Ma è il perfetto esemplare di un "indipendente" di Hayek; il beneficiario di ricchezza ereditata, non vincolato dalla morale comune, le cui volgari predilezioni aprono un nuovo sentiero che altri potrebbero seguire. I pensatori dei think-tank neoliberisti brulicano ora attorno a questo uomo vacuo, questo vaso vuoto in attesa di essere riempito da coloro che sanno cosa vogliono. Il risultato più probabile è la demolizione di ogni nostra rimanente decenza, a partire dagli accordi per limitare il riscaldamento globale.
Quelli che raccontano le storie governano il mondo. La politica ha fallito per mancanza di una narrativa alternativa. Il compito principale adesso è di raccontare una storia nuova di cosa significa essere umani nel XXI secolo. E deve essere avvincente sia per alcuni di quelli che hanno votato per Trump e per il Ukip così come per i sostenitori di Clinton, Bernie Sanders o Jeremy Corbyn.
Alcuni di noi stanno già lavorando su questo, e riescono a individuare quale potrebbe essere l'inizio di una narrativa. E' ancora troppo presto per dire gran ché, ma nel suo nucleo centrale c'è il riconoscimento che - come la psicologia e le neuroscienze moderne hanno reso più che evidente - gli esseri umani, in confronto a qualsiasi altro animale, sono sia straordinariamente sociali che straordinariamente altruisti. L'atomizzazione ed il comportamento egoista che il neoliberismo promuove sono in contraddizione con molte delle cose che costituiscono la natura umana.
Hayek ci ha raccontato chi siamo, e si sbagliava. Il nostro primo passo deve essere di rivendicare la nostra umanità.

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Sottotitoli contro il TTIP

pubblicato 11 mag 2016, 10:55 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 28 mag 2016, 02:19 ]

Cosa è il TTIP ?

Cosa è il CETA ?

Cosa è l'ISDS ?

Sei risposte a chi rimane scettico su Bernie Sanders

pubblicato 19 gen 2016, 09:42 da Elisabetta Rossi

Post apparso sul Blog di Robert Reich - Sabato 16 gennaio 2016

1. “Non vincerebbe mai contro Trump o contro Cruz  nelle elezioni presidenziali.”

Sbagliato. Secondo i sondaggi più recenti, Bernie è il candidato democratico più forte nelle elezioni generali e sconfiggerebbe sia Donald Trump che Ted Cruz in ipotetici confronti. (Secondo le ultime  medie di tutti i sondaggi aggregate da Real Clear Politics, Bernie batterebbe Trump con più margine di quello che otterrebbe Hillary contro Trump, e Bernie vincerebbe anche contro Cruz mentre Hillary non ce la farebbe.)

2. “Non potrebbe implementare nessuna delle sue idee perché il Congresso le respingerebbe tutte.”

Se entrambe le camere del Congresso rimanessero in mano ai Repubblicani, nessun Democratico potrebbe fare approvare molte leggi al Congresso, e dovrebbe invece affidarsi ad ordini e regolamenti esecutivi. Ma strappare le camere ai repubblicani, diventa molto più probabile se la "rivoluzione politica" di Bernie continua a crescere in America trascinando con se milioni di giovani ed altri elettori  con un nuovo interesse per la politica .

3. “L'America non eleggerebbe mai un socialista.”

P-e-r- -f-a-v-o-r-e. Tra i programmi di maggiore successo e quelli più amati in America ci sono quelli di assicurazione sociale – Social Security e Medicare. Le strade sono una spesa sociale condivisa e pubblica, come lo sono le spese militari, quelle per i parchi pubblici e per la scuola. Il problema è che noi abbiamo oggi un eccesso di "socialismo" a favore dei ricchi (bailout di Wall Street, sussidi per le grandi aziende agricole e farmaceutiche, la monopolizzazione delle aziende delle comunicazioni via cavo e dei giganti della assicurazione sanitaria, enormi vantaggi e deduzioni fiscali per i grandi manager) – tutte cose che Bernie vuole combattere ed eliminare.

4. “La sua proposta di un sistema sanitario interamente a carico della spesa pubblica, costerebbe troppo e costringerebbe ad alzare le tasse sui ceti medi.”

Questo è un ragionamento manipolatore. Ci sono  studi che dimostrano che un sistema sanitario basato solo sulla spesa pubblica sarebbe molto meno costoso dell'attuale sistema, che si affida a assicurazioni sanitarie private e con obiettivi di profitto,  infatti un sistema pubblico non dovrebbe spendere enormi somme in pubblicità, marketing, stipendi per i grandi manager e per la fatturazione. Così, anche se il programma di sanità pubblica di Sanders richiedesse qualche aumento nelle imposte, gli americani comunque avrebbero un vantaggio netto perché risparmierebbero molto non dovendo più pagare una assicurazione sanitaria privata.

5. “Il suo progetto di sovvenzionare l'università tassando le operazioni a Wall Street sottoporrebbe le università alle regole dettate dal governo.”

Palle. Tre quarti degli studenti universitari di oggi già frequentano università pubbliche per lo più finanziate dai governi degli stati, eppure non sono amministrate da quei governi. Il problema vero è che troppi ragazzi non possono permettersi una laurea. La transizione verso una istruzione universitaria pubblica e gratuita, che era iniziata negli anni '50 con il "G.I. Bill" [legge per il reinserimento dei reduci della seconda guerra mondiale che prevedeva anche sovvenzioni per gli studi universitari]  e che era poi proseguita per estensione durante gli anni '60, si è bruscamente arrestata negli anni '80. Adesso dobbiamo riavviarla. 

6. “E' troppo vecchio.”

Falso. Gode di ottima salute. Non vedete come è agile e forte nella sua campagna in giro per il paese?  Oggi i settantenni sono come i sessantenni di un tempo.  (Lui è più giovane di quattro dei nove giudici della corte suprema.) In ogni caso, il problema non è l'età; è nell'avere i valori giusti. FDR [Franklin Delano Roosevelt] era paralizzato, e JFK [John Fitzgerald Kennedy] soffriva sia del morbo di Addison che di quello di Crohn, eppure sono stati grandi presidenti perché hanno combattuto risolutamente per la giustizia sociale ed economica.

Il Grande Malessere Continua

pubblicato 4 gen 2016, 16:21 da Elisabetta Rossi

Photo of Joseph E. Stiglitz

 

Joseph E. Stiglitz, Premio Nobel per l'economia e professore alla Columbia University, è stato a capo del gruppo di consulenti per l'economia del Presidente Bill Clinton e ha servito come Vice President Senior e come Economista Capo della Banca Mondiale...  continua ..

    NEW YORK – 3 gennaio 2016  

Il 2015 è stato un anno difficile in tutto il mondo. Il Brasile è caduto  in recessione. L’economia cinese ha sperimentato il suo primo calo serio dopo quasi quattro decenni di crescita incessante. L’Eurozona è riuscita a evitare il tracollo della Grecia ma la sua quasi stagnazione ha continuato, contribuendo a quello che sicuramente sarà considerato come un decennio perduto. Per gli Stati Uniti, il 2015 doveva essere l'anno in cui finalmente chiudere il libro sulla Grande Recessione iniziata già nel 2008; invece, la ripresa degli Usa è stata mediocre.

Infatti, Christine Lagarde, capo del Fondo Monetario Internazionale, ha definito lo stato attuale dell'economia globale come il Nuovo Mediocre. Altri, rifacendosi al profondo pessimismo dopo la fine della seconda guerra mondiale, temono che l'economia globale possa scivolare nella depressione, o almeno in una stagnazione prolungata.


All'inizio del 2010, ho scritto nel mio libro Freefall, che descrive gli eventi che portarono alla Grande Recessione, che senza le risposte adeguate, il mondo rischia di scivolare in quello che ho chiamato un Grande Malessere. Purtroppo avevo ragione: non abbiamo fatto ciò che era necessario, e siamo finiti esattamente dove ho temuto che finissimo.

L'economia di questa inerzia è facile da capire, e ci sono rimedi facilmente disponibili. Il mondo deve affrontare una carenza di domanda aggregata, causata da una combinazione di crescente disuguaglianza e di un'ondata insensata di austerità fiscale. Chi sta in cima spende molto meno di chi sta in basso, in modo che mentre il denaro aumenta, la domanda scende. E paesi come la Germania, che mantiene costantemente eccedenze verso l'estero, stanno contribuendo in maniera significativa al problema chiave della domanda globale insufficiente.

Allo stesso tempo, gli Stati Uniti soffrono di una forma più lieve di austerità fiscale che prevale in Europa. Infatti, negli Usa sono state impiegate nel settore pubblico circa 500.000 persone in meno rispetto al periodo pre-crisi. Con l'espansione normale in materia di occupazione del settore pubblico a partire dal 2008, ci sarebbero stati due milioni in più.

Inoltre, gran parte del mondo si sta confrontando - a fatica – con la necessità di una trasformazione strutturale: dalla produzione ai servizi in Europa e in America, e da una crescita guidata dalle esportazioni ad un’economia trainata dalla domanda interna in Cina. Allo stesso modo, la maggior parte delle economie basate sulle risorse naturali in Africa e America Latina non è riuscita a sfruttare il boom del prezzo delle materie prime sostenuto dall’intento della Cina di creare un'economia diversificata; ora si trovano ad affrontare le conseguenze della depressione dei prezzi sulle loro principali esportazioni. I mercati non sono stati in grado di effettuare tali trasformazioni strutturali facilmente da soli.

Ci sono enormi esigenze globali insoddisfatte che potrebbero stimolare la crescita. Le infrastrutture da sole potevano assorbire migliaia di miliardi di dollari di investimenti, e questo vale non solo nel mondo in via di sviluppo, ma anche negli Stati Uniti, che hanno investito in maniera insufficiente nelle infrastrutture di base per decenni. Inoltre, il mondo intero ha bisogno di aggiornarsi per affrontare la realtà del riscaldamento globale.

Mentre le nostre banche sono tornate a un discreto stato di salute, esse hanno dimostrato che non sono adatte a realizzare il loro scopo. Esse si distinguono nello sfruttamento e nella manipolazione del mercato; ma hanno fallito nella loro funzione essenziale di intermediazione. Tra i risparmiatori a lungo termine (ad esempio, i fondi sovrani e quelli di risparmio per la pensione) e gli investimenti a lungo termine nelle infrastrutture spicca il nostro miope e disfunzionale settore finanziario.

L'ex Presidente della Federal Reserve Ben Bernanke ha detto una volta che il mondo soffre di un "eccesso di risparmio". Ciò sarebbe avvenuto se i risparmi del mondo fossero stati investiti nelle case scadenti del deserto del Nevada. Ma nel mondo reale, vi è una carenza di fondi; anche progetti con alti rendimenti sociali spesso non riescono a ottenere il finanziamento.

L'unica cura per il malessere del mondo è un aumento della domanda aggregata. La lungimirante redistribuzione del reddito avrebbe aiutato, come farebbe una profonda riforma del nostro sistema finanziario - non solo per evitare di infliggere danni a tutti noi, ma anche per far sì che le banche e le altre istituzioni finanziarie facciano ciò che si suppone debbano fare: abbinare i risparmi a lungo termine alle esigenze di investimento a lungo termine.

Ma alcuni dei problemi più importanti del mondo richiederanno investimenti pubblici. Tali esborsi sono necessari per infrastrutture, istruzione, tecnologia, ambiente, e per facilitare le trasformazioni strutturali necessarie in ogni angolo della terra.

Gli ostacoli che l’economia globale affronta non sono radicati nell’economia, ma nella politica e nell'ideologia. Il settore privato ha creato la disuguaglianza e il degrado ambientale con cui dobbiamo fare i conti oggi. I mercati non saranno in grado di risolvere questi ed altri problemi critici che hanno creato, o ripristinare la prosperità, per conto proprio. Sono necessarie politiche governative attive.

Ciò significa superare il feticismo di deficit. Ha senso per paesi come gli Stati Uniti e la Germania che possono prendere in prestito denaro a tassi di interesse reali a lungo termine negativi per fare gli investimenti che sono necessari. Allo stesso modo, nella maggior parte degli altri paesi, i tassi di rendimento degli investimenti pubblici superano di gran lunga il costo dei fondi. Per quei paesi il cui debito è vincolato c'è una via d'uscita, sulla base del principio di lunga tradizione del moltiplicatore di pareggio di bilancio: un aumento della spesa pubblica accompagnata da maggiori imposte stimola l'economia. Purtroppo, molti paesi, tra cui la Francia, sono impegnati in contrazioni del pareggio di bilancio.

Gli ottimisti dicono che il 2016 sarà migliore del 2015. Questo potrebbe rivelarsi vero, ma solo impercettibilmente. Se non affronteremo il problema di una insufficiente domanda aggregata globale, il Grande Malessere continuerà.


Read more at https://www.project-syndicate.org/commentary/great-malaise-global-economic-stagnation-by-joseph-e--stiglitz-2016-01/italian#PUS7q79V7hI7GoVu.99

Il sogno dal 1890: Perché il vecchio Mutualismo sta ritornando

pubblicato 3 gen 2016, 08:39 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 4 gen 2016, 03:43 ]

I valori di questa generazione di lavoratori intellettuali indipendenti non sono ne' folli ne' nuovi. 
Rappresentano piuttosto un ritorno a quei valori che avevamo abbandonato sul picco della rivoluzione industriale.

"Gli anni  '90 stanno ritornando. Ma gli anni '90 del 1800." 


Questa era una battuta di un recente episodio della satira televisiva Portlandia, nel quale l'attore e co-autore Fred Armisen ha detto, "Quando l'economia era in una spirale, giovani sporchi si aggiravano per le strade in cerca di lavoro, e la gente voltava le spalle ai monopoli delle grandi aziende per sostenere le attività locali? A Portland, la gente alleva i propri polli e stagiona la propria carne! Il sogno degli anni 1890 è vivo a Portland." 

Mentre la storia che si svolge nella serie è forse sfasata di un paio di anni, le vibrazioni a Portland, Oregon (così come a Brooklyn; nella Bay Area; e in tutti i luoghi del movimento dei localivori [neologismo per coloro che mangiano cibi prodotti localmente] )  rappresentano di fatto un ritorno al passato. 

E questo non coinvolge solamente aspetti estetici (barbe cespugliose, bretelle, tatuaggi), ma anche valori (manufatti artigianali; sentimenti anti-aziendali; l'interdipendenza con imprese locali e cooperative e con iniziative a scopi sociali).

Mentre settore privato e governo arrancano nel 21° secolo, è fondamentale che impariamo le lezioni della cooperazione del 1800 e che diamo forza ad iniziative con scopi sociali per costruire un ponte tra il profitto ed il bene sociale.

Nel 1820, un nascente movimento mutualistico cominciò ad insinuarsi tra i lavoratori in America, basandosi sul potere edificante delle imprese cooperative e delle organizzazioni collettiviste.

Si riunivano per creare cooperative di idraulici, di pellettieri, persino per stampare giornali. Nei decenni del 1880 e 1890 questo movimento si strutturò in solide istituzioni.

Le cooperative sono profondamente integrate nel tessuto sociale Americano. Nel 1752, il padre fondatore (e pompiere volontario) Ben Franklin fondò la prima compagnia mutualistica per le assicurazioni contro gli incendi, la Philadelphia Contributionship, che è tuttora attiva. Nel suo libro For All The People [ Per tutta la popolazione, lo storico e falegname John Curl evidenzia la straordinaria diversità delle attività cooperative che sorsero nel 1800 -- cooperative minerarie, calzaturifici cooperativi, maglierie cooperative. Fondamentalmente se i lavoratori riuscivano a mettersi assieme per intraprendere una attività, lo facevano. 

Oggi stiamo vedendo un nuovo risveglio per una etica mutualistica. Molti di questi tentativi rispecchiano il modello di mutuo supporto del tardo ottocento -- ma questa volta, grazie ad internet, quello che un tempo rappresentava solamente un modello locale arriva su scala nazionale.

E non si tratta soltanto di piccoli, graziosi e pittoreschi negozietti.

Attraverso il sito  Kickstarter, nel solo anno scorso, la gente comune ha raccolto quasi 100 milioni di dollari per lanciare oltre 27 mila progetti di musica, film, arte e design. Etsy ha reso possibile la vendita di manufatti e oggetti vintage per oltre 400 milioni di dollari in un anno.  Ed oltre due milioni di americani lavorano per una delle 30 mila aziende cooperative, secondo la  National Cooperative Business Association.

Inoltre il settore privato sa bene che con le cooperative si possono realizzare margini di profitto significativi. Imprese con scopi sociali quali Newman's Own, Patagonia, e l'intero movimento del commercio solidale stanno prosperando. La nostra stessa Freelancers Insurance Company, compagnia di assicurazioni con scopo sociale, ha riempito un vuoto nel mercato delle assicurazioni e fornisce oggi un servizio a 23 mila iscritti e alle loro famiglie producendo un fatturato di oltre 100 milioni di dollari.  

Durante il secolo scorso, sia il governo che il settore privato sono stati nominati guardiani del "bene sociale". Ne' l'uno ne' l'altro ha dimostrato di potere svolgere il compito da solo. Ci serve una forma nuova di produzione che apprezzi sia i lavoratori che il profitto, sia la cooperazione che l'innovazione.

Abbiamo bisogno di ridefinire completamente la relazione tra i lavoratori e le imprese e tra il governo ed i lavoratori.

Entro il 2010, dovremmo cercare di più che triplicare il numero di cooperative in america portandolo a 100 mila - e mirare a fare lavorare nelle cooperative 5 milioni di americani.

Come possiamo arrivarci? Dobbiamo fornire un finanziamento a basso costo per dare alle imprese a scopo sociale una spinta per iniziare. Dobbiamo fondare una banca dati a livello federale per facilitare il crowd-sourcing di idee e programmi innovativi. Dobbiamo ridefinire quello che le aziende possono essere premiando quelle Benefit Corporation che rispettano le linee guida di responsabilità e sostenibilità.  

Fondamentalmente, trasformiamo gli investimenti pubblici in capitale di ventura per le imprese sociali. Abbiamo visto un buon esempio di questa cosa il mese scorso quando il governo federale ha annunciato lo stanziamento di più di 600 milioni di dollari in prestiti a basso interesse per aiutare in otto stati il lancio di cooperative di assistenza sanitaria organizzate dagli utenti senza scopo di lucro. (Freelancers Union sponsorizza  varie cooperative nello stato di New York, nel New Jersey ed in Oregon.)

Per ricostruire la fiducia in una società più mutualistica, di cui avremmo bisogno, basta semplicemente guardare indietro di 120 anni o giù di li per trovare gli schemi di progetto di come dovrebbe funzionare.

Stiamo scoprendo che torna a funzionare nei quartieri a barba lunga d'America.

Nelle parole dell'attrice di Portlandia Carrie Brownstein, "E' come se il presidente McKinley non fosse mai stato assassinato." [ morì nel 1901 - ndt ]

Le politiche della disuguaglianza: Atkinson, Piketty e Stiglitz all'International Inequalities Institute di LSE

pubblicato 2 gen 2016, 12:35 da Elisabetta Rossi


Mike SavageJohn HillsIl nuovo Istituto Internazionale per le Disuguaglianze della London School of Economics ha ospitato eventi con tre dei maggiori pensatori nel campo della disuguaglianza: Tony Atkinson, Thomas Piketty e Joseph Stiglitz. In questo articolo, Mike Savage e John Hills discutono quanto è emerso dagli eventi e sostengono che le politiche sulla disuguaglianza diventeranno senza dubbio via via più centrali nel dibattito pubblico. 

E' evidente che la politica che affronta la disuguaglianza e la redistribuzione è un tema che contraddistingue il nostro tempo. In una era si acuiscono sempre più rapidamente differenze di ricchezza, specialmente quelle tra i pochissimi percentili del vertice ed il resto della popolazione,  siamo di fronte a domande fondamentali sulla possibilità che il capitalismo globale possa andare a beneficio dei tanti invece che dei pochi. Movimenti sociali come Occupy hanno come non mai messo sotto esame le fiorenti fortune dei super ricchi. Proposte di imporre ai ricchi una tassazione più elevata sono oggi dibattute più diffusamente che in qualsiasi altro momento degli ultimi decenni.

Eppure i risultati delle elezioni politiche britanniche del 2015 hanno mostrato che le politiche sulla disuguaglianza agiscono in maniera complessa. Da un lato, il successo del Green Party e (soprattutto) del SNP (Scottish National Party - Partito Nazionalista Scozzese) ci hanno mostrato come politiche redistributive possono strappare un numero notevole di voti dal molto più timido Partito Laburista, e soprattutto dai Democratici Liberali la cui proclamata politica ridistributiva,  era inconsistente con la partecipazione al governo di coalizione. Dall'altro lato, una maggioranza assoluta dei votanti hanno sostenuto o i Conservatori o lo UKIP che entrambe proponevano di diminuire ancora di più le tasse per i ricchi.

E' in questi tempi sorprendenti che l' International Inequalities Institute (III) della LSE (London School of Economics) ha aperto il 1 maggio. Nelle prime tre settimane della nostra esistenza, abbiamo ospitato conferenze di tre dei più importanti economisti del mondo – Tony AtkinsonThomas Piketty e Joseph Stiglitz – che hanno posto la questione della disuguaglianza al centro del loro lavoro, siamo quindi in grado di tirare alcune delle fila del discorso che dovremo seguire nel futuro.

Un primo punto è evidente. Questo è un periodo sorprendentemente fertile in cui la teoria economica sulla disuguaglianza sta mostrando eccezionale creatività e sta raccogliendo un pubblico sempre più vasto sia dentro che fuori dal mondo accademico. Atkinson è il decano della disciplina - il mentore a cui Piketty si inchina e che Stiglitz venera. Eppure, se per molti versi è molto economicistico come economista, nel suo nuovo libro "Disuguaglianza: cosa si può fare ?" , mostra una ferrea determinazione a rivolgersi ad un pubblico più vasto che vuole proposte politiche concrete per affrontare la disuguaglianza crescente. Atkinson mostra brillantemente come alcune proposte specifiche - che vanno dalla introduzione di politiche salariali nazionali fino ad una tassazione più progressiva - potrebbero fare una differenza comunque tangibile. Molte delle sue proposte ci ricordano un vecchia era della socialdemocrazia, ma lui dimostra che questi programmi non hanno perso nulla della loro rilevanza: infatti il suo è fondamentalmente un resoconto altamente contemporaneo di come [tali programmi] siano necessari per affrontare la disuguaglianza e la giustizia sociale senza danneggiare la prosperità economica nel suo complesso.

Il fascino di Thomas Piketty è in qualche modo diverso. In modo unico e eccezionale ha saputo trovare i mezzi per coinvolgere studiosi di scienze sociali attraverso le barriere delle diverse discipline. Esprimendo subito una posizione decisamente critica degli approcci troppo restrittivi all'economia, si presenta come uno storico oltre che un economista. Anche se non tutti sono d'accordo con tutti i passaggi della sua analisi, c'è unanime consenso sul fatto che i suoi resoconti ricchi e descrittivi sulle variazioni dei volumi del capitale e sulla loro relazione al reddito nazionale, per due secoli e oltre, sarà forse il più fondamentale contributo alle scienze sociali nei recenti decenni. Accurata ed esauriente nei dettagli, [l'opera] che ricorda i migliori studi storici, sarà una essenziale piattaforma per future ricerche di antropologi, sociologi, politologi ed altri.

Entro sei mesi dalla pubblicazione del suo libro, il  British Journal of Sociology ha pubblicato un numero speciale dedicato ai coinvolgimenti interdisciplinari con il suo lavoro. Non si era più vista una tale sorprendente fecondazione incrociata tra discipline dai tempi in cui i dibattiti Marxisti avevano pervaso le scienze sociali tra gli anni '60 ed i '70. E' apparso evidente durante la giornata-evento dedicata a lui che la ricchezza empirica del Capitale nel XXI Secolo solleva domande fondamentali sulla spazialità, il tempo e la temporalità; sul rapporto tra analisi quantitativa e qualitativa; su genere, famiglie, demografia e disuguaglianza. E' inoltre emerso con grande chiarezza, durante la sua visita ad LSE, il rifiuto da parte di  Piketty  del ruolo dell'economista come scienziato più "rigoroso" o "sapiente" degli studiosi di altre discipline, a la sua straordinaria generosità nell'accogliere intuizioni dall'intero spettro delle scienze sociali. Perfino nelle aree in cui il suo lavoro ha bisogno di essere esteso, come rispetto alle disuguaglianze di genere o di gruppo etnico (come discusso da Seguino, Kabeer e Mackenzie durante l'evento di Piketty l'11 Maggio 2015),  si dimostra recettivo ad ulteriori analisi. In questo modo, il suo contributo potrà essere fondamentale per mettere in discussione la compartimentazione delle scienze sociali che ci affligge nel presente.

Stiglitz è ancora diverso. Come vincitore di premio Nobel, scrive con piena autorità accademica e enorme rispetto da parte di tutta la disciplina dell'Economia, ma negli ultimi dieci anni ha sempre più cercato di ritagliarsi il ruolo dell'intellettuale pubblico, di attivo partecipante al dibattito pubblico e sui media. Così ha esplorato come il concetto dell'1% possa essere identificato come un preciso agente politico ed economico, ed ha sostenuto che cambiamenti politici possono produrre differenze nella disuguaglianza.

Le interazioni avvenuti all'III hanno anche mostrato differenze tra questi autori, specialmente rispetto al ruolo che i programmi possono svolgere nell'affrontare la disuguaglianza. In una parte molto avvincente del suo discorso Stiglitz ha contestato la oramai famosa formula di Piketty r>g secondo cui il tasso della rendita del capitale deve nel lungo periodo superare la crescita economica, portando così alla tendenza di base del capitalismo verso una crescente disuguaglianza. Il punto di vista di Stiglitz, riflesso per certi aspetti anche da Atkinson, è che nei fatti non sia necessario che il tasso di rendita superi la crescita.

Una altro punto di divergenza tra loro è sull'attendersi che la rendita marginale sul capitale vada diminuendo o meno nel lungo periodo - Stiglitz ritiene che la analisi economica indica che diminuirà. ma Piketty rileva che questo non corrisponde alle osservazioni reali sui dati di lungo periodo.

Stiglitz inoltre diverge da Piketty nell'uso che quest'ultimo fa delle parole "capitale" e "ricchezza" per indicare il medesimo concetto, portando ad una differente visione di come uno interpreta la rendita sulla ricchezza personale che ha un riflesso sulla capacità di catturare rendite future (ma che non viene registrata come controbilanciamento in "ricchezza negativa" di coloro che tali rendite debbono pagare).

Certamente Piketty invita a queste critiche per via del suo riferirsi alle "leggi fondamentali" del capitalismo, ma senza dubbio negherebbe che gli venisse attribuito che la politica non è importante. Vedrebbe nella legge r > g solamente una tendenza che può essere corretta attraverso efficaci interventi politici - come quelli occorsi nei decenni della metà del XX secolo, ed in realtà il  Il Capitale nel XXI secolo presenta un chiaro ed evidente appello programmatico nel suo argomentare in favore di una tassa patrimoniale. Ha ulteriormente sottolineato in un recente articolo sul British Journal of Sociology che vede la politica come essenziale.

D'altronde, i punti generici sollevati da Stiglitz si mescolano anche con quelli forniti da Bob Rowthorn, Wendy Carlin and David Soskice nei loro articoli riguardo all'evento dell'III con Piketty (ed anche dall'articolo BJS di Soskice). Sostengono che molto del recente aumento del capitale (in rapporto al reddito nazionale) rilevato da Piketty è dovuto a ricchezza impegnata in immobili, per cui l'aumento di valore deve essere interpretato come dovuto alla particolare valutazione inflazionata dei prezzi delle risorse immobiliari nel capitalismo contemporaneo, piuttosto che non una generale tendenza ad r > g. Stiglitz utilizza queste argomentazioni per sostenere come il ruolo delle rendite - che dipendono da monopoli collegati a processi politici - sia fondamentale per capire l'aumento dei patrimoni di quelli dell'1%

Sarebbe interessante vedere la risposta di Piketty a questi punti (purtroppo, un ritardo del treno Eurostar, l'ha fatto arrivare in ritardo per ascoltare le presentazioni di Rowthorn, Carlin e Soskice!) Comunque, si possono dire molte cose in difesa del suo utilizzo di un concetto ampio di capitale, e dell'idea che ha una tendenza di massima ad accumularsi.  

Studi recenti di analisi sociologica (compresi quelli condotti da Mike Savage) sostengono che i concetti di capitale, come quelli usati da Bourdieu, si prestano potenzialmente a descrivere la diseguaglianza sociale con sensibilità storica maggiore. Ed attraverso questa mossa, si apre la possibilità di uno spostamento di focalizzazione della analisi della disuguaglianza, secondo cui il fuoco non è più su gruppi categorici, definiti trasversalmente, ma sulla attenzione alle sfumature ed ai processi temporali, compresi quelli al lavoro nel corso di singole vite o nei passaggi intergenerazionali. Questo è un tema che entra in risonanza con il nostro lavoro recente, con Good times, bad times di John Hills e con Social class in the 21st century a cui ha collaborato Mike Savage, dove si sostiene che si deve mettere al centro della scena la sequenza temporale ed [il processo di] accumulazione della ricchezza

Questa estensione dell'analisi della disuguaglianza è basilare a capire perché non ci sia maggiore opposizione da parte del pubblico alle disuguaglianze sempre crescenti. Ecco una domanda a cui Stiglitz non risponde: se il governo è (nelle sue stesse parole)  ‘of the 1 per cent, by the 1 per cent, for the 1 per cent’ [dall'1% dell'1% per l'1%], allora perché gli altri del 99% non si preoccupano di più di metterlo in discussione e contrastarlo? E' in questa direzione che noi pensiamo che allargare la nostra comprensione della disuguaglianza per includere il capitale culturale e sociale, il potere dei processi simbolici, e restando sensibili al ruolo dello spazio e del tempo nel dar forma alle percezioni ed alle esperienze, pensiamo si possano fare maggiori progressi nella nostra comprensione.

Queste discussioni diventeranno senza dubbio più prevalenti negli anni prossimi, e siamo felici che l'Istituto sia già un luogo centrale per farle avvenire. Su una cosa non ci sono dubbi. La politica della disuguaglianza assumerà sempre più una posizione centrale nel dibattito pubblico - ed il III si troverà in una posizione privilegiata per contribuire a e dirigere queste correnti.

Nota: Questo articolo presenta unicamente le opinioni degli autori, e non la posizione del Blog su British Politics and Policy, ne della London School of Economics. 

Gli Autori

Mike SavageJohn HillsMike Savage e John Hills sono Co-Direttori del International Inequalities Institute della London School of Economics (LSE) .

 

 

Rivisitiamo l'anno: le politiche della disuguaglianza nel 2015

pubblicato 2 gen 2016, 06:52 da Elisabetta Rossi   [ aggiornato in data 2 gen 2016, 06:55 ]

Rassegna apparsa qui su Blog della London School of Economics 

Mentre il Regno Unito sta diventando una delle nazioni ricche più disuguale, i programmi del governo conservatore sono sotto costante critica perché aggravano, invece di alleviare, la disuguaglianza. Ma, considerando le alternative, siamo sicuri che le risposte di Corbyn ai problemi economici non siano solo dei sogni ispirati dal desiderio? I ricchi hanno davvero un talento speciale per generare ricchezza? E chi vive di welfare è davvero così pigro e passivo come i media ed i politici lo dipingono? Alcuni dei nostri articoli più letti del 2015 affrontano queste domande. Per altri articoli che affrontano temi di Società ed Economia, vedi qui.

Introdurre il tetto di ‘classe’

Sam FriedmanDaniel LaurisonLe barriere nascoste, o "tetti di vetro", che impediscono alle donne di raggiungere i vertici sono ben documentate. Ma come spiegano  Sam Friedman Daniel Laurison, anche chi tenta di scalare la scala sociale della mobilità verso posizioni d'elite, deve affrontare un potente e finora non riconosciuto "tetto di classe" . 

 


Corbyn e la economia politica della nostalgia

John van Reenen 80x108Votare per Jeremy Corbyn è stata una reazione viscerale alla sconfitta elettorale del partito Laburista. Corbyn ha indicato alcuni dei veri problemi economici che la Gran Bretagna deve affrontare, ma i suoi programmi si basano in gran parte su quel genere di illusione che è endemica del pensiero politico nel Regno Unito e che affligge il passato dei Laburisti. La sua popolarità deriva dal fallimento dei Laburisti nel difendere il proprio record al governo. Secondo John Van Reenen, il partito deve imparare dai propri successi così come dai propri errori se vuole ricostruirsi.


La realtà di chi vive di welfare è marcatamente diversa da come descritta dal governo e dai media

ruth patrickRuth Patrick considera quanto si discosta la retorica del governo e dei media dalla esperienza vissuta nella realtà da coloro che sono direttamente toccati dalla riforma del welfare. Il suo studio dimostra come "sopravvivere" di aiuti sociali richieda duro lavoro, un lavoro che contrasta con i pregiudizi che descrivono chi usufruisce di welfare come passivi ed inattivi. La ricercatrice sostiene che considerare le esperienze vissute della riforma del welfare è critico per comprendere le realtà quotidiane della sopravvivenza nella Gran Bretagna contemporanea. 


Dobbiamo mettere in discussione il mito che i ricchi abbiano un talento speciale per creare ricchezza

Andrew SayerIn questo articlo Andrew Sayer rivisita alcuni concetti – ‘reddito non-guadagnato’, ‘rentier’, ‘investitore non-produttivo’, and ‘improperty’ – per spiegare perché i ricchissimi sono una ingiustizia ed una disfunzionalità. L'autore sostiene che si debba mettere in discussione il mito secondo cui i ricchi possiedono speciali talenti per creare ricchezza. 



La politica della diseguaglianza: Atkinson, Piketty e Stiglitz all'International Inequalities Institute della LSE

Mike SavageJohn HillsIl nuovo International Inequalities Institute della LSE ha ospitato tre dei maggiori pensatori in materia di disuguaglianza: Tony Atkinson, Thomas Piketty e Joseph Stiglitz. In questo articolo, Mike Savage e John Hills discutono quanto emerso da questi eventi, sostenendo che le politiche sulla disuguaglianza diventeranno sempre più centrali nel dibattito pubblico.

 

(Featured image credit: Chris CC BY 2.0)

Giustizia per il clima!

pubblicato 29 nov 2015, 09:28 da Elisabetta Rossi

Italy Equality Group ha lanciato un appello per più equità e giustizia ambientale: assieme ad IfE a a più di 200 organizzazioni da più di 50 paesi diversi da ogni parte del mondo chiediamo a tutti i governi del mondo riuniti al COP21 a Parigi di considerare la dimensione della disuguaglianza quando si affrontano le questioni del clima.

Qui puoi trovare una traduzione della sintesi dell' Appello Per la Giustizia per il Clima; qui la traduzione dell'Appello completo per giustizia sul clima. Invece le versioni originali nel sito di Initiative for Equality sono rispettivamente qui (sintesi) e qui (completo).

Lanciamo un appello ai governi del mondo, alle nazioni ed alle comunità affinché venga riconosciuto: 
  • che la disuguaglianza è parte integrante della crisi climatica: ne è sia causa che conseguenza; 
  • che coloro che hanno meno colpa di questo problema sono anche quelli che ne patiscono le conseguenze più drammatiche; 
  • che i paesi sviluppati hanno il dovere etico e legale di aiutare i paesi in via di sviluppo nell'adattarsi al cambiamento climatico; 
  • e che tutte le nazioni debbono dare supporto alle proprie comunità più vulnerabili.

Inoltre chiediamo ai governi del mondo, alle nazioni ed alle comunità, di impegnarsi a far si che -

  • le dimensioni della disuguaglianza e della ingiustizia, in tema di crisi climatica, siano un elemento centrale degli accordi sul clima del COP 21 e dei conseguenti programmi;
  • i vantaggi per la protezione dal clima, per i trasferimenti di tecnologia e per i programmi CDM [Clean Development Mechanism - Meccanismo di Sviluppo Pulito - ndt] siano indirizzati verso la gente giusta ed in particolare verso le comunità più povere;
  • ci sia una distribuzione globale più equa della ricchezza e delle risorse, compresi anche i tetti per l'emissione di gas serra;
  • vengano forniti ai paesi in via di sviluppo ed alle comunità meno privilegiate quelle risorse economiche, tecnologie e conoscenze necessarie a proteggersi dagli effetti del clima ed a muoversi con successo lungo un percorso di sviluppo efficiente e sostenibile; 
  • vengano messi in atto dei meccanismi finanziari per il clima che colmino il divario di capacità tra le nazioni e che consentano alle comunità emarginate di implementare le proprie priorità; 
  • venga sviluppato e messo in atto un piano globale di reinsediamento per tutti i profughi in fuga da conflitti o da collasso economico - spesso dovuto al peggioramento del clima;
  • vengano rispettati tutti i diritti umani durante l'intero processo di reazione al cambiamento del clima;
  • ci siano cambiamenti del sistema sociale, economico e politico, che rendano le società più eque e partecipative; 
  • si garantisca ai lavoratori il supporto economico durante la transizione verso fonti di energia alternative al fossile;
  • si disinvesta dalle attività economiche legate ai combustibili fossili e si reindirizzino gli investimenti verso tecnologie per l'energia sostenibile; e che
  • le decisioni vengano prese in forma più democratica, permettendo alle comunità più vulnerabili di svolgere un ruolo determinante nel definire come meglio ottenere resilienza sociale, mitigazione ed adattamento.

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